QUELLO CHE DICO

Essere una donna single di 34 anni è la cosa più avventurosa che mi sia mai capitata. Ma non vorrei fuorviarvi, niente a che vedere con Carrie Bradshaw e le sue amiche, niente abiti costosi e tacchi vertiginosi e uomini bellissimi.. Si tratta di me, semplicemente. Amore, sogni, amiche, libri e canzoni, tarocchi, tisane e chiacchiere per strada, il mio passato e le mie aspettative, la palestra, la ciccia, le sigarette, i capelli, la famiglia, l’affitto da pagare, l’autunno, le occasioni che non ho colto, la libertà, la fortuna, le lettere che non ho mai avuto il coraggio di spedire, alcool e cannabis e torte di mele, falò nei boschi, il gioco della bottiglia, panchine e baci alla francese, compagnie, film, lacrime che non scendono, stronzate e ansie e qualche turpiloquio. Siate buoni con me, il turpiloquio mi è necessario! Direi che decisamente non è tutto qua, ma devo farmi una doccia e uscire e cominciarla, questa giornata.

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95 Pensieri su &Idquo;QUELLO CHE DICO

  1. Torno sempre qui.
    Qui è l’inizio, mi va di lasciar tracce.
    Non voglio scappare da quello che sono, voglio invitare gente.
    E molti sono gli invitati, e molte sono le comparse.
    Perché rimango sempre sola, poi.

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  2. Fermate il carro, voglio scendere.
    Arriva chi non mi aspetto.
    Non passa chi dovrebbe.
    Non si ferma abbastanza chi vorrei.
    Spara cazzate chi vorrei dicesse altro.
    Sparisce chi vorrei incontrare.

    Prima o poi, appena trovo un po di coraggio, lo chiudo sto cazzo di blog.

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  3. “Depuis que je ne baise plus, je me sens plus libre et j’aime de plus en plus les femmes. Je les aime mieux et plus qu’avant parce que le sentiment de liberté me donnes des ailes, de l’humour et de la légèreté. Je les trouve belles, spirituelles, certaines plus merveilleuses que d’autres. J’en suis fou”
    Tahar Ben Jelloun

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  4. …e niente, stasera ho la musica in testa, e dovrei dormire, che domani mi alzo presto, ma non ho sonno, tanto, domani, si vedrà…
    E allora ancora una canzone, che tanto non c’è mica nessuno che rompe le palle e che mi chiama per andare a dormire.
    Perché si, è difficile spiegare se non hai capito già…

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  5. Mi vengono in mente i nomi di tutti noi.
    Stasera mi sono osservata mentre ti guardavo camminare e mi sono resa conto di essere triste, che arrivare a tenerti per mano non sarebbe così impossibile come credo, che basterebbe uno sforzo. Uno sforzo bello grande, ma sono forse una che si spaventa degli ostacoli? No, dai, ho passato di peggio. Ma il peggio che arriva dall’esterno, per quanto brutto e doloroso, da sempre qualche possibilità di reazione maggiore. E facile dimenticarsi di se, più comodo, e diventa per certi versi ancora più facile affrontare il peggio degli altri che non se stessi.
    Stasera mi vengono in mente i nomi di tutti noi, perché mi mancate.
    Luca, Valerio, Mario, Simone, Nicoletta, Beppe…
    Mi manca quello che eravamo, insieme a tutti gli altri, così tanti da riempire Piazza Rossa, intorno all’albero che adesso non c’è più.
    E guardarvi passare per le solite strade di ogni giorno, salutandoci come se fossimo diventati degli estranei, invece di quello che eravamo, mi riempie di infinita tristezza.
    Come guardarti camminare senza essere al tuo fianco.
    Non voglio più sentirmi così.
    Voglio arrivare qui a scrivere che ci siamo tenuti per mano e tutto il resto, voglio tornare nel nostro locale a giocare a King, voglio venire ai concerti e ballare e sentirmi felice come lo ero allora, senza per questo voler davvero tornare al passato. Voglio essere felice adesso, come sono adesso, con chi sei tu adesso. Me lo devo!
    Ti voglio chiedere un bacio, come tu avevi fatto allora con me, su quella panchina, dicendo di volerne poi ancora uno.
    Ho aperto questo blog perché avevo cose da dirti, anche se tu non lo leggi.
    Poi, nel mezzo, sono uscite anche tante altre cose, ho incontrato persone, ho parlato d’altro, e per un po mi sono perfino dimenticata di te. Ti ho messo da parte, pensando di avere la testa occupata in altre cose e rifiutando l’idea di volerti ancora anche se sono passati tanti anni. Tutto sommato un pensiero sano, per i miei standard. Ed in effetti non è sempre di te che parlo, è come se fossi diventato, negli anni, una sorta di idea, di concetto a cui aspiro. Come la storia della mezza mela, no?
    Non voglio più essere triste, voglio avere, voglio darmi la possibilità di poterti chiedere un bacio, occhi negli occhi, e sentirmi rispondere con le tue labbra attaccate alle mie. O con un vaffanculo, se sarà il caso, che sarebbe comunque meglio di niente.
    Anche un vaffanculo.
    Ma voglio stare la davanti a prendermelo.
    Si, lo so, mi capisco solo io, ma d’altronde questo è il mio diario, e ci scrivo quello che cazzo mi pare, no?
    E, Beppe, se dove stai tu avete una connessione internet del cazzo, leggimi, ti prego, perché mi manchi, e ho imparato a tenere sempre una birra in fresco.
    Poi tu te la metti sulla panza e te la bevi.
    Mi manchi.
    Mi mancate tutti.
    Agli amici.

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  6. Trasferta a Turin City, per il piccoletto, sempre più bello.
    E vabene che alla fine è piovuto, che ho sbagliato l’uscita in autostrada e che a quest’ora eravamo a casa da un pezzo, vabene che mi si è incollata l’otturazione al cicles…vabene perché abbiamo passato del tempo insieme, hai visto i tuoi, e il piccoletto! E non importano i problemi, davvero, la vita è la loro, è così dev’essere. Se non lo capiscono da soli, nessuno può insegnarglielo. Vabene perché ho mangiato degli spaghetti al sugo di mare strepitosi, e il fritto di gamberi e totani che era una meraviglia. Vabene perché ho anche telefonato a mio papà per dirglielo, come se non avessimo mai smesso di parlare, io e lui. Vabene perché se non c’eravamo noi, mò, sai che mortorio! Vabene perché c’era anche il tipo, quello figo e taciturno, altrochè se vabene…vabene perché abbiamo fatto ridere pure M, che è rimasta a casa, ma la prossima volta viene pure lei. Magari in treno, eh, la prossima volta andiamo in treno, così, per stare sul sicuro!
    Ti voglio bene, mò!

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  7. …è che non sono abbastanza bella.
    Cazzo, io credo che sia quasi tutto qua.
    Apparte il carattere di merda, certo, e qualche altro difettuccio tipo l’essere un’enorme testadicazzo.
    Ma è solo che non sono abbastanza bella.

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  8. Mi hai sparato in mezzo al petto, ma sono ancora qui, in piedi in mezzo alla stanza mentre aspetto di capire se mi accascerò e quando accadrà che le gambe non mi reggeranno più. Passano istanti lunghi come giorni e fotogrammi nitidi come attimi di vita vissuta nel tempo giusto, nessun ricordo, io rivivo. Adesso.
    Nemmeno una goccia di sangue a sporcare la maglietta, solo se chiudo gli occhi vedo il grumo rappreso di scuro e materia incagliato fra sterno e cuore che mi gonfia il petto, accelera i battiti e pulsa e batte contro la gabbia toracica lacerando lentamente i tessuti per poter uscire e soffocare all’aria perché privo di volontà di vivere.
    Scivola disperato nello stomaco dove soffoca lentamente, dolcemente si culla annegandosi nell’acido e nel calore.
    Immobile.
    È un dolore così forte che non fa male, l’assenza di movimento è curiosità di sapere quando finirà questo calvario dall’esito certo.
    Perché mi hai sparato in mezzo al petto, e nessuno vorrebbe sopravvivere con un dolore così grande.
    La pallottola s’annega e annegandosi risale lentamente verso l’alto e torna a graffiare da dentro per poter uscire.
    Lascio uno sfogo sui miei polsi e la materia fuoriesce ma non è abbastanza, la scarnificazione si rimargina e il metallo si è legato alle ossa che ora e sempre avranno il colore scuro e torbido del vino che hai bevuto.
    Io non vedo più.
    Il sangue ha il colore del tuo bicchiere di vetro.
    Mi hai sparato in mezzo al petto, neppure te ne sei accorto.

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  9. Ahahahahha è più forte di me!
    Il dubbio scava scava…erode più dell’acqua, più delle talpe!
    O forse no.
    Forse mi sbaglio…
    Ma questo mi sembra troppo l’inizio di una sega mentale in piena regola, perciò, nel dubbio, mi consumerò i pollici in una session di final fantasy da qui a lunedì.
    Si.
    Nel dubbio, livello.

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  10. Mi do tanta corda da sola che alla fine, per inciampo o volontà, alla fine mi c’impicco. Le lettere scivolano facile dalla penna e si attaccano dappertutto, e vanno avanti e tornano anche indietro, cambiate, diverse, nuove, semplici, dolorose. Ed è ancora più facile con le parole dette a voce. Quelle gridate, vomitate, rancorose, taglienti e corrosive. Quelle che li per li so controbattere a tono, e sai che tono, le stesse che poi quando arrivo a casa alla sera, stanca, nervosa, tesa, le stesse parole che improvvisamente cambiano faccia appena varcata la soglia e diventano vere. Sola, a casa, ammetto l’onesta delle accuse. Dure, espresse con la volontà di far soffrire, ma vere. Io sono la somma di tutti i difetti che urlando mi hai elencato. E questo mi lega a me stessa e mi fa crollare sul pavimento come se avessi una pietra di centoventi chili appesa al collo. Ed ho sentito, poi, la tua mano che è arrivata ad afferrarmi, e sono di nuovo qui, mi sono tirata su, in piedi, ma ho ancora troppo peso addosso, sto ancora con la pietra e la corda attorno al collo e penso a tutta la responsabilità che ho, nei miei confronti, per essere ciò che sono. E ci sono momenti che questa responsabilità non la vorrei, desidero solo scrivere di quello che sogno per me stessa immaginandomi diversa, penso che tutte le mie chiacchiere possano far sorridere anziché allontanare, sogno che i miei difetti non esistano e le storie che scrivo sono la mia vita come se fosse invertito il tempo, come se fosse tutto come lo vorrei e non com’è in realtà. Ma lo vedi? Io non sono capace di mostrarmi diversamente da come faccio. Mi dispiace. Davvero, mi dispiace, ma non so come altro fare, e tutto ciò che non va bene, di me, non sono capace di estirparlo. E non sono nemmeno capace di conviverci.

    …e piantala di scrivere boiate.

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  11. …forse è solo perché non ti sei allontanato, in realtà non ti sei mai avvicinato. Oppure ti sei avvicinato e hai visto qualcosa che non andava bene, come un mio modo di essere, un difetto, o una linea spezzata che stona in mezzo al resto. Io non lo so, non starei qui a chiedermelo, altrimenti. Questo mi provoca crisi di rigetto lessicale (nel senso che continuo a postare roba come se non ci fosse un domani, ma mi fa tutto altamente schifo), ansie generiche da seghe mentali, temporaneo deprezzamento della mia persona e, molto strano per me, lieve mancanza d’appetito.
    Poi mi passa, e tutto ciò che mi piacerebbe rimanesse nel blog è invece relegato nella memoria del mio i-pad, e qui arriva solo il mio sfogo, arrivano le mie domande e i miei dubbi.
    Non sono all’altezza?
    Non valgo la pena?
    Ho fatto qualcosa di male e non so cosa?
    Nel dubbio, posterò solo minchiate.

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  12. LA MORALE

    C’è Humpty dunpty che stasera è irrequieto, ha voglia di scassare il cazzo al suo prossimo. Dopo essersi preparato una bella cenetta decide di fare una sorpresa a Pinco panco. Pinco gli apre la porta e Humpty esordisce con un secco ~ti trovo un po imbolsito.
    Pinco richiude la porta e lo manda a quel paese senza tanti complimenti.
    Humpty, sconsolato e un filino incazzato, decide di proseguire e si ferma da Panco pinco. Panco gli apre la porta e Humpty scoppia a ridere alla vista dei suoi capelli spettinati. Gli chiede se si è pettinato coi petardi. Panco, manco a dirlo, gli sbatte la porta in faccia e aziona il comando a distanza degli irrigatori automatici. Humpty scappa via bagnato come un pulcino.
    Decide di tornarsene a casa, ma sente freddo ed è tutto umidiccio, così si ferma dal suo amico Bianconiglio.
    Buonasera Humpty, che ci fai lontano da casa tutto fradicio e tremante?
    Humpty scoppia in lacrime e confida al Bianconiglio di essersi comportato male coi suoi amici, e di essere triste e pentito. Allora il vecchio amico gli consiglia di andare a chiedere scusa e di portare un pensierino agli amici, ed è sicuro che tutto si risolverà per il meglio.
    La mattina seguente Humpty bussa alla porta di Pinco panco: scusa, amico mio, non volevo trattarti male. Ti ho preparato una torta al cioccolato, facciamo pace?
    Pace un cazzo, testa d’uovo, mi trovi imbolsito e poi mi porti la torta al cioccolato? Evapora. E sbam, di nuovo la porta in faccia al povero Humpty.
    Ma Humpty non demorde, e bussa anche da Panco pinco: scusa, amico mio, non volevo trattarti male. Ti ho portato questo cucciolo di gattino come gesto di buona volontà, facciamo pace?
    Pace un cazzo, ammasso proteico deambulante, sai bene che sono allergico ai gatti. Smaterialìzzati. E sbam, stesso trattamento.
    Così Humpty, per ripicca, va dal Bianconiglio e gli imbratta la porta d’ingresso con della vernice.
    E il Bianconiglio?
    Fine.
    Questa storia ha una morale che di sicuro è la mia e non la vostra. O forse è una morale che tutti possono capire, ma che nessuno mette mai in pratica. O forse ancora ha una morale che qualcuno ha capito, ma fa orecchie da mercante.
    Nel dubbio, io l’ho scritta lo stesso.

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  13. L’amore è una cosa morbida. Lenta e veloce nello stesso tempo, leggera e densa nello stesso modo. L’amore è un gelato d’estate e una cioccolata calda d’inverno.
    L’amore è imperfetto e potente.
    L’amore.
    Mi manca, non so più cosa vuol dire.

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    • Vetro, tu non puoi scrivere un commento del genere e poi sparire! Lo sai che sono romantica in fondo in fondo! Meriti un premio cioè una delle più belle canzoni d’amore che io conosca, cantata da una grande grandissima cantante. La punizione e che purtroppo mi pubblica il link e non il video.

      L’amore è fatto di tutto e di niente. È una bolla di sapone fragile e forte allo stesso tempo. Ne potresti fare benissimo a meno ma poi finisci per perderti nei suoi colori .

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        • Suziegoo!
          Ahhhh l’amour! Mi piace UN CASINO il video che hai postato, mi sono messa a cantare in francese, con le mie poche reminiscenze scolastiche….tecnicamente l’ho studiato per cinque anni, più che altro scimmiottavo le parole…ma che bella sensazione lo stesso!
          Sei sempre in vacanza?
          Un abbraccione! 🙂

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  14. …non ho pensato nulla, è solo che non spazio anche per quello. Per il resto, per quello che non è importante. Per quello che non posso cambiare. Non ho più voglia di capire, ho già capito a sufficienza, il minimo indispensabile, il minimo sindacale di comprensione è stato abbastanza. Davvero, sono tranquilla come un lago.
    Vado avanti per la mia strada.

    Sai che intreccio carta di giornale e costruisco cestini per la carta, incollo scarti di cartoncino colorato e ne scurisco i bordi con l’inchiostro nero, o marrone, a seconda del colore della base. Così le carte sembrano vecchie, consumate.
    Scrivo lettere e ricopio pezzi che ho già scritto.
    Faccio cornicette con i centrini di carta, quelli che si usano per le torte di pasticceria. La sera incollo carta di giornale.
    Santoddio, stasera ho ritagliato mucche di plastica!

    No! No, non esiste nessuna Bridget Jones, nessun
    lato-oscuro-di-Bridget-Jones!
    Era solo uno scherzo.
    Io, sono solo io, con la carta colorata e le penne e un sacco di idee in testa che non sanno venir fuori.
    Quello che è cambiato è che dentro non ci sta più niente, forse è quello che è cambiato.
    Ma forse non è cambiato nulla.

    È tutto così diverso da allora, è tutto così spropositatamente differente da come lo immaginavo. È così anche per te?

    Esse avrà un bambino. No, spero che sia femmina, avrà una bambina.
    Vedi, le persone vogliono ancora mettere al mondo dei figli, vedi?
    Le persone vivono e muoiono e mettono al mondo i figli non solo nei romanzi.
    Non guardarmi così.
    ~così come~
    Così.
    Io, sono solo io.

    ~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~

    “Penso che ti ritroverai, quando tutta questa merdata sarà finita, penso che ti ritroverai ad essere un figlio di puttana sorridente. La faccenda è che in questo momento hai talento, ma per quanto sia doloroso, il talento non dura. Il tuo periodo sta per finire. Ora, questa è una merdosissima realtà della vita, ma è una realtà della vita davanti alla quale il tuo culo deve essere realista. Vedi, questa attività è stracolma di stronzi poco realisti che da giovani pensavano che il loro culo sarebbe invecchiato come il vino. Se vuoi dire che diventa aceto, è così; se vuoi dire che migliora con l’età, non è così. E poi, quanti combattimenti credi di poter ancora affrontare? Eh? Due? Non ci sono combattimenti per i vecchi pugili. Eri quasi arrivato ma non ce l’hai mai fatta, e se dovevi farcela ce l’avresti già fatta. Sei dei miei?”

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  15. …forse è vero, non ti cambiano la vita, ma un film, un libro, una canzone, e chissà quante altre cose esistono che la rendono migliore. La vita! Questa somma d’anni che ad ogni compleanno vorrei sprofondare e urlare a tutti quanti che esisto anche io, che non sono solo quello che si può vedere ad una prima occhiata, che lo so che è difficile, a volte sembra davvero uno sforzo spropositato, anche se ho braccia grandi e spalle larghe, il peso è semmai decuplicato, solo perché ne posso sopportare di più! Solo perché ne posso sopportare di più. Solo perché ce la faccio, non è giusto che sia così pesante. Allora, forse, è vero che un libro non ti cambia la vita, un libro non può modellare un nuovo modo di vivere che non sapevi essere possibile, una canzone non ti può regalare sensazioni così intense come quelle che ti regala la vita, ma tutte queste cose rendono migliore e accettabile lo scorrere delle cose. E non è forse questo che cambia tutto? Un film. La vita. È la stessa cosa, fanno parte del medesimo percorso.
    È questo quello che volevo dirti, ma non ne ho il coraggio. E lo lascio qui, perché non lo vorrei lasciare altrove. Devo lasciarlo qui. Insieme a tutto il resto.
    Per quel che vale.

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  16. Si, lo so, non è ESATTAMENTE uscire dal lup, ma che cavolo, ci sto provando!
    Sopravvissuta ad una proposta di appuntamento al buio e a negazioni che sarebbero tipiche di mio padre, direi che mi si può concedere il beneficio del dubbio. Santoddio, lo so io quel che devo fare! Credo.
    Mi resta solo, effettivamente, affrontare il ridicolo, stucchevole e oltremodo antiquato rito dell’appuntamento al buio ed è fatta. O quasi.
    O magari chissenefrega.
    O anche vaffanculo, perché no.
    Comunque, nel dubbio, un vaffanculo non si nega a nessuno.

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  17. ODI ET AMO

    “Vedere non si può e neanche sentire,
    fiutare non si può e neppure udire.
    Sta sotto i colli, sta dietro le stelle
    ed empie tutti i vuoti, tutte le celle.
    Per primo viene, ultimo va,
    a vita e a riso termine da”

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  18. Sopravvissuta, nemmeno io so bene come, all’after-Ago, mi ritrovo nel lettuccio, avvoltolata per bene nelle coperte, con il telefonino nuovo, uozzàp, e un numero non meglio precisato di paturnie.
    La cura esiste, solo che vuol troppa fiducia.
    Eccheppalle!

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  19. ULTRATAG

    Prendi una cosa che ti è capitata. Scrivila. E poi cancellala.
    Scrivila meglio, lo sai che ce la puoi fare.
    Prova ancora. Meglio?
    Riscrivila buttandola sul tragico. Cancella.
    Riscrivi rimarcando i lati più divertenti. Cancella.
    Funziona?
    Pensa di nuovo alla cosa che ti è capitata.
    E scrivi qualcos’altro, che è meglio.

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  20. LO SVINCOLO PER MILANO. COME FOSSE LAMERICA

    Quello che mi frena è l’avere qualcuno da cui tornare.
    E questa è la risposta figa, ma la risposta vera è un’altra. È la paura che mi frena. Girare a destra anziché a sinistra e proseguire e vedere fin dove si può arrivare.
    Ma allo svincolo tiro dritto e in venti minuti sono a casa.
    Perché oltre lo svincolo, sull’altra strada che non ho mai imboccato, ci sono un sacco di possibilità diverse da quelle che ci sono qua, e il rischio, la novità, valgono la pena.
    O forse no, ma non lo saprò mai.
    La sola idea che possa esserci tutto questo nuovo sulla strada che scorre a fianco alla mia carreggiata, il solo pensiero che li vicino ci sono tutte queste cose sconosciute e disponibili, mi accelera il battito cardiaco e mi accende di rosso squillante tutte le aree del cervello preposte alla fantasia e al sogno.
    Invece accelero, alzo la musica e guardo sfilare via lo svincolo, me lo ritrovo alle spalle e davanti ci sono quattordici chilometri fino a casa.
    Ma come hanno fatto quegli emigranti che lasciavano tutto per cercarsi una vita lontano da casa, in un posto lontano ed esotico com’era LAMERICA. Avevano coraggio, o molta fame, e in ogni caso avevano lo spirito giusto. O forse bisogna solo essere un pochino folli e dimenticarsi le piccole sicurezze quotidiane e gli obblighi e le responsabilità che si hanno. E partire, andare, provarci, impegnarsi per stare bene in condizioni sconosciute rispetto all’abitudine.
    Ma niente, sono a casa e scrivo sul divano. Come al solito.

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  21. Dico che se è vero che non v’è speranza alcuna, allora è sciocco e vano e quanto mai inutile sperare.
    Mi consolerò ossessionandomi compulsivamente alle faccende domestiche. O piegando in maniera perfetta e simmetrica, con apposito strumento, polo stinte e cardigan sformati. E parlerò con lo specchio sul comò, spiegandogli le mie ragioni e provando i miei discorsi, nelle pause fra una sessione di swifferaggio libreria e di pulizia delle fughe delle piastrelle del bagno. Scriverò e non pubblicherò, non penserò più a scadenze troppo prossime, mai oltre ventiquattr’ore, non progetterò più scenari alternativi ed happy endings devastanti.
    Io pulirò tutto. Dal soffitto ai pavimenti, dal bagno al terrazzo, dal garage alla macchina. E quando avrò finito di pulire, sporcherò di nuovo tutto e ricomincerò.
    Questo è il piano.

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  22. PERI~PATETICA. DI COME, PASSEGGIANDO NEL MIO SALOTTO, GIUNGO A FANTASIOSE CONCLUSIONI

    …mi avrebbe preso il viso tra le mani e mi avrebbe spiegato con pazienza che tutto quello che ho detto e fatto è stato un atto di coraggio, e mi avrebbe fatto capire che sono una sopravvissuta, che quello che mi scuote il petto è un miscuglio di sensazioni che lui comprende, perché sa cosa vuol dire.
    Così mi avrebbe stretta forte e non avrebbe detto altro, nessuna affettuosa reprimenda, nessun tentativo di cambiare quella che sono, perché mi avrebbe confidato che così come sono va bene, che non cambierebbe nulla, che è tutto ciò di cui ha bisogno, che non l’ho deluso, che non vorrebbe altro se non vedermi sorridere più spesso.
    Avrebbe pianto insieme a me e avrebbe trovato un modo per farmi ridere, mi avrebbe tenuto fra le sue braccia per tutta la notte, per tutto il tempo necessario a farmi addormentare, e non mi avrebbe lasciata per niente al mondo, perché niente sarebbe stato più importante, più urgente di essere esattamente dove avrebbe voluto stare.
    Questo avrebbe fatto, niente di meno.
    Perché l’ho letto nei romanzi, le persone fanno così! Si abbracciano e capiscono il dolore di chi è fra le loro braccia. Si guardano così vicino che i nasi si sfiorano, e parlano fitto per ore, come quando da ragazzi si passavano nottate intere a discutere del senso della vita, o di un solo week-end.
    L’ho letto nei romanzi, e i romanzi sono un posto in cui sto così bene che non vorrei mai strapparmi da quelle pagine.

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  23. LASCIA CHE SIA

    Stupida sciocca impaurita bestiolina non c’è nulla di cui aver paura.
    Hai gli occhi grandi azzurro cielo, hai le prove che che le cose belle accadono, hai la forza e tutti i segni addosso che la dimostrano. Sai vedere quel che conta nel mucchio di attimi che ti travolgono, sai che devi solo allungare la mano e prendere quel che hai intravisto e che ti ha portata ad essere dove sei ora.
    Perché è dove sei adesso che importa. Perché ci saresti arrivata comunque, perché non puoi contrastare qualcosa che non riesci bene ad afferrare, perché è la che vuoi andare e bene o male è proprio quella la tua direzione.
    Non giusta, non sbagliata, la tua.
    Sento il profumo della tua felicità.
    Lo so, lo sai anche tu che certe cose tendono a ripresentarsi sempre uguali, nel medesimo modo, con le medesime scene, ma sei tu ad essere diversa in ogni déjà vu, te ne rendi conto solo ora.
    Io dico lascia che sia. Io dico che la cosa più importante di tutte è il profumo della tua felicità. Non lo indossi quasi mai, e spesso lasci che sia solo per te, ma non hai idea di quanto possa essere coinvolgente sentirlo e lasciarsi toccare per un momento.
    Dovresti sempre guardare in quel modo particolare, tuo, e lasciare che anche altri sentano quel profumo.
    Non smettere di guardare, non smettere di cercare. Non smettere.

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  24. L’assenza di senso di colpa mi induce a pensare di essermi comportata nel modo giusto. Giusto per me, certo, dannoso per altri, forse.
    Sono convinta che se due persone sono sedute attorno ad un tavolo molto ingombrante, ma una delle due fa finta, o non riesce a vederlo, beh, allora il problema è di quella persona. Non del tavolo, non di chi lo vede come oggetto voluminoso e solido posto nel bel mezzo della stanza. E visto che quel maledetto, enorme tavolo ultimamente mi ha impedito liberi movimenti e pensieri, non potendolo scavalcare, o aggirare in alcun modo per arrivare dall’altra parte, ho cambiato direzione.
    Ho lasciato il tavolo la dov’era e me ne sono andata.
    Voltandomi, ho sentito dietro la schiena un piccolo pugnale, appena affilato, lanciato da mani che credevano di essere nel giusto, ma non potendo apertamente parlare a chi non capisce, letteralmente non concepisce la presenza soffocante di tutto quel legno massello, ho fatto l’unica cosa che potevo fare.
    E in questa nuova stanza respiro.
    Conosco me stessa, conosco la mia indipendenza, ho sempre fatto fatica a tenerla sotto controllo fino a quando non ho capito che è la cosa più preziosa che possiedo.
    L’assenza di senso di colpa mi induce a pensare, forse troppo presuntuosamente, di non avere colpa.
    Quello che so dell’amicizia è questo: come l’amore, da sola non basta.

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  25. …e niente, ho finito le matite. E pure i temperini.
    La carta. Tutta. Anche gli scontrini.
    La carta igienica no, dai, quella no, è degradante come supporto creativo.
    Si è fusa la plastica delle bic, l’inchiostro si è liquefatto ed è evaporato.
    Ho finito pure i carboncini.
    (Bugia, quelli non li ho mai avuti)
    Ho cremato i pastelli, le tempere e gli acquerelli.
    Ho terminato pure la fantasia.
    Ma coi rimaneggiamenti della realtà vado ancora forte.
    Ecco il mio bicchiere mezzo pieno.

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  26. Sguazzo nel mojito.
    M’agito nello sbagliato.
    Ma ho la tendenza ad annegare in un bicchier d’acqua.
    Ho mai confessato che mi piace cantare a squarciagola in macchina?
    L’altro giorno stavo tornando dal super e per radio hanno passato macho man.
    Io e mezzo chilometro di statale ce la stavamo godendo quando, ad un tratto, mi sono resa conto che:
    il fatto di vivere la parte distopica di questa linea temporale è una cosa su cui non ho potere (ma sarebbe un po come credere che le utopie sono possibili!),
    Apocalips ha ragione quando dice che ci va anche un po di culo,
    Ho dimenticato il riso per fare il risotto.
    Così torno indietro e compro quello che manca.
    La sera, cucinando, ripiombo nello Sconforto Cosmico e penso a vari modi in cui sigillarmi in casa per l’eternità. Alcuni dei quali comprendono anche l’assenza di tonnellate di snack ipercalorici al fine di immaginare la possibilità di mettermi seriamente a dieta. Ma poi ho scovato in un cantrino della dispensa una bottiglia di rum e con la scusa di condirci le fragole non sono più stata capace di riordinare i pensieri.
    Però ho galleggiato tutta la sera beatamente.

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  27. Io ci provo, davvero, ci provo a scrivere qualcosa di sensato, ma niente, non esce niente. C’è gattostefano che canta oh bambina, bambina / è un mondo selvaggio; sono ferma in uno squallido parcheggio con la prospettiva di fare shopping di materiali di cancelleria e non riesco a pensare a niente. Da giorni. Settimane.
    Il Vuoto si è impossessato di me.
    Neppure la triste storia di Emma Bovary mi lascia qualcosa addosso, solo una vaga sensazione di déjà vu, una sorta di colore interiore che so di aver già visto prima, ma che non riesco bene ad afferrare. Scivola via.
    C’è un uomo che sta cercando cose nel cassonetto qui vicino, lo guardo, mi guarda, e me ne vado.
    Sono piena di quaderni e penne. E non ho nulla da dire.

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    • Non è indispensabile scrivere post e aver qualcosa da dire. Io mi nutro del sapere degli altri e come il cuculo approfitto dei blog altrui per partorire le mie minchiate. Un parassita del web.

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  28. LUPO DINO!

    Noi si mangiava il risotto giallo con la salsiccia, anzi, con la salciccia, la peperonata, gli gnocchi fatti in casa con il ragù, il coniglio con le patate, gli agnolotti nel vino, il fritto misto con le pesche, gli amaretti, il cervello e i friciulin di semolino. C’era la giardiniera come antipasto, l’insalata russa, il salame cotto. I grissini, il pane, il vino rosso nelle bottiglie con la paglia. C’era prezzemolo dappertutto, persino un mazzetto infilato un po a forza nella mia maglietta di bambina, perché sarebbe servito a combattere il mal d’auto nel viaggio di ritorno.
    Senza dubbio è l’unico rimedio popolare che non abbia mai funzionato.
    Per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare i dolci. Mi vengono in mente le grosse pesche col ricciolo di crema al burro verde acqua, ma sono un’altra cosa, appartengono a un altro posto. Non ricordo i dolci. Non ricordo le stanze al piano di sopra. Non ricordo l’odore che c’era in cucina. Nell’altra cucina, quella principale.
    Ricordo il grande lavello di marmo e le braccia di mia nonna che sciacquavano stoviglie. La sua gonna di tela blu. La stalla che era una cantina, piena di cose misteriose e vecchie e paglia e divieti a entrare senza adulti. Una scala verde di muschio, scivolosa e paurosa e scura e ripida e anche senza divieti non mi sarei mai sognata di scenderla. Non ero tipo da avventure!
    Il trattore nel cortile, le macchine parcheggiate sotto la tettoia. L’orto sul retro. I gradini alti, sempre un po in penombra anche in pieno giorno. Muri spessi e freddi e lenzuola da stendere sui letti per non sgualcire le coperte.
    Ahhh, le sedie sdraio con i fili di plastica colorati! Il cancello a losanghe, marrone, i vicini che salutano e chiedono notizie. Nomi di gente che è già morta da tempo.
    Ricordo il Lupo Dino! Il cappello da alpino sul mobile in sala.
    E tutto sta cominciando a sovrapporsi e mescolarsi, anni e oggetti, le case in cui sono stipati i miei ricordi non esistono più; ho deciso di lasciare un po’ di roba qui per essere sicura che non vada persa e per non tornarci più.

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  29. Se non è disfunzionale, allora cos’è.
    Se essere mediamente attenti nelle questioni pratiche come prenotare la revisione della macchina, accantonare i soldi per l’assicurazione, stirare il solito paio di jeans per l’indomani è indicativo di equilibrio, dove sta l’alterazione?
    Perché l’abulia c’è (indolenza, pigrizia, accidia), e non so più come nasconderla nemmeno ai miei occhi, è diventata talmente grande che mi stupisco di essere ancora capace di saper risolvere queste piccole incombenze concrete. Le bollette, l’affitto, la spesa. Lavare la macchina una volta al mese, passare l’aspirapolvere, comprare la frutta.
    Fin qui è tutto facile. Il resto me lo nego.
    Non tutto, non sempre.
    [omissis]
    Come sarà fra dieci anni? Fra cinque?
    Chi può dirlo, adesso vado a abbracciare il cuscino.

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  30. Le coppie.
    Sono dappertutto, invadono ogni centimetro quadrato.
    Sono belle, sono brutte, loquaci, taciturne, metà e metà.
    Coppie fisse, saltuarie, in stand by.
    Coppie che vogliono figli, case, giardini, caminetti. Vedo abbracci, carezze, sguardi d’intesa, mani che si cercano.
    Tecnicamente io recito al parte della scolatura di cera di candela stearica, volgarmente conosciuta come reggere il moccolo, ma sembra quasi di no. È innegabile il numero dispari di sedie e bicchieri, ma sette è un bel numero per una cena.
    Il mio personaggio è stato un po limato e smussato, divertente si, ma senza cadere in eccessi; alcolico, certo, ma il negroni è sbagliato e il secondo giro è un aperol con un po di spumante. Sto sul pezzo, sono l’amica single di tutti gli accoppiati.
    Ex sfattoni sulla retta via, proprio quelli che vogliono i figli, la macchina, il posto fisso, solo una cannetta al sabato sera, e neanche tutti i sabati.
    I bravi ragazzi, quelli che la cannetta non se la sono mai fumata, quelli che fanno un paio d’ore in più al lavoro perché è giusto farlo, che fanno shopping, mangiano sano e vanno in palestra.
    Due giovani. Più giovani degli altri, alla prima esperienza di “coppia seria”, che vanno via un po prima per rotolarsi sotto le coperte.
    E poi ci sono io, che torno a casa per scrivere un altra delle mie imperdibili minchiate, che un po ci rimango male se mi dici che non le capisci, che un po non me ne frega niente, vero, ma tant’è.
    Anche io vado a rotolarmi sotto le coperte, leggo la Strout, e penso che sta storia delle coppie è un po sopravvalutata, forse si è forse no, ma tant’è.
    Che vogliamo fare, Fren?
    Spegni la luce e dormi, che è meglio.

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  31. In due è amore, in tre è una festa.
    Di più si fa confusione.
    Da soli è autarchico, quasi fiero. Ma è un po come il dilemma dell’albero che cade in una foresta disabitata. Se nessuno sente, il rumore esiste?

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  32. Secondo lei, di che cosa avrebbe bisogno per stare bene?
    Vede, Slutsky, io due o tre idee le avrei, ma faccio l’impiegata alle poste, sa com’è, non sono ricca di famiglia, ho solo un diploma in ragioneria, neppure tanto sofferto, non mi piacciono mai come mi stanno i vestiti che mi provo nei negozi, ho una Magica Pillolina nella borsa che per fare effetto ci mette mesi, ho amici e parenti che mi vogliono bene, ma sono più nevrotica di Woody Allen e sicuramente faccio molto meno sesso di Woody Allen.
    Quindi, Slutsky, credo che parlare un po’ mi farebbe bene. Io parlo, e lei cerca di incastrare i pezzi. Sono sicura che ne verrà fuori uno di quei quadri post moderni che vanno tanto di moda.

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  33. C’ero quasi.
    Sono partita col famiglio, direzione: avanti dritta per due ore.
    Al solito, la belva si è posata placida sul sedile posteriore senza farsi notare. È la sua specialità, non ingombra. Il mio esatto opposto. Mi fermo, lo guardo nello specchietto retrovisore e faccio inversione. Torno indietro. Due ore e sono a casa. Lascio il mio cagnone al sicuro, e ci riprovo.
    Direzione: dieci minuti, linea retta. Cedo al primo bar aperto, vorrei un doppio negroni, ordino una cioccolata calda. Con panna. Cerco di non morsicare nessuno, mi nascondo sotto occhiali da sole esageratamente grandi, ma so benissimo che mi vedono lo stesso. Mai stata capace di sparire, confondermi o mimetizzarmi.
    Di scappare.
    Altri dieci minuti, sono sotto il terrazzo. Sento abbaiare di gioia. Salgo in macchina e ci riprovo.
    ~Dove sei, ci vediamo?~
    Tempestivo sms.
    Ferma, di nuovo.
    Stavolta il negroni non me lo leva nessuno. Almeno l’umore migliora. Credo.
    Sono più tipo: masì, mavaffanculo, machissenefrega. Col sorrisone stupido da superalcolico e un contorcimento viscerale di cioccolato, gin e stuzzichini da discount.
    Mai imparato a bere bene, a non confondere emozioni, cibo spazzatura e giramenti di palle. Mi passa tutto attraverso lo stomaco, si pianta li e non esiste citrosodina che faccia digerire abbastanza in fretta; si sedimenta. Ho la pancia cicciona e il fegato grosso così e sputo bile al primo che incrocia il mio sguardo e non so come svuotarmi e penso che finirò come il grassone di Seven. Morta di cibo e incazzata, enorme e rancorosa e ingenua e stupida e innamorata e sola e madò che skazzo.
    Tornare, tornerei anche. Ma non mi sopporto nemmeno da sola.

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  34. UN MATTO

    …passerai la vita a scusarti per come sei, per come ragioni, o non ragioni, per come reagisci, per il modo in cui la tua paura si manifesta così ferocemente, per come opprimi gli altri col tuo senso di colpa. Finirai, sempre, col chiedere scusa per il tuo dienneà, calcolando incessantemente, ossessivamente, quanta parte sia colpa tua e quanto possa sul serio essere uno scherzo della genetica. Vomiterai bile sul tuo prossimo a ogni risposta vagamente pungente, ti costringerai fra quattro mura per non sentirti troppo pesante, per non ingombrare le vite degli altri già troppo dense di cose.
    Piangerai -se sarai fortunato- e ti svuoterai, e cercherai di farlo solo nella tua testa, ma perderai il senso del tatto, non sentirai più sotto le dita quel confine che dovrebbe mantenere intime le tue sensazioni, i tuoi sproloqui, le tue personalissime inquietudini. E andrai in giro a sbrodolare egoismo superficialità fragilità sul primo che trovi. E quel poveraccio sarà qualcuno che ne soffrirà, perché tu sei troppo codardo e incapace di razionalizzare. Drammatizzerai. E non sarai più capace di ridimensionare.
    Vorrai solo, a un certo punto, sentirti leggero. Ma leggero per davvero. Vorrai una bacchetta magica per far sì che tutti ti sentano leggero.
    Non stupido, non ingombrante, non plateale, non ignorante, non incapace, non codardo, non egoista, non sbagliato, non.
    Leggero.
    Cos’è cambiato? Niente. Proprio niente.

    “Tu prova ad avere un mondo nel cuore
    e non riesci a esprimerlo con le parole.
    Gli altri sognan se stessi
    e tu sogni di loro”

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  35. Roba da venerdì sera.
    In casa.
    Col pigiama di pile rimboccato nei calzettoni, tisana allo zenzero e cane acciambellato sulla coperta.
    Di quelle sere che alle 21, massimo 21:30 vai a dormire con lo scaldaletto alla massima potenza, con un buon libro e l’aroma di cannella che ancora si sente.
    Toda joia.

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  36. All’inizio era per me.
    E adesso?

    I couldn’t help but ask
    for you to say it all again.
    I tried to write it down
    but I could never find a pen.
    I’d give anything to hear
    You say it one more time,
    that the universe was made
    just to be seen by my eyes.

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  37. Una famiglia è un posto in cui le anime vengono a contatto tra loro. Se si amano a vicenda, la casa sarà bella come un giardino di fiori. Ma se le anime perdono l’armonia tra loro, sarà come se una tempesta avesse distrutto quel giardino.

    (Buddha)

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