CARO DIARIO

La Giulia e la Simo sono partite per niuiork.
Io, oggi, ho comprato un pentolino per il latte al Bennet qui vicino.
La Giulia ha postato una foto su feisbuk e ha messo una didascalia tipo: dopo il moma, un po di neve sui tetti di niuiork. (Foto di veri tetti niuiorkesi velati da bianca coltre assolutamente in tema prefestività; io, molto invidiosa).
L’altra sera la mia amica Poppi ha fatto gli arancini di riso, io mi sono fatta un selfie con gli arancini e ho postato su feisbuk un commento tipo: Dio esiste e tocca i nostri cuori attraverso il riso al ragù, la mozzarella e un’attenta e sapiente frittura asciutta, croccante e con un ripieno filante.
La Ste aspetta un bambino. Anzi, una bambina. Potrebbe essere altrimenti?
Mery si commuove per il piccolo pensiero che suo figlio le ha lasciato sul comodino perché troppo timido per metterlo nelle mani di sua madre guardandola negli occhi.
Stamattina un signore mi ha chiesto se potevo prestargli una penna. Gli ho detto: NO! VOIALTRI ME LE RUBATE TUTTE! (Io, molto seria e pronta a difendere le mie ragioni, il signore, invece, calmo e pacato, una cosa che non so più come si fa). Lo guardo un po in cagnesco, lui mi guarda un po’ come un san bernardo guarderebbe una palla di neve. Sono istanti decisivi. Poi scoppiamo a ridere entrambi come se fosse la cosa più naturale del mondo, gli presto la penna e lui mi offre il caffè. O meglio, mi lascia dieci centesimi che scambia probabilmente per un euro e mi dice che posso andare al bar a prendermi il caffè. Mi sorride, gli balla un po la dentiera, si rimette il cappello sulle ventitre e con il suo bastone da passeggio si dirige verso l’uscita. Tempo stimato di percorrenza bancone ufficio-porta d’ingresso dodici minuti e trenta secondi. Ma almeno mi ha fatto tornare il mio solito, fantastico, brillantissimo, fenomenale e contagioso buonumore.
E ho già comprato tutti i regali di Natale.
Non è che potrei avere la tredicesima un pochino prima del solito? Domani andrebbe bene, grazie.

USCIRE E SOCIALIZZARE

E se mi avesse presa per il culo?
Voglio dire, se lui mi stesse prendendo in giro e io non me ne accorgessi, andrebbe bene, no? Io non lo saprei, e non mi sentirei presa in giro. Quindi, bene. Cioè, non bene, lui sarebbe uno stronzo, ma finché non lo sgamo, andrebbe tutto bene. Si? Perché io ho la precisa sensazione che non mi stesse prendendo per il culo. Non dico che ci metterei la mano sul fuoco, ma sono abbastanza convinta da poterci ricamare un po su, sono le tre di notte e mi rigiro in testa questo pensiero senza capo ne coda e non posso fare a meno di abbellire un po un abbraccio richiesto come saluto e una stretta che ho considerato un po più affettuosa di quanto mi aspettassi, mentre le sue le mani cercavano il mio collo e il suo volto era così vicino al mio credo di aver chiuso gli occhi, ma spero di non averlo fatto per davvero, nel momento in cui le sue guance hanno sfiorato le mie, sempre con le mani a cingermi il collo, ho sentito le sue labbra che mi lasciavano addosso, tra il mio orecchio e la mia bocca, un bacio leggero e denso e affettuoso ed è esattamente per questo motivo che non riesco a prendere sonno.
Perché sono conscia del fatto che questi miei pensieri siano orrendamente adolescenziali, ma non riesco a fare a meno di immaginare un’altro incontro e un altro abbraccio.
Karma permettendo.

Ah, nella trasposizione immaginifica che le mie sinapsi cerebrali mi stanno riservando, non è mai presente, per ovvi motivi, la
fidanzata-di-poche-parole del tipo che mi ha abbracciata così bene.

SCRIFO

Questo è un momento molto schifo.
Così, scrivo.
E quello che vien fuori è un perfetto equilibrio tra
~scrivo~
e
~schifo~
che traduco con
~scrifo~
Si capisce, no?

E poi vorrei dire del Cervino e di quelli che si porta via come fossero pedine di una scacchiera, di quelli che stanno in un letto d’ospedale, lontani da casa, che non sono nemmeno coscienti e i parenti e gli amici non sanno più quello che devono pensare, e non lo so nemmeno io cosa si dice in questi casi. Mi viene solo da pensare che il Cervino è grande e grosso e possente, ma qualcuno lo risparmia, e io spero che quel qualcuno sia tu. In bocca al lupo, e torna presto.

Devo capire se un’amico, d’improvviso, può non essere più un’amico. Ancora una volta nella mia vita mi trovo davanti a questa cosa impossibile da definire. L’affetto esiste ancora, e non credo che se ne andrà mai, ma l’amico, invece, non c’è più.
Non è giusto.
Così scrifo, continuo a farlo, tanto mi sfogo anche se non vado da nessuna parte, anche se neanche gli altri vanno da nessuna parte.
Un’amico mi ha chiesto del futuro e io non so dire niente del futuro. Immaginare la mia vita da qui al mese prossimo è già un’impresa, non mi ci metto neanche a inventarmi quello che potrebbe essere, mi fa troppa paura, nel bene e nel male.
Non riesco a stare legata a nulla e nessuno, e nessuno e niente riesce ad attecchirmi addosso.
Cercare di trovare in me il ~volermi bene~ è difficile.
Lo è per tutti, e a tratti ci si lascia un po andare, e in questi momenti non riesco ad essere leggera e semplice e solare.
Il futuro, per me, è troppo grosso, è ingestibile. È troppo pieno. Niente futuro, niente come sarà o come dovrebbe essere o come vorrei che fosse. Faccio i conti giorno per giorno, solo dirlo a voce alta mi fa già stare meglio. Conta solo l’adesso.
E poi mi mancano gli amici. Quelli che credevo che conoscersi fosse una cosa da fare insieme, quelli che cambiano opinione e atteggiamento perché non si fanno sempre andare tutto bene per forza, quelli che anche se rimangono più in superficie riescono comunque a sorridere con gli occhi.
Ho la forza, ho la fiducia, ma mi manca qualcosa che adesso non c’è.
Pazienza, sono comunque felice.
Scrifo.
E adesso mi faccio una doccia e stasera mi vado a mangiare i pesci alla griglia con le mie amiche.

NON SARÀ MICA CHE MI PRENDO TROPPO SUL SERIO

Una non si veste da donna, solo jeans e polo e scarpe da ginnastica; una non si trucca, nemmeno un po di mascara, o lo smalto sulle unghie; una dice sempre parolacce, cerca sempre di essere al centro dell’attenzione, battuta pronta e di solito con un doppio senso volgare; una sa di aver ereditato i tratti del viso dalla madre, e sa quanto fosse bella sua madre, prima di essersi lasciata andare, prima di tutto quello che le è franato addosso, e sa di essere bella a sua volta perché un tratto è innegabile, perché una fascia da miss è innegabile, e maledice l’universo e chiunque nel raggio di chilometri per non aver accesso a quella foto che ritrae sua madre con la fascia, e a tutte le altre foto, le foto della sua famiglia; una cerca di sorridere, di far buon viso a cattivo gioco, e cerca sempre di contare fino a dieci, o almeno fino a tre, prima di sbottare e di investire come un treno merci qualunque cosa incontri sul suo cammino; una cerca di andare avanti, di capire qual’è il passo successivo al perdono, prova a spiegarsi perché non è bastato, spesso non basta, aver perdonato; una si aspetta molte cose e sa perfettamente che deve solo muovere il culo dal divano e andarsele a prendere; una non capisce che a volte ci vuol leggerezza nelle parole, che non sempre tutto è così importante anche per gli altri, che non è con una parola che arriva o meno che si può capire il senso di tutta una frase, di un discorso più ampio che solo il tempo può decidere dove porterà e se porterà da qualche parte; una crede che tiri più un pelo di fica che un carro di buoi e nello stesso tempo spera sempre che non sia così, ed è puntualmente smentita; una si fa un sacco di film, lavora di immaginazione manco fosse una scenografa di sogni, e poi finisce sempre che ci crede, almeno un po, e le facciate non le conta più, che un segno, una cicatrice su un’altra cicatrice, da lontano, sembra sempre una sola cicatrice; una conta un solo amico, una sola persona che da amicizia, col suo modo di essere amico, senza chiedere nulla in cambio, mai; una rimane sempre un po appesa alle parole che legge, e queste parole la contagiano per giorni, le assorbe e le respira quasi fossero vitali; una crede ancora nell’onestà delle sensazioni, crede che si debba essere coraggiosi e provare le cose che si provano fino in fondo, senza adattare gli stati d’animo ad ogni cambio di scenografia; una crede che siano tutti sempre onesti, sinceri, trasparenti; una si è mangiata una fettona di torta con le pesche e la panna e non si è sentita neppure in colpa, e ha capito che questa assenza di colpa è punizione e tristezza; una pensa che sta investendo un po troppo di se stessa, qua dentro.
Una, adesso, si fionda sotto le coperte, sotto il piumone per la precisione, perché siamo al ventotto di maggio è fa un freddo indecente, e si sente sola e vuota e stupida per aver parlato di se in terza persona e per non aver avuto cuore di dire ciò che pensava a quella certa persona, in quel preciso momento, solo per la paura di poterla perdere.

L’AMORE MI FA MOLTO MOLTO RIDERE

Ho un indice di massa corporea terrificante.
Avete presente, peso per altezza per il cubo di stocazzo…ci sono anche dei siti apposta che lo calcolano per chi come me non è in grado di fare due più due senza contare con le dita.
Ma nonostante questo, sono sempre quella che si ferma a ballare in mezzo alla strada quando sento una musica che mi piace.
Tipo Caterina Caselli.
Nel senso che oggi al bar, ad un certo punto, hanno sparato i’m a believer nella versione degli Smash Mouth e a me è venuta in mente Caterina Caselli che balla in quel suo video del sessantasette, con il suo taglio di capelli molto anni sessanta e tutte le sue pose sempre molto anni sessanta, e mi sono messa a ballare nel dehor del bar davanti alle mie amiche sbigottite. E pure i clienti erano un po sbigottiti, ma siccome non me ne è mai fregato una cippa dello sbigottimento altrui, io ballavo, all’aperto, e cantavo.
E fanculo pure all’indice di massa corporea.
Mi sentivo felice e bella.
Che non è proprio come esserlo, bella, ma mi ci sentivo.
M’immagino se lo fossi davvero, bella.
E mentre ballo, bella come sono, la gente che mi guarda non rimane così sbigottita, forse un po divertita, ma di certo non così sbigottita.
Che forse lo erano più per il fatto che somigliavo ad una pazza che balla in un dehor all’aperto cantando Caterina Caselli sugli Smash Mouth, ma tant’è.
Amiche mie, ballate.
Siamo tutte bellissime, quando lo facciamo.
Sopratutto quando lo facciamo per noi stesse.
E non importa se siamo stonate, è solo più divertente.
Quindi, una sera di queste si va a ballare, sapevatelo.
E fanculo pure alle vampire degli affetti, esseri egoisti che ti succhiano via la vita, regalando in cambio frustrazioni, problemi che non esistono, e chili di troppo, fanculo a chi non gliene frega un cazzo di cose che considerano stronzate ma che per me sono importanti, perché non capiscono, e non ci mettono la testa per farlo, perché la tengono già occupata nelle loro di stronzate, fanculo alle donne che trattano male le altre donne, alle donne che abusano del proprio potere calpestando altre donne, alle donne che si vendono per così poco, solo per avere in cambio potere che usano per svilire e prevaricare altre donne. Queste sono donne che non sanno, o hanno dimenticato, come sia bello essere una donna.
Fanculo alle donne che credono che prostrandosi e compiacendo sessualmente un uomo possano trovare la felicità e rendere felice un uomo. Fanculo alle donne che credono si debba essere delle troie per tenersi un uomo. Con tutto il rispetto per chi si prostituisce per bisogno o per passione. Le puttane si schiferebbero di certe donne.
E comunque, l’amore mi fa molto molto ridere, che è la cosa più bella del mondo.

PER AVERE COSE MAI AVUTE BISOGNA FARE COSE MAI FATTE

Partendo dal presupposto che non te ne fotte una mazza, potrei dirti che:

~bevo la sera quando esco con gli amici
~faccio uso di tetraidrocannabinolo saltuariamente anche senza la presenza di amici
~mi stanno sul cazzo i bambini che frignano ogni tre secondi, li chiuderei in casa fino alla maggiore età, ed anche allora, al diciottesimo, dovrebbero passare svariati test psicologici prima di poter mettere piede nel mondo reale
~mi piace il gelato solo se c’è un quintale di panna dentro, fuori e dappertutto
~vado matta per le polpette al sugo
~mi piace scrivere mentre sono a tavola a mangiare e me sbatto se non è educato
~metto scarpe di colori diversi
~mi pettino solo quando mi ricordo dove ho lasciato la spazzola
~ho un sacco di libri di ricette e non so fare niente in cucina, al massimo un risottino se m’impegno molto e se ne vale la pena
~scrivo i miei appuntamenti su qualunque foglietto, pezzo di carta o post-it mi capiti sotto mano nonostante compri agende come se non ci fosse un domani
~sono lunatica come un dobermann quando comincia a schiumare, per via di quella leggenda che hanno il cervello troppo grosso rispetto alla scatola cranica, invece è tutto vero
~mi fanno schifo le zucchine bollite, ma quelle fanno schifo a tutti
~se non dormo almeno otto ore per notte qualcuno passerà una brutta giornata
~mi mancano persone che non ho mai incontrato; è come quando leggi un post e credi di conoscere la persona che lo ha scritto, perché ne ha scritti tanti e allora inizi a pensare che sai com’è fatta quella persona, credi di poter assorbire tutto quello che c’è da sapere attraverso quello che decide di lasciare qui, anche se è solo un post, magari un’episodio, un’aneddoto, una battuta, un ricordo, ma niente, sei lo stesso convinta di conoscerlo/a e -addirittura- di essere importante per chi lo ha scritto, per quel che conta qui su wordpress, ma niente, mi mancano lo stesso, mi mancano molto
~ e come chicca finale, senti questa, credo di essermi…
Che poi sarebbe un po come cercare di capire se ho davvero fame tutte le volte che mangio. Quasi impossibile

È tutta una questione di punteggiatura.

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“Fra, non te lo dico più, alzati da quel cazzo di divano e fa quello che devi fare”

“Allora non hai capito un cazzo”

CHE PECCATO CHE PECCATO

Chi ha perso la speranza e la voglia di credere che la felicità può esistere, ora si ritrova legato ad un’amore che non credeva possibile.

Chi ha perso la fiducia nel futuro e si rende conto che non è per niente come lo immaginavamo da ragazzi, si concentra sui ricordi del passato, come antidoto al troppo dolore che è costretto a digerire ogni giorno.

Chi riempie le proprie settimane con decine di impegni perché vivere acquista significato solo in questo modo, arriva alla fine della giornata chiedendosi perché l’unica cosa che realmente da significato a tutto quanto sia così delicata e potente insieme da far dubitare della reale importanza del resto.

Chi ha fatto del cinismo un manto sgargiante che si porta addosso con malcelato orgoglio, finisce per ricercare una sorta di serenità scrivendo dell’amore che ha provato un tempo e che ora deprezza così ostentatamente.

Chi non riesce a godere di un sogno d’amore che fa risvegliare la mattina dopo fra lenzuola umide, arriva prima o poi a darsi ragioni più o meno plausibili sul perché l’amore sarebbe così sopravvalutato.
Magari finisce per cercare un’amore più asettico e impersonale, in un video porno o in una notte di sesso a pagamento. O in qualche relazione occasionale i cui presupposti sono basati solo sul sesso. Perché così è più facile. Forse. O forse, ad un certo punto, si arriva davvero a credere che l’amore è proprio sopravvalutato.

Chi vive solo per molti anni, finisce per aver paura di lasciarsi andare con un’altro essere umano, perché se ci si lascia andare e poi non funziona, non si è ricambiati, quello che rimane è un’angoscia ancora più dolorosa della speranza d’amore. Si finisce per chiedersi se il gioco vale la candela. Questo, dopo un tot di delusioni. Si, ma quante, esattamente, non saprei dire. Perché qualunque cosa si voglia dire, la speranza, a volte, è davvero tenace.

Io sono esattamente divisa a metà fra vetrocolato e me stessa e non so se sia un bene o un male. E non so più se sono vetrocolato oppure io, se ad un certo punto mi sono fusa in lei o lei si è discosta da me per emergere.
Le cose che vorrei sono molte, ma più di tutto vorrei poter pensare solo a me stessa e a quello che mi serve ora.
Non pensare, fare.
Eppure, non riesco a concentrarmi, lascio sempre che vada tutto in vacca, me ne frego e sopravvivo lamentandomi invece di reagire.
Che gran testadicazzo.

CORBEZZOLI! O DELL’AVVERSIONE GIUSTA ET SACROSANTA ALLA VOLGARE ET PROMISCUA ET DEMONIACA ABITUDINE DI DECLAMAR VOLGARMENTE

    A voi
    sensibile cuore
    che si sconvolge
    all’udir parola men che casta e pura,
    dolce fanciulla leggiadra
    e imbellettata
    vestita a festa
    anche per andar
    a gettar la spazzatura,
    nobile anima
    e audace pensiero
    fanno parte della vostra natura.

    Che i miei versi possano esservi
    coperta per la fredda sera,
    alacremente intesso trame
    con disegni che distolgano
    la mente vostra
    da questa infinita galera.

    Vedo la calma
    posarsi sui vostri occhi,
    finalmente riposate
    le vostre stanche orecchie
    dal parlar del volgo
    buono solo
    per barboni e pidocchi.

    A voi.
    Mai vi raggiunga
    lemma men che lieto,
    parole note
    di felicità e sorrisi
    insomma
    nulla
    che somigli
    al rumor
    di un peto.

    Con profondissima cura dedico questi miserrimi versi a tutte le leggiadre et pulcherrime fanciulle et ai casti et puri uomini che solcano codeste strade che ho il profondo et davvero immeritato onore di calpestare me medesima.
    Ho l’ardire di sconfiggere la parlata grottesca et demoniaca che sporca bocche et lingue, et che deforma i volti di molti dei nostri giovanetti et giovanette dicasi “moderni”, con queste mie poche rime, davvero indegne dell’attenzione dell’occhi vostri, sí casti et limpidi come rugiada posata sul primo bocciuolo del mattino.
    Et ho la spudoratezza di sottoporre alle beltà vostre questo mio scritto, con la buona speranza che esso possa rendere omaggio alle vostre opulente bellezze di sguardo et d’animi.
    Indegnamente et umilmente,
    serva vostra, vetrocolato.

STELLABBLÙ

“Io ciò 24 anni e mi chiamo Stellabblù
e spero che è giusto che tutti devano avere
la loro possibilità dellamore.
Io tipo 4 o 5 mesi fa o mollato il tipo
e gli amici mánno dato un cane
per il mio compleanno
che era una roba
di tirarmi su la morale.
Che il cane mi ama davvero!
Io ci do le crocchette
e le sgrattáte sotto la panza
e lui fa le scorregge sul divano
e insieme ci vogliamo bene.
Che la vita fa schifo anche la mia come la tua
ma se ci ai un cane diventa più simpatica.
Io coi maschi o chiuso
sono tutti degli stronzi
eppoi uno mi a detto che mi voleva sposare
e io ci o creduto
perché mi aveva portato l’anello fino al lavoro
e si è messo in ginocchio in mezzo allaggente
e poi a camminato da me
con la sua camminatura che mi piace un casino
mi a baciata con la lingua e o detto si.
Eppoi lo visto sbracato tre giorni dopo
con la faccia nelle tette della Betty
e allora vafanculo anche alla Betty.
Grantroia.
Ecco il matrimonio lo distrutto.
Anche col prete ci sono andata a parlare
che cento euro sele’ intascati lo stesso.
E celio’ messi del mio portafoglio
perché lo stronzo
stava ancora nelle tette della Betty.
Che quindi cioè si capisce anche
che io lo’ mollato
lo stronzo.

Il mio tallone da killer
ecchesso’ troppobbuona”
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Grazie a Sanang, Gran Maestro Cazzaro
a Denominazione di Origine Controllata e Garantita,
che a spirato l’insorgenza di questo post.

E a tutti i ragazzi e le ragazze che si sono fatti.
Dicevo, che si sono fatti provinare per il G.F.