CIUPA!

Scusi, sto cercando la Volontà.

Facile, è la prima svolta a destra.
Allo stop, dritto per ventordici metri poi circumnavighi il fontanazzo coi putti dorati, superi il maxi-mega-negozio-di-fiducia (non si può sbagliare, è quello dove ci lavorava il tipo che ha rinchiuso la suocera nel freezer), prosegua sulla meinstrit fino allo svincolo per Roncobilaccio e s’arrampichi sul Monte Fato, direzione Ad Minchiam.
Dopo scenda. Scenda parecchio, di brutta maniera, talmente tanto da cominciare a chiedersi se la strada è giusta, e lo capirà solo quando sarà sceso abbastanza.
Ora cominci a scavare. Stile talpa. Ciecamente, con l’unico scopo di trivellare, per arrivare laggiù, Dove Nessuno È Mai Giunto Prima.
Nel Posto più Lontano e Profondo si trova il casellante. Lo paghi, esca dall’autostrada e valichi senza timidezza alcuna il Passo delle Foche Sornione. Le porranno diversi quesiti su Gino Bramieri e Lelio Luttazzi, mi raccomando non decida di partire impreparato! Sarebbe un bel guaio. Vinca il quiz e riparta. Se lo necessita, c’è un grazioso bedenbrechfast gestito da mio nipote, appena sopra la torre nord di Grifondoro. Le è di strada, un breve ristoro e una dormita non potranno che giovarle. Ripartirà seguendo le indicazioni per Quel Paese, amena località turistica. Un po’ fuori mano, per i miei gusti, ma decisamente gradevole. Perseveri nel suo proposito e si lasci condurre fuori, percorra il sentiero nascosto dietro l’ufficio postale e si inerpichi. A metà strada troverà lo Stambecco Sbilenco che l’accompagnerà per un tratto. Quasi in vetta, Marco Olmo le passerà davanti di corsa, ma non lo distolga dall’obiettivo e tutto andrà bene. Anzi, prenda esempio dal Corridore. Senza indugio si lasci alle spalle tutta la strada e si goda il panorama una volta arrivato in cima. Abita lassù, la Volontà.

Beh…buona fortuna, signorina!
Ma la donzella che cercava informazioni era già lontana.

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SOY COMO SOY

Quel che si dice un taglio netto.
Per l’esattezza, sei millimetri giro capoccia con crestone centrale alto otto centimetri mantenuto verticale e spettinato da una generosa spolverata di borotalco, come usava una volta.
Occhiale sovradimensionato rosso squillante, Clarks vissute alquanto, palpebre bistrate quel giusto che ci vuole, jeans e cardigan. Gli immancabili chili di troppo che mi fasciano dappertutto, quelli, non sono mica spariti, ma una Magica Pillolina della Felicità mi assembla miracoli nel cranio che mi rendono tanto tanto gioiosa e spensierata. Roba che solo la chimica.
È così, venti milligrammi al dì, si va formando in me una nuova consapevolezza:
io sono come sono!
Mi manca solo una Cosa, proprio Quella, solo Una e niente altro e a volte m’intristisco e prima di intristirmi troppo mi coloro i capelli e poi li taglio o mi faccio un tatuaggio o mi mangio tre pocket coffe uno in fila all’altro o mando il capo a quel paese o.
Traballo, a volte vacillo, ma non mi fermo mai a pensare più di tanto.
Ho voglia di vita, la cerco a modo mio.

EVVIVA L’AMMMO OOO REEE!!!

La cena del single che ha dimenticato di fare la spesa consta di due fette avanzate di pane confezionato, qualche ciuffetto di philadelfia non troppo verdognolo rimasto attaccato alle pareti del contenitore e un culo di salame duro come la pietra.
Ciò di cui sopra sarebbe già abbastanza deprimente di per se, ma abbisogna spiegare all’ignaro lettore che la sottoscritta, rientrando a casa dal lavoro, trova vertordicimila pezzetti oblunghi di carta stampata disseminati ovunque nel bilocale, inequivocabile segno della presenza di un famiglio, nonché migliore amico dell’uomo, che porta nome Ben e che, superfluo dirlo, adora masticare salsicce, scarpe, libri e culi di salame.
La cosa buffa è che sto cenando su un tappeto di Sostiene Pereira e mi rendo conto che non è affatto vero che i cani si sentono in colpa come in quei filmati che girano su faccialibro dove si vedono bestiole che implorano caninamente perdono ai padroni.
Il mio Zampa Schiacciata sta tranquillamente raspando il cuscinone in cerca della Posizione Perfetta per gustarsi la leccornia maialesca. E non mi sta languidamente osservando con le orecchie basse e la coda tra le gambe: la belvazza mi da le spalle, tira puzzette a raffica e rosicchia impenitente.
Così, io sostengo che l’animaletto ha preso pieno possesso dei suoi spazi, dei miei libri e delle mie scarpe, degli avanzi del mio frigo e del mio tenero cuore di trucida single. Questo io sostengo!
Ah…l’amour!

CHIUSO PER FERIE PROPEDEUTICHE

Ebbene si, parto.
Dovete sapere che il governo norvegese mi ha recentemente contattata per guidare una spedizione nel mare del nord. Hanno convertito una vecchia baleniera in nave studio per permettermi nuove scoperte in merito all’accoppiamento fra cetacei.
Si prospettano settimane, se non mesi, di acque gelide, irreperibilità e tempo a disposizione per riflettere.
Come non accettare! Complice il clima a me congeniale e un po di agognata solitudine, ho deciso di assumere l’incarico.
Così sto facendo le valige, felice e triste allo stesso tempo.
Voi, mi raccomando, tenete botta e usate una buona protezione solare.
Baci sparsi a tutti e abbracci, ci si ribecca.

SENTO L’ECO

Ci si augura sempre di poter vivere, prima o poi, il tanto decantato quarto d’ora di celebrità. Ma sarebbe già qualcosa poter avere, almeno ogni lustro, quindici minuti di pura, intensa, corroborante lucidità mentale.
Guardarsi dentro nitidamente e prendere coscienza della propria vita fino a quel momento. Capire gli sbagli, intuire possibilità, maturare discernimento e progettare il futuro.
Il giorno dopo, auspicabilmente, mettere in pratica tutti i buoni propositi.
Smetterla di nascondersi dietro scuse banali; l’abitudine all’infelicita è tanto comoda e fa molto bohémien, ma non paga niente.
Saggio è colui che immagazzina assennatezza, se pure un quarto d’ora alla volta.
E io, che di Folgoranti Attimi di Sana e Robusta Cognizione Introspettiva ne ho collezionati a pacchi, ormai sono lanciata a razzo sulla strada della santità.

Santa Vetry della Città tra i due Fiumi.
Parlava, parlava e di parole l’aria riempiva.
Un profondissimo solco sul divano lasciava.
Rideva e sognava e scriveva.

LET IT BE

La verità è che non so se sono felice.
Non so come difendermi; sono sola ma non sopporto costrizioni, sono forte ma temo d’aver bisogno di braccia che mi sorreggano, sono libera ma non sono capace di scegliere.
Sono intrappolata qui dentro. E nella miriade di spiegazioni che si possono trovare sul perché sono finita qui dentro, non ce n’è una che sia solida abbastanza da durare per più di cinque minuti.
Sono pigra?
Sono stupida?
Sono vittima?
Sono presuntuosa?
Le mie capacità di difesa dagli attacchi del mondo sono molto istintive. Al dolore reagisco con chiusura, spavento, negazione e scoraggiamento. E tutte queste cose si sommano di volta in volta, dopo ogni attacco. Nel mezzo, a tratti, esce prepotente la mia parte superficiale, frivola, ironica, leggera. Che non è poca cosa, nonostante tutto.
Quella parte mi salva, sempre. Lo sta facendo anche ora.
Perché non è che non sono felice, è solo che ho scoperto che la felicità non la devi analizzare troppo, se no diventa amara.

CUOR CONTENTO

Suore spaventate: una.
Clienti che leggono “malvagi intenti di vendetta nel profondo pozzo dei miei occhi”: uno.
Con le suore non c’è storia, mi sono allenata fin da piccola, ma le nuove potenzialità ipnotiche che sono comparse pochi giorni fa mi hanno lasciata piacevolmente sorpresa. Di questo passo, nel giro di pochi decenni, sento che potrei arrivare a competere direttamente col Folle Commediografo Mattacchione Che Domina Le Vastità Dei Cieli.
Beh, son soddisfazioni.
Ora dormi, Cuor Contento.
No, non te la devi comprare per forza, la casa. Non è scritto da nessuna parte.
E si, puoi tirare dritto in autostrada e non rientrare al solito casello. Nessuno te ne farà una colpa.
Deciditi, Cuor Contento, le carte che hai in mano sono buone.

PAURA

Non si lascia niente da nessuna parte, e l’illusione d’averlo fatto acuisce solamente la frustrazione. Perché non si sa niente di quello che sarà dopo, non si sa neppure se ci sarà, un dopo. Ma si crede che fare congetture su questo imprecisato tempo ancora da venire sia meglio che stare fermi nel presente, come se un irresistibile Forza Motrice delle Seghe Mentali ce lo imponesse. E poi, un giorno, ci si arriverà di botto a quella fine, e scommetto tutto l’oro del mondo che non avremo capito ancora niente neanche in quel momento.
La paura blocca le gambe, il corpo secerne adrenalina e sei fregato. Non c’è coraggio che tenga. Non ci si può preparare a quello che sarà.
Fa paura, e basta.

LO ZEN E L’ARTE DI CAGAR PETARDI

Prendete a esempio una scopa ficcata in zona lombo-sacrale: risulterà un po scomoda.
Applicate antichi metodi della tradizione zen e separate per un istante il soggetto dal corpo estraneo. Persona e scopa sono ora due entità distinte.
Dotate la scopa di poteri peculiari: la mia è un prototipo di forma umanoide vagamente lampadinesco alto circa centocinquanta centimetri e capace di cagare petardi a raffica.
Iniziate con cose semplici, e raffinate a poco a poco i dettagli. L’importante è allenare la mente a tenere separati scopa e individuo. Col tempo e il giusto sforzo cerebrale, la scopa diventerà sempre meno irritante e la fantasia innescata non avrà più limiti nel ridefinire e plasmare in modi irriverenti, buffi e decisamente più piacevoli il concetto di scopa in culo. Mi spiego meglio: un professore che ho molto amato insegna che sono le risate a sconfiggere la paura. Se prendiamo una cosa brutta, scomoda o addirittura terrificante e cerchiamo di sminuirla attraverso un immagine comica, la visione d’insieme cambia. Ci si abitua a non farsi sottomettere da quella paura. O fastidio, o quel che è. Le si da meno potere. Una risata la seppellirà.
E vi assicuro che il mio esserino caga petardi mi aiuta un casino.
Fantasylandia, chiudo.

SE TUTTO QUESTO HA COSÌ POCO SENSO, CHE FARCI, ALLORA?

Io, fondamentalmente, ho due reazioni e basta: la noradrenalina che il mio corpo secerne in quantità sempre più allarmanti e in occasioni sempre meno incredibili (forse la curva inversamente proporzionale dipende dall’avanzare dell’età e dalla diminuzione dei neuroni correttamente funzionanti); e il vaffanculo, o anche il mavaffanculo. Simili, ma non uguali.
La noradrenalina fa che cazzo vuole lei, purtroppo.
Il vaffanculo, invece, lo gestisco abbastanza bene. A patto che sia sobria.
Il che, ultimamente, capita un po troppo spesso. La sobrietà, intendo.
Sto facendo due più due e mi sono resa conto che il tempo mal speso a oziare senza eccessi è, in realtà, più deleterio del contrario. Il segreto è la follia!
Il segreto è la follia? Magari solo un pizzico? È così?
O basterebbe un buon psichiatra? O una solida vita sessuale? O entrambi.
O un regolatore chimico dell’umore.
Una pasticca verdeblu smetter di pensare. Al sapor di violacciocca.