USCIRE E SOCIALIZZARE

E se mi avesse presa per il culo?
Voglio dire, se lui mi stesse prendendo in giro e io non me ne accorgessi, andrebbe bene, no? Io non lo saprei, e non mi sentirei presa in giro. Quindi, bene. Cioè, non bene, lui sarebbe uno stronzo, ma finché non lo sgamo, andrebbe tutto bene. Si? Perché io ho la precisa sensazione che non mi stesse prendendo per il culo. Non dico che ci metterei la mano sul fuoco, ma sono abbastanza convinta da poterci ricamare un po su, sono le tre di notte e mi rigiro in testa questo pensiero senza capo ne coda e non posso fare a meno di abbellire un po un abbraccio richiesto come saluto e una stretta che ho considerato un po più affettuosa di quanto mi aspettassi, mentre le sue le mani cercavano il mio collo e il suo volto era così vicino al mio credo di aver chiuso gli occhi, ma spero di non averlo fatto per davvero, nel momento in cui le sue guance hanno sfiorato le mie, sempre con le mani a cingermi il collo, ho sentito le sue labbra che mi lasciavano addosso, tra il mio orecchio e la mia bocca, un bacio leggero e denso e affettuoso ed è esattamente per questo motivo che non riesco a prendere sonno.
Perché sono conscia del fatto che questi miei pensieri siano orrendamente adolescenziali, ma non riesco a fare a meno di immaginare un’altro incontro e un altro abbraccio.
Karma permettendo.

Ah, nella trasposizione immaginifica che le mie sinapsi cerebrali mi stanno riservando, non è mai presente, per ovvi motivi, la
fidanzata-di-poche-parole del tipo che mi ha abbracciata così bene.

FEED YOUR DREAMS

La materia di cui è intessuto un sogno è fibra elastica e malleabile, dilata e comprende tutti i tempi insieme, mescolandoli, espandendoli, assottigliandoli. La fantasia è rifugio e medicamento, i desideri creati dalle sinapsi del cervello addormentato sono benzina che brucia, carburante, veleno e solido appiglio e roccia, anche, che si sgretola sotto i piedi. Nel sogno si creano isole di circostanze inesplorate che diventano rifugio e santuario, che proteggono, sostengono e celebrano la fantasia che non sarebbe altrimenti possibile.
Nel sogno è fattibile la magia che può sconfiggere la paura, nel sogno s’impara a esplorare se stessi e a dare sfogo alle proprie potenzialità. O ci si lascia andare giù, per cadere nei più profondi orridi che non saremmo mai capaci di esplorare con gli occhi aperti.
La fantasia permette al reale di potersi compiere, getta le basi, segna un tracciato che consente all’interiorità di espandersi e all’involucro esterno, fatto di carne e ossa, di non accartocciarsi troppo in fretta su se stesso.
La fantasia dona tempo.
Il tempo che regala un sogno è prezioso e salvifico. Si ha il desiderio di trasportare nero su bianco quello che avviene all’interno del proprio cranio iperattivo e ci si dispera, e ci si angoscia di fronte all’evidente, reale carenza di tempo fisico che non si misura con lo stesso metro con cui si misura il tempo di un sogno.
E la vera dannazione sta nell’imparare a convivere sulla linea di confine sottile e fragile che tiene separati il mondo fisico dal mondo grandioso e interminabile della fantasia.

IL POSTO DEI FUNGHI

Mi fermo e prendo un bel respiro, uno di quelli profondi che cominciano dal naso e riempiono per bene i polmoni per poi uscire dalla bocca. Un respiro che rimbomba nella cassa toracica e scuote il petto e fa vibrare le narici. Aria. Tiepida, profumata, salata.
Quanto conta un momento, quanto dura.
È un’attimo che tende all’infinito, nello spazio di un secondo.
È concentrato di pensieri in incubazione, è somma di potenzialità e consapevolezze, è l’ultimo pezzo del puzzle che s’incastra e conclude il paesaggio. Il mio pezzetto di puzzle è verde di giardino botanico, c’è un angolo di pianta grassa, enorme, che sbuca direttamente dalla pietra, cresce verticalmente rispetto al terreno ed è lucida di linfa e di sole. Verde e giallo e arancio e rosso, odore di sale e di corrente tiepida.
Quando la vita ti offre una svolta, un nuovo incrocio da percorrere, te ne accorgi dai colori che cambiano.
Come quando il fungarolo trova un posto nuovo zeppo di funghi.
Perché i colori sono sempre quei sette, non si scappa, ma le varianti e le combinazioni sono pressoche infinite.
Così il mare non ha dappertutto lo stesso colore, e i posti dei funghi sono sempre diversi uno dall’altro. E anche gli odori. Il mare profuma di sale e di sole e di sabbia calda di giorno, ma se piove c’è tutto un’altro odore. I funghi bagnati sanno di bosco profondo e quando il sole li svela sanno di buono, sanno già di risotto o di sugo per le tagliatelle! Provate a sentire l’odore di un fungo nel bosco, e poi ditemi se non sa di risotto. Di terra, di sentieri, di fatica delle gambe, di acqua piovana.
Se riuscite a percepire quell’odore mentre il fungo è ancora piantato nella terra, vi accorgerete che state vivendo uno di quei momenti che tendono all’infinito.
Il resto non conta più niente. Ci sei solo tu davanti al fungo, o al mare grosso e gonfio di pioggia, e il resto non ha più nessun valore. Non esiste prima e non esiste dopo. A questo punto, se riesci a chiudere gli occhi e rivedere la stessa scena che hai davanti solo immaginandola, hai compreso la cosa più importante di tutte: non conta un cazzo dove vai, conta solo dove sei, e conta saper distinguere tutti gli odori che può avere un fungo.
O il mare grosso.

NON SARÀ MICA CHE MI PRENDO TROPPO SUL SERIO

Una non si veste da donna, solo jeans e polo e scarpe da ginnastica; una non si trucca, nemmeno un po di mascara, o lo smalto sulle unghie; una dice sempre parolacce, cerca sempre di essere al centro dell’attenzione, battuta pronta e di solito con un doppio senso volgare; una sa di aver ereditato i tratti del viso dalla madre, e sa quanto fosse bella sua madre, prima di essersi lasciata andare, prima di tutto quello che le è franato addosso, e sa di essere bella a sua volta perché un tratto è innegabile, perché una fascia da miss è innegabile, e maledice l’universo e chiunque nel raggio di chilometri per non aver accesso a quella foto che ritrae sua madre con la fascia, e a tutte le altre foto, le foto della sua famiglia; una cerca di sorridere, di far buon viso a cattivo gioco, e cerca sempre di contare fino a dieci, o almeno fino a tre, prima di sbottare e di investire come un treno merci qualunque cosa incontri sul suo cammino; una cerca di andare avanti, di capire qual’è il passo successivo al perdono, prova a spiegarsi perché non è bastato, spesso non basta, aver perdonato; una si aspetta molte cose e sa perfettamente che deve solo muovere il culo dal divano e andarsele a prendere; una non capisce che a volte ci vuol leggerezza nelle parole, che non sempre tutto è così importante anche per gli altri, che non è con una parola che arriva o meno che si può capire il senso di tutta una frase, di un discorso più ampio che solo il tempo può decidere dove porterà e se porterà da qualche parte; una crede che tiri più un pelo di fica che un carro di buoi e nello stesso tempo spera sempre che non sia così, ed è puntualmente smentita; una si fa un sacco di film, lavora di immaginazione manco fosse una scenografa di sogni, e poi finisce sempre che ci crede, almeno un po, e le facciate non le conta più, che un segno, una cicatrice su un’altra cicatrice, da lontano, sembra sempre una sola cicatrice; una conta un solo amico, una sola persona che da amicizia, col suo modo di essere amico, senza chiedere nulla in cambio, mai; una rimane sempre un po appesa alle parole che legge, e queste parole la contagiano per giorni, le assorbe e le respira quasi fossero vitali; una crede ancora nell’onestà delle sensazioni, crede che si debba essere coraggiosi e provare le cose che si provano fino in fondo, senza adattare gli stati d’animo ad ogni cambio di scenografia; una crede che siano tutti sempre onesti, sinceri, trasparenti; una si è mangiata una fettona di torta con le pesche e la panna e non si è sentita neppure in colpa, e ha capito che questa assenza di colpa è punizione e tristezza; una pensa che sta investendo un po troppo di se stessa, qua dentro.
Una, adesso, si fionda sotto le coperte, sotto il piumone per la precisione, perché siamo al ventotto di maggio è fa un freddo indecente, e si sente sola e vuota e stupida per aver parlato di se in terza persona e per non aver avuto cuore di dire ciò che pensava a quella certa persona, in quel preciso momento, solo per la paura di poterla perdere.

“LA BELLEZZA DI UNA DONNA È DIRETTAMENTE PROPORZIONALE AL QUADRATO DELLA DISTANZA DA CUI LA SI OSSERVA ED AL CUBO DELLA FREGOLA DELL’OSSERVATORE” LEGGE DI MURPHY

Le donne sono come bottiglie di vetro, fragili ma forti. Sanno essere bianche e trasparenti, opache e piene di venature, scure e insondabili.
Le donne sono occhi e bocca, mani che accarezzano e braccia che sanno cullare. La bellezza delle donne sta nella morbidezza dei fianchi o nella lieve depressione degli ombelichi. Nelle curve dei seni prosperosi, nelle rotondità delle cosce che iniziano a svelarsi in questa stagione. La bellezza delle donne sta nelle gambe magre magre e nelle braccia sottili e arrossate dal primo sole. Nella pelle tesa sulle costole. La bellezza delle donne sta in cento chili come in quaranta, non esiste prova costume che sia veramente necessaria a nessuna donna.
Perché le donne sono belle così come sono.
Perché alle donne basta un filo di amore sulle labbra, una spolverata di dolcezza sulle palpebre, due gocce di sensualità dietro le orecchie e sono pronte per uscire all’aperto e vincere qualsiasi prova cui devono sottoporsi. Qualche volta capita che se lo dimentichino, sia le donne che gli uomini, e allora trovo giusto dire a voce alta che la bellezza non è in una taglia standard.
Certo la bellezza è anche fatta di salute, quando ci si riesce non basta sentirsi bene dentro la propria pelle e ossa o dentro la propria ciccia.
Ma il cibo è molto più che benzina per il corpo.
E non sono in grado di dire come si impara che il cibo non è sostituzione d’affetto, o compensazione.
Il cibo non andrebbe rifiutato o ricercato all’eccesso.
Non so come si faccia, sono la prima a non saper gestire un rapporto sano con il cibo, so solo che l’unica prova costume possibile è quella fra persone che non giudicano la taglia che indossano altri.

Vince chi ha il costume più intonato al colore degli occhi.

L’IDRAULICA DEL CUORE

Se qua dentro posso essere tutto quello che voglio, oggi sono felice.
E non ho mal di denti, ho diecimila euro sul conto corrente, le vacanze prenotate per quest’estate nei fiordi norvegesi che era tutta la vita che ci volevo andare, ho un impianto stereo superlativo della bose, una borsa di braccialini a forma di drago verde sputafuoco, una vespa viola in garage, un abito nero, avvitato e senza spalline, aderente e corto fino al ginocchio, un paio di décolleté rosse tacco dodici per un totale di centoottantasette centimetri di altezza, la tavola apparecchiata per due con le candele accese e la quiche di porri che si scalda dentro al forno.
Se qua dentro posso sentirmi come voglio, oggi sono una gran figa.
Ma proprio una di quelle che fan girare la testa e diventare gli uomini come bambini che sbavano di fronte ad un gelato che non possono avere. Una tipo la Cucinotta o la Bellucci. Una come la Scarlett Johansson, ecco, che se posso scegliere, scelgo mica male.
Se qua dentro posso dire tutto quello che voglio, oggi dico che gli uomini che ho incontrato nella mia vita non hanno capito un cazzo di me. Oppure sono io che non ho capito un cazzo di loro, ma siccome sto a casa mia decido che son loro a non aver capito un cazzo. Dico che non sono per niente una gran figa, ma oggi mi ci sento e poco male che la figura nello specchio e negli occhi della gente non sia la stessa che vedo io. E fanculo agli specchi e alla gente, dico che si dovrebbe andare in giro con una benda sugli occhi perché è il solo modo di conoscere qualcuno. Dico che bisognerebbe azionare il cervello prima di aprire bocca o di inchiostrare una pagina bianca, perché le parole hanno sempre un peso e tanti, quasi tutti, non si rendono conto del danno che hanno il potere di fare. E quelli che pure se ne accorgono, pochi, ma qualcuno se ne accorge, mi fanno solo incazzare ancora di più. Dico che se sento un’altra volta ancora, un’altra volta sola la frase: “io son fatto così, che ci vuoi fare” giuro che esplodo sul posto e incenerisco tutto nel raggi di cento metri.
Ma che cazzo vuol dire che sei fatto così. Che cazzo vuol dire.
(Omissis citazione)
(Perché omettere una citazione. Perché non sono ancora abbastanza dura e pura per citarla, perché sarebbe come sorridere di una cosa per la quale non sono ancora pronta a sorridere, perché mi piace l’idea che in questo momento possiate pensare chissà cosa, perché anche se non la scrivo so sempre di cosa si tratta e non per questo ha meno valore)
Se qua dentro posso essere vetrocolato come voglio, decido di dare la colpa di tutto al cuore, inteso come muscolo cardiaco.
Lui, ha una idraulica tutta sua. Non è possibile definirla meccanica del cuore, perché la meccanica ha un che di poetico che mal si addice al movimento sanguigno e involontario che si compie dentro al petto.
È idraulica del cuore, punto e basta.
Quindi il cuore pompa e fa quello che cazzo vuole.
Fino a quando non finisce la sua corsa stremato.
O fino a quando non ti becchi uno scaramaccino.
O la sfiga.
O fino a quando non ti rompi le palle.
O decide lui o decidi tu.
Certo non vince mai nessuno.
Se qua dentro posso essere me stessa, io sono bella. Che è quello che mi sento stasera.

LA SEDE DEL CUORE

Se quando entri in ufficio la mattina presto e hai solo voglia di un caffè forte e speri che il tempo voli via in un lampo..
Se la macchinetta del caffè è guasta..
Se arriva una collega terrificante che sogni di squartare per poter fare un murales con le sue viscere..
Se ti si avvicina per scroccarti una sigaretta..
Allora si, hai un problema.

Se stai ascoltando Luca Carboni in macchina mentre vaghi senza meta per la provincia, lo stereo a tutto volume, e canti a squarciagola come se non ci fosse un domani e piangi, piangi perché è Carboni a commuoverti..
Allora si, hai un problema.

Se sei felice come un bambino sulle giostre..
Se ridi di gusto alle battute della gente e ti esibisci splendidamente nella parodia di tutti i difetti delle persone che conosci..
Se t’incazzi come Hulk e bestemmi come la buonanima di Germano Mosconi perché ti è caduto il badge nel water dell’ufficio..
Se ancora torni a sorridere perché in fondo la cosa ha un lato comico..
Se poi di nuovo sei incazzato come se ti avessero rapito gli alieni..
E se tutto questo ti capita nel giro di quindici minuti..
Allora si, hai un problema.

Si chiama Sindrome Premestruale Perenne.
Per i maschi, non so.

La Sindrome Premestruale Perenne è una condanna tutta femminile alla volontà ormonale che prende il sopravvento nei momenti meno opportuni e spietatamente ci condanna a colossali figure di merda o abissali sconvolgimenti emotivi quali: lacrime a profusione di fronte a film oggettivamente noiosi, commozione ingiustificata all’ascolto delle canzoni di Luca Carboni, pericolose aritmie cardiache alla sola lettura di pagine che sembrano essere state vergate da penne con inchiostro alla panna cotta tanto sono melense e anche potenzialmente pericolose in quanto rischiano di innalzare troppo repentinamente l’indice glicemico del blogger medio intento alla lettura delle suddette, con conseguenti picchi di innamoramenti cartacei e virtuali, che danno luogo a più o meno dolorose cicatrici estese alla zona della testa, del petto, dello stomaco o del colon, a seconda di dove uno ha posizionato l’organo sensibile più irritabile: il cuore.
E a me, adesso, brucia il culo, fate un po voi.

E siccome è ancora un po irritato..
Pour vous, Luca Carboni.

TUTTO L’AMORE CHE HO

Uscire dall’ufficio e prendere tutta l’aria fresca che si può in un solo respiro e chiudere gli occhi per lasciare fuori quello che non conta, che non è importante.
Il nervosismo e le frustrazioni. La claustrofobia di stare molte ore troppo vicini nella stessa stanza.

Respirando a pieni polmoni calmare i battiti del cuore e aprirsi in un sorriso deciso e beffardo e contrastare l’amarezza del cuore con una semplice domanda:
dove si va a bere stasera?

E si cammina per strade consuete verso i soliti posti e le parole sono leggere e il tempo non è così brutto come stamattina.
Aperitivo e chiacchiere.
Fritto misto e birra, indecisione sul menù da asporto e risate.

Ridiamo e rido anch’io perché ho tanto bisogno di essere felice.

E i gamberetti fritti che si mangiano con tutta la buccia e le zampette, la birra grande che dividiamo, e chiacchiere, tante chiacchiere leggere che sono la cosa più bella di tutta la settimana.

E prima di uscire a bere non lo sapevo che questa era la mia ora d’aria, mi ha colto alla sprovvista, ed è arrivata insieme alla sensazione di tutte le possibilità che ho ancora davanti.
Perché è davanti che bisogna guardare.
E camminare anche, avanti.

Ho dato spazio a tutti gli orizzonti possibili che posso ancora vivere, ho ancora voglia di ricercare la completezza che mi serve, ho ancora bisogno di avere intorno amici che sappiano ridere anche se la somma delle sfighe che ci sono toccate nella vita innalza poderosamente la media di tutte le sfighe patite da altri in quest’universo del cazzo in cui ci tocca vivere.

Ho le mani piene di opportunità e gli occhi pieni d’amore e ho imparato che quando li chiudo l’amore scivola fino alla bocca e si deposita sulle labbra che avrebbero solo bisogno di un bacio per poter contagiare anche altri con questa specie di sostanza zuccherina che lascia in bocca un buon sapore, e nella testa una traccia che è tutta da seguire per vedere dove porta.

Perché no.

Perché non provarci di nuovo.
Finché sono ancora felice voglio mettermi alla prova e vedere fino a dove posso arrivare valicando questo picco fatto di adrenalina e vedere cosa c’è dall’altra parte che mi aspetta.

In fondo, che me ne faccio di tutto l’amore che ho?

È peccato lasciarlo marcire in un cassetto.

Inizia tutto dalla bocca.

Baciami.

Così, per vedere che succede.

È solo un bacio, a volte basta quello.

Si parla troppo, si scrive troppo, si legge troppo.

È tempo rubato ai baci.

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“Ho sempre avuto fame di affetto, io. E mi sarebbe bastato riceverne a piene mani anche solo una volta. Abbastanza da dire: grazie, sono piena, più di così non ce la faccio. Sarebbe bastato una volta, una sola unica volta”
Norwegian Wood
Haruki Murakami

“Può darsi che non sarai mai felice. Perciò non ti resta che danzare, danzare così bene da lasciare tutti a bocca aperta”
Kafka sulla spiaggia
Haruki Murakami

LA BELLEZZA DI MIRIAM

(La perfezione di Miriam e’ nell’esser quasi palindromo.
Il quasi, l’eccesso, -il difetto?- la rendono reale)

Mi hai guardata, e hai visto qualcosa che non ti e’ piaciuto abbastanza da farti fermare, voltare e allungare una mano verso di me.
È una questione di bellezza, certo, e io non ne possiedo abbastanza,
o la giusta misura, quella che ti avrebbe fatto scattare indietro per fermarmi, per trattenermi.
E ha un bel dire, la gente, che quello che conta sono le qualità di una persona e non l’aspetto fisico.
Non è proprio così.
Conta.
Cazzo se conta.
In una maniera differente rispetto a quello che si indossa o a come ci si pettina o se ci si trucca o si preferisce essere acqua e sapone. La bellezza e’ un tratto somatico, un odore, una sfumatura di colore, un difetto, a volte. La mia bellezza, con te, non ha semplicemente funzionato.
E magari stai con la donna che ami perché hai scorto la sua bellezza mentre ti parla di dagherrotipi la mattina presto e la cosa ti manda in fregola in cinque secondi netti.
Oppure, mentre ti strofina il jhonson’s baby shampoo sotto la doccia,
ti declama Hikmet e ti manda in sollucchero in un nano secondo.
Dico così, io non so nulla della sua bellezza. La sua bellezza particolare, che ti ha fatto voltare a suo tempo.
E ti sarai innamorato, forse, dei suoi occhi così profondi o della piega del suo collo che non smetteresti mai di baciare o della sua voce, così sensuale che vorresti poterla incidere su un vinile o racchiudere nel tuo
i-pod per poterla ascoltare di notte, quando sei solo.
Oppure dei suoi capelli, che ti piacciono lunghi, forse, o della sua camminata che fisseresti per ore, delle sue mani che vorresti sempre addosso.
Conta, la bellezza.
Che svanisce, ma ti marchia il suo ricordo dentro e sulla pelle. Vedrai sempre bellezza nella donna che più hai amato e questo non t’impedirà di vederla anche in altre persone, ma la sua, la sua bellezza, sarà sempre la più ricordata, la più commovente immagine che avrai sempre nei tuoi occhi chiusi. Nessuna potrà mai competere. Non importa quanta bellezza ti si svela ogni giorno, sarà sempre e solo la sua bellezza che abiterà il tuo cuore per il resto dei tuoi giorni sulla terra.
Il resto non conta un cazzo.
La sera, tornerai sempre da lei. E poco importa se lei c’è davvero o se un giorno deciderà semplicemente di non aspettarti più. Se la vita ti ha fatto diventare qualcos’altro da quello che eri fino a ieri, se i sentimenti hanno subito oscillazioni pericolose e ci sono distanze forse irrimediabili. Non importa se i problemi della vita incombono e soffocano tutto il resto, non importa se tutto è diventato terribilmente complicato e quasi ti viene voglia di mandare tutto e tutti affanculo.
Ormai sei marchiato, nessuna prenderà tanto posto nel tuo cuore come ha fatto lei.
Ecco perché non ti sei voltato, non sei tornato indietro a prendermi per mano.
Credo ci si possa innamorare solo una volta nella vita.
La volta in cui trovi l’unica bellezza che non immaginavi neanche nei tuoi sogni più grandiosi di poter trovare.

Come Barney quando trova Miriam.

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“Secondo alcuni hai un pessimo carattere, e quando hai alzato un po’ troppo il gomito, come ora – il che fra parentesi non è molto gratificante -, cominci a cercar rogna”.

“Alcuni chi, McIver?”.

“Si dice il peccato ma non il peccatore”.

“Mi sento poco bene. Sto per vomitare”.

“Ce la fai ad arrivare in bagno?”.

“Che disastro”.

“Vuoi…”.

“Devo stendermi”. Mi accompagnò in camera, dove caddi subito in ginocchio e vomitai nella tazza, mollando una scoreggia devastante. Volevo essere sepolto vivo. O fatto a pezzi. Dilaniato da quattro cavalli da tiro. Miriam bagnò un asciugamano, mi pulì la faccia e mi accompagnò fino al letto.

“Che umiliazione”.

“Ssh”.

“Adesso mi odi e non mi vorrai rivedere mai più”.

“Sta’ un po’ zitto” disse. Poi mi passò dì nuovo sulla faccia l’asciugamano umido e mi fece bere un bicchier d’acqua, reggendomi la testa con la sua mano fresca. Decisi che non mi sarei mai più lavato i capelli in vita mia. Mi coricai e rimasi per un po’ a occhi chiusi, sperando che la stanza smettesse di vorticare. “Tra cinque minuti starò benissimo. Ti prego, non andartene”.

“Prova a dormire un po’”.

“Ti amo”.

“Sì, sì, va bene”.

“Ci sposeremo e avremo dieci figli”. Al risveglio, un paio d’ore dopo, la vidi lì in poltrona, le lunghe gambe accavallate, che leggeva Corri, coniglio. Era talmente assorta che rimasi in silenzio, approfittandone per contemplare la sua infinita bellezza. Avrei pianto. Il cuore era come impazzito. Pensai che se in quel preciso istante il tempo si fosse fermato lo avrei trovato giusto. Alla fine dissi: “Lo so che non vorrai vedermi mai più. E non posso darti torto”.

Tratto da: La versione di Barney. Mordecai Richler

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Ti ho sognata

Ti ho sognata
mi sei apparsa sopra i rami
passando vicino alla luna
tra una nuvola e l’altra
andavi, e io ti seguivo
ti fermavi e io mi fermavo,
mi fermavo, e tu ti fermavi,
mi guardavi e io ti guardavo
ti guardavo e tu mi guardavi
poi tutto è finito.

Nazim Hikmet.

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Ciò che ho scritto di noi

Ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
è la mia nostalgia
cresciuta sul ramo inaccessibile
è la mia sete
tirata su dal pozzo dei miei sogni
è il disegno
tracciato su un raggio di sole

ciò che ho scritto di noi è tutta verità
è la tua grazia
cesta colma di frutti rovesciata sull’erba
è la tua assenza
quando divento l’ultima luce all’ultimo angolo della via
è la mia gelosia
quando corro di notte fra i treni con gli occhi bendati
è la mia felicità
fiume soleggiato che irrompe sulle dighe

ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
ciò che ho scritto di noi è tutta verità.

Nazim Hikmet.

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Amo è la parola più pericolosa per il pesce e per l’uomo!
Groucho Marx

L’amore eterno dura tre mesi.
Confucio

È necessario che una donna lasci un segno di se, della propria anima, ad un uomo, perché a fare l’amore siamo brave tutte.
Alda Merini