MOTO IMPERFETTO

È cambiato qualcosa.
Ma sono sempre sulla riga di mezzeria della strada che è solo mia, e nella corsia di sinistra c’è la mia vecchia me, e nella corsia di destra c’è la mia nuova me, e io sto proprio li nel mezzo e con passi piccoli e il minor dispendio possibile di energia proseguo avanti piena di dubbi, qualche certezza e svariate carogne poggiate sulle spalle che mi fanno pericolosamente inclinare ora verso sinistra, ora verso destra, in un’eterno dilemma esistenziale.
Dove cazzo sto andando?
Ma ho imparato che fermarsi è anche peggio, perché andare avanti bisogna.
In questa lenta marcia trovo difficile la gestione del mio tempo, ci sono giorni in cui vorrei un collare bianco, di quelli che mettono ai cani per evitare che si grattino dove non devono, o meglio ancora un paio di paraocchi che impediscono la visone periferica. Come per i cavalli delle carrozze. Per evitare che si distraggano, così proseguono dritti.
E ci sono giorni che il sole è così caldo e luminoso che le zone d’ombra ai lati della riga di mezzeria non si intravedono neppure, e sono i giorni che la gente che mi incontra per strada mi dice che sono raggiante, che così non mi si vede spesso.
Qualcosa è cambiato, questo è certo.
Non so bene di cosa si tratti, ma qualcosa è cambiato.
Nulla di simile ad uno di quegli istanti che ti cambiano la vita. Le cose, qui da me, si corrodono piano e lasciano segni evidenti. Ci si mette un po a capire, vedi il cratere lasciato dalla bomba esplosa, ma non senti né il rumore, né vedi la scia di fumo che ne preannuncia l’arrivo. È come una scena del crimine da ricostruire, a volte ci vogliono anni prima che il quadro sia chiaro. E dopo, una volta che hai messo insieme i pezzi, dopo il suono dell’esplosione non conta più. Ti lasci il cratere sordo alle spalle e vai avanti.
A piccoli passi, come un funambolo sulla riga di mezzeria.
Ma senza rete sotto, se no è troppo facile.

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FERMO IMMAGINE

Colpa della carenza d’alcool nei miei giorni ricchi di fibre e proteine e poveri di grassi aggiunti, una roba che chiamano ~essere a dieta~ io chiudo gli occhi e m’immagino spiagge deserte, musica anni sessanta e ritmo pigro di vacanza. Immagino di essere altrove e chiudo fuori il mondo che continua a girare storto, all’incontrario, mentre io mi godo il mare e un cocktail verdazzurro che sa di anice. Lascio in bozza le invettive, che mi son tornate nelle dita, lascio fuori la distribuzione delle colpe, lascio fuori tutto quanto.
Ci sono solo io e la musica.

PERCHE DUE NON FA TRE

Perché quando devo partire per una gitarella, puntualmente il giorno prima buco una gomma della macchina.

Perché non esistono autostrade che vanno dal punto A al punto B senza tutti quegli svincoli del cazzo che servono solo a far dubitare la gente delle proprie conoscenze geografiche. Anche se mi rendo conto che ogni linea che parte da A e arriva a B, intersecandosi, crea incroci, del cazzo, che fuorviano l’automobilista convinto di dover andare verso Genova per tornare a casa, facendolo materializzare, incredibilmente, a Tortona, ancora chiedendosi se in fondo non fosse poi giusto andare verso Genova, perché casina si trova proprio prima di Genova, allora come mai io seguo la direzione Genova sui cartelli verdi, del cazzo, e arrivo a Tortona? Perché? Provateci un po voi a tornare a casa in direzione, indovinate un po, e ritrovarvi, magicamente, a Tortona. Poi mi dite.

Perché una volta abbandonata l’autostrada in favore della statale, mentre ancora un fondo di dubbio mi lacera, e se avessi fatto bene a proseguire per Genova…mentre tu mi dici, serafica, no no, dovevi uscire prima, mentre mi chiedo ma tu, Mò, dove cazzo guardavi, e tu, invece? mentre smadonno che sembro un portuale e mi attraversa come un lampo il pensiero di legarti fuori, sul portapacchi per il resto del tragitto nel preciso istante in cui ti escono le paroline magiche dalla bocca, Fra, dovevi uscire a quella prima…daicazzo, e non me lo potevi palesare tipo venti chilometri fa?
E in tre, due, uno, dalla radio arriva lui, Giuliano Sangiorgi, e mentre ci guardiamo in faccia scoppiamo a ridere così forte che ci sentono fino a Genova, mentre ridiamo, cantiamo, in fondo sono solo una cinquantina di chilometri di statale, un’avventura! ci siamo noi, e tutto quello che ha reso oggi una giornata indimenticabile.
Perché c’era il piccoletto che non voleva saperne di dormire, c’erano la pasta coi pesci e il fritto di mare, c’erano anche le parole che non vi siete detti, c’era l’otturazione che mi si è incastrata nel cicles, o viceversa, ma chennesò, c’erano la torta, la coca cola e le zanzare c’era la pioggia, ma solo una nuvoletta sulla macchina, e c’eravamo pure noi.
Ti voglio bene, Mò.
E grazie, o magnificentissimo creatore di svincoli autostradali del cazzo.

Perché?
Perché due non fa tre.

L’AMORE MI FA MOLTO MOLTO RIDERE

Ho un indice di massa corporea terrificante.
Avete presente, peso per altezza per il cubo di stocazzo…ci sono anche dei siti apposta che lo calcolano per chi come me non è in grado di fare due più due senza contare con le dita.
Ma nonostante questo, sono sempre quella che si ferma a ballare in mezzo alla strada quando sento una musica che mi piace.
Tipo Caterina Caselli.
Nel senso che oggi al bar, ad un certo punto, hanno sparato i’m a believer nella versione degli Smash Mouth e a me è venuta in mente Caterina Caselli che balla in quel suo video del sessantasette, con il suo taglio di capelli molto anni sessanta e tutte le sue pose sempre molto anni sessanta, e mi sono messa a ballare nel dehor del bar davanti alle mie amiche sbigottite. E pure i clienti erano un po sbigottiti, ma siccome non me ne è mai fregato una cippa dello sbigottimento altrui, io ballavo, all’aperto, e cantavo.
E fanculo pure all’indice di massa corporea.
Mi sentivo felice e bella.
Che non è proprio come esserlo, bella, ma mi ci sentivo.
M’immagino se lo fossi davvero, bella.
E mentre ballo, bella come sono, la gente che mi guarda non rimane così sbigottita, forse un po divertita, ma di certo non così sbigottita.
Che forse lo erano più per il fatto che somigliavo ad una pazza che balla in un dehor all’aperto cantando Caterina Caselli sugli Smash Mouth, ma tant’è.
Amiche mie, ballate.
Siamo tutte bellissime, quando lo facciamo.
Sopratutto quando lo facciamo per noi stesse.
E non importa se siamo stonate, è solo più divertente.
Quindi, una sera di queste si va a ballare, sapevatelo.
E fanculo pure alle vampire degli affetti, esseri egoisti che ti succhiano via la vita, regalando in cambio frustrazioni, problemi che non esistono, e chili di troppo, fanculo a chi non gliene frega un cazzo di cose che considerano stronzate ma che per me sono importanti, perché non capiscono, e non ci mettono la testa per farlo, perché la tengono già occupata nelle loro di stronzate, fanculo alle donne che trattano male le altre donne, alle donne che abusano del proprio potere calpestando altre donne, alle donne che si vendono per così poco, solo per avere in cambio potere che usano per svilire e prevaricare altre donne. Queste sono donne che non sanno, o hanno dimenticato, come sia bello essere una donna.
Fanculo alle donne che credono che prostrandosi e compiacendo sessualmente un uomo possano trovare la felicità e rendere felice un uomo. Fanculo alle donne che credono si debba essere delle troie per tenersi un uomo. Con tutto il rispetto per chi si prostituisce per bisogno o per passione. Le puttane si schiferebbero di certe donne.
E comunque, l’amore mi fa molto molto ridere, che è la cosa più bella del mondo.

LA SEDE DEL CUORE

Se quando entri in ufficio la mattina presto e hai solo voglia di un caffè forte e speri che il tempo voli via in un lampo..
Se la macchinetta del caffè è guasta..
Se arriva una collega terrificante che sogni di squartare per poter fare un murales con le sue viscere..
Se ti si avvicina per scroccarti una sigaretta..
Allora si, hai un problema.

Se stai ascoltando Luca Carboni in macchina mentre vaghi senza meta per la provincia, lo stereo a tutto volume, e canti a squarciagola come se non ci fosse un domani e piangi, piangi perché è Carboni a commuoverti..
Allora si, hai un problema.

Se sei felice come un bambino sulle giostre..
Se ridi di gusto alle battute della gente e ti esibisci splendidamente nella parodia di tutti i difetti delle persone che conosci..
Se t’incazzi come Hulk e bestemmi come la buonanima di Germano Mosconi perché ti è caduto il badge nel water dell’ufficio..
Se ancora torni a sorridere perché in fondo la cosa ha un lato comico..
Se poi di nuovo sei incazzato come se ti avessero rapito gli alieni..
E se tutto questo ti capita nel giro di quindici minuti..
Allora si, hai un problema.

Si chiama Sindrome Premestruale Perenne.
Per i maschi, non so.

La Sindrome Premestruale Perenne è una condanna tutta femminile alla volontà ormonale che prende il sopravvento nei momenti meno opportuni e spietatamente ci condanna a colossali figure di merda o abissali sconvolgimenti emotivi quali: lacrime a profusione di fronte a film oggettivamente noiosi, commozione ingiustificata all’ascolto delle canzoni di Luca Carboni, pericolose aritmie cardiache alla sola lettura di pagine che sembrano essere state vergate da penne con inchiostro alla panna cotta tanto sono melense e anche potenzialmente pericolose in quanto rischiano di innalzare troppo repentinamente l’indice glicemico del blogger medio intento alla lettura delle suddette, con conseguenti picchi di innamoramenti cartacei e virtuali, che danno luogo a più o meno dolorose cicatrici estese alla zona della testa, del petto, dello stomaco o del colon, a seconda di dove uno ha posizionato l’organo sensibile più irritabile: il cuore.
E a me, adesso, brucia il culo, fate un po voi.

E siccome è ancora un po irritato..
Pour vous, Luca Carboni.

… E COMUNQUE, LA CACCA LA FA CHIUNQUE

NUMERO 1: Tiratela di meno che si strappa. (amen)

NUMERO 2: Un negroni: va bene. Due negroni: stasera mi voglio proprio divertire e ne sono ancora consapevole. Tre negroni: mi sto proprio divertendo un casino, ma è meglio che mi tiro via dalla fontana che mi viene la broncopolmonite. Quattro negroni: la mattina dopo
realizzo che sono a casa mia perché il colore delle tende mi è familiare, anche se non so bene come ci sono arrivata. Stesa sul letto, mi guardo le scarpe cercando di capire come mai ne ho beccata solo una col vomito.. e’ che non mi pare giusto, non è simmetrico, ne soffro..

NUMERO 3: La stupidità esige sempre un pagamento consono previa emissione di dettagliata fattura.

NUMERO 4: L’invidia corrode più della ruggine. (amen)

NUMERO 5: Maschi! Le femmine sono dotate di clitoride, lo sapevate? È un cosetto appena sopra il solito pertugio, non vi potete sbagliare. Interagite con esso proficuamente e con ogni arto a vostra disposizione, anche con quella cosa rosa e umidiccia che ogni tanto vi morsicate per sbaglio coi denti.

NUMERO 6: Femmine! Ai maschi piace. Lo sapete anche se non lo volete ammettere neanche sotto tortura. Vanno in brodo di giuggiole ogni volta, e non esitano a chiedere come noi femmine. A loro piace, e diteglielo quanto sono bravi ad aggiustare le cose in casa. (Qualcuno addirittura crea dal nulla)

NUMERO 7: Quella roba che non ti fa dormire la notte si chiama senso di colpa. Al 99% e’ fasullo e riguarda cose di cui non hai responsabilità, ma quell’1% rimanente significa che hai fatto lo stronzo/a con qualcuno/a, quindi devi rimediare. O rivoltarti nel letto fino alla fine dei tuoi giorni da vigliacco/a.

NUMERO 8: Non dare mai per scontato l’affetto che provi per qualcuno.

NUMERO 9: La nutella non è un sostitutivo delle coccole. La nutella è amore.

NUMERO 10: Si fa troppo abuso della parola amico/a. (Amen)

NUMERO 11: La sfiga serve a capire quanto non serve la sfiga.

NUMERO 12: Metti in circolo il tuo amore. Ma ricordati di far pagare la prestazione.

NUMERO 13: “Quel che non ti uccide ti stronzifica” Cit. eccheneso’

NUMERO 14: “È uscito il sole e chi l’ha uscito sei tu” Cit. G.

VORREI

Vorrei dire quello che penso ad alcune persone, vorrei incontrarne altre per guardarle negli occhi e capire, vorrei libri o ancora meglio un uomo lettore. E gran parlatore, possibilmente.
Vorrei tutte le parole che non mi hanno mai detto.
Vorrei sostanza, oltre ai sostantivi ai verbi agli aggettivi, oltre a tutte le coniugazioni che mi aspetto. Sostanza e condivisione.
Vorrei qualcuno che avesse la pazienza di ascoltarmi e la voglia di farlo.
Qualcuno da ascoltare, per capire insieme come si fa a stare al mondo, come si fa ad amare.
Vorrei un progetto che vada oltre il week-end a venire, oltre la bolletta del gas che dovrò pagare alla fine del mese, vorrei momenti, una collezione di momenti che alla fine diventano una storia da raccontare, da ricordare, e boccali di birra chiara, panche su cui sedersi stretti stretti per scoprirsi e imparare gesti nuovi e sorrisi leggeri e mani che si stringono, che si cercano.
Vorrei conoscere meno persone e avere più amici.
Vorrei poter dialogare con mio padre, capire dov’è andato a finire, parlare con mia madre, ritrovarla. Ritrovarsi.
Vorrei qualcuno ad aspettarmi a casa, la sera, quando sono stanca e avrei solo voglia di essere abbracciata, quando ho bisogno di qualcuno che mi stia addosso come una coperta, ma non proprio tutte le sere, che ancora mi piace, qualche volta, star da sola.
Vorrei non avere la sensazione di essere presa in giro che mi bracca da un po’. Vorrei non essere considerata ingenua. Vorrei capire cosa mi spinge a raccontarmi così tanto avendo molto poco indietro. Che non è di matematica che sto parlando, ma di dolore e gioia e affetto e bisogno e sensazioni e desideri e risposte e domande che devo ancora fare.
Vorrei poter piangere. Un pianto lungo e consistente e liberatorio e definitivo. Uno di quei pianti che per forza diventa sorriso.
Vorrei uno stupidissimo mazzo di fiori perché nessuno me lo ha mai regalato. Vorrei imparare come si fa a smettere di bastarsi, che se mai una volta, per un brevissimo istante, smetto di farlo, crolla tutto il castello di zucchero e poi son cazzi a rimontarlo.
Vorrei sapere se quella dannatissima canzone parla di me e non ho il coraggio di chiederlo a K., piuttosto sarei capace di dirgli addio, ma non di domandargli se il suo rimpianto è uguale al mio, se la canzone racconta di me. Vorrei imparare a farmi voler bene e vorrei chiedere a V. se lui ha capito come si fa, se adesso è felice e se c’è un modo giusto per far si che gli altri ti vogliano bene.
Vorrei che qualcuno mi strappasse via le mani da questo dannato i-pad e mi portasse al lago. Adoro i laghi.

MIA

Faccio cose, vedo gente tutto il giorno. Penso e scrivo e prendo appunti e faccio scarabocchi. Ho letto post che parlano d’amore: fraterno, filiale, passionale, romantico, doloroso.. Mi vengono in mente queste due canzoni meravigliose, cantate con tutta la sua anima dalla grande Mia Martini. Ineguagliata. Le dedico a quello che provo io, anche se sta solo soletto nella mia testolina matta.