DI RUOTA CHE TORNA A GIRARE, DI PREZZEMOLO, DI JEANS, DI PERCORSO ED OBIETTIVO E DI PARAGONI DEL CAZZO

Ah, che bestia strana è il cibo, e quanta volontà ci vuole per non soccombere ogni volta. Mangiare regolarmente, seduta a tavola, la pasta pesata e la carne magra con le verdure alla griglia, il minestrone, un pezzetto di pane, ma integrale, un frutto dopo il pasto e niente banane, una margherita al sabato sera, che sembra quasi domenica, una di quelle domeniche passate a Olivola e la peperonata dello zio e i friciulin della nonna, il risotto alla milanese e il prezzemolo nella canottiera per non soffrire il mal d’auto…ma è solo una margherita. Con tanti ricordi dentro. Scrivere, pensare, pronunciare la parola ~dieta~ mi fa subito venire in mente privazione, tristezza, pastasciutta senza formaggio grattugiato e con un cucchiaino d’olio, pesce al vapore, broccoli. Io odio i broccoli. Mi è concesso un dolce alla settimana. Uno qualunque, quello che preferisco, la panna cotta, una fetta di torta, il frappè col gelato. E a me questa concessione fa paura. Se metti un alcolizzato davanti ad un bicchiere di vino, quanta forza gli ci vorrà per non berlo. Perché è un po la stessa cosa, per me, se e quando avrò nel piatto una porzione di panna cotta, saprò regolarmi? La vendono dappertutto, ho occasioni quotidiane per poterla comprare e mangiare. Come il vino. Lo trovi a poco in qualunque supermercato. Ma quanta forza ci vuole per non metterlo, ogni volta, nel carrello. Perché il cibo da la stessa dipendenza, ma è tollerato, è dannoso in modo meno invasivo, è conforto che tutti ci permettiamo di quando in quando, ed è una cosa difficile da gestire. Ad un certo punto la volontà che prevale sull’ennesima fetta di pizza o sul pacchetto di fieste, è positiva, è una cosa che bisogna coltivare, come le verdure dell’orto. Ma è difficile. Subentra il senso di colpa, prima inesistente, anche solo all’idea di mangiare una panna cotta. Ho paura di farlo perché non so se dopo sarò capace di contenere il senso di colpa e di fermarmi.
E non stancarmi, per non avere poi il buco allo stomaco, come se dovessi morire di fame da un momento all’altro, se cammino, se penso troppo forte.
E penso alla salute, penso anche un po alla taglia di jeans che mettevo a diciott’anni, penso ai vestiti che non metto più da una vita, penso che questo mio peso mi lega troppo, che non sono più io, non mi sento più me stessa. Da tanto tempo.
Allora metto su i fagiolini per domani, che torno tardi dal lavoro e me li trovo già pronti, solo da scaldare, nel frigo c’è il petto di pollo da fare con le erbette, che se non ci metto un po di gusti sopra mi sembra di morsicare una suola, domattina prendo un panino integrale dal panettiere e una bottiglia d’acqua che bisogna bere molto, che fa bene.
E mi consolo pensando che un giorno diventerò una strafiga da cinema. Tzè.

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IL POSTO DEI FUNGHI

Mi fermo e prendo un bel respiro, uno di quelli profondi che cominciano dal naso e riempiono per bene i polmoni per poi uscire dalla bocca. Un respiro che rimbomba nella cassa toracica e scuote il petto e fa vibrare le narici. Aria. Tiepida, profumata, salata.
Quanto conta un momento, quanto dura.
È un’attimo che tende all’infinito, nello spazio di un secondo.
È concentrato di pensieri in incubazione, è somma di potenzialità e consapevolezze, è l’ultimo pezzo del puzzle che s’incastra e conclude il paesaggio. Il mio pezzetto di puzzle è verde di giardino botanico, c’è un angolo di pianta grassa, enorme, che sbuca direttamente dalla pietra, cresce verticalmente rispetto al terreno ed è lucida di linfa e di sole. Verde e giallo e arancio e rosso, odore di sale e di corrente tiepida.
Quando la vita ti offre una svolta, un nuovo incrocio da percorrere, te ne accorgi dai colori che cambiano.
Come quando il fungarolo trova un posto nuovo zeppo di funghi.
Perché i colori sono sempre quei sette, non si scappa, ma le varianti e le combinazioni sono pressoche infinite.
Così il mare non ha dappertutto lo stesso colore, e i posti dei funghi sono sempre diversi uno dall’altro. E anche gli odori. Il mare profuma di sale e di sole e di sabbia calda di giorno, ma se piove c’è tutto un’altro odore. I funghi bagnati sanno di bosco profondo e quando il sole li svela sanno di buono, sanno già di risotto o di sugo per le tagliatelle! Provate a sentire l’odore di un fungo nel bosco, e poi ditemi se non sa di risotto. Di terra, di sentieri, di fatica delle gambe, di acqua piovana.
Se riuscite a percepire quell’odore mentre il fungo è ancora piantato nella terra, vi accorgerete che state vivendo uno di quei momenti che tendono all’infinito.
Il resto non conta più niente. Ci sei solo tu davanti al fungo, o al mare grosso e gonfio di pioggia, e il resto non ha più nessun valore. Non esiste prima e non esiste dopo. A questo punto, se riesci a chiudere gli occhi e rivedere la stessa scena che hai davanti solo immaginandola, hai compreso la cosa più importante di tutte: non conta un cazzo dove vai, conta solo dove sei, e conta saper distinguere tutti gli odori che può avere un fungo.
O il mare grosso.

“LA BELLEZZA DI UNA DONNA È DIRETTAMENTE PROPORZIONALE AL QUADRATO DELLA DISTANZA DA CUI LA SI OSSERVA ED AL CUBO DELLA FREGOLA DELL’OSSERVATORE” LEGGE DI MURPHY

Le donne sono come bottiglie di vetro, fragili ma forti. Sanno essere bianche e trasparenti, opache e piene di venature, scure e insondabili.
Le donne sono occhi e bocca, mani che accarezzano e braccia che sanno cullare. La bellezza delle donne sta nella morbidezza dei fianchi o nella lieve depressione degli ombelichi. Nelle curve dei seni prosperosi, nelle rotondità delle cosce che iniziano a svelarsi in questa stagione. La bellezza delle donne sta nelle gambe magre magre e nelle braccia sottili e arrossate dal primo sole. Nella pelle tesa sulle costole. La bellezza delle donne sta in cento chili come in quaranta, non esiste prova costume che sia veramente necessaria a nessuna donna.
Perché le donne sono belle così come sono.
Perché alle donne basta un filo di amore sulle labbra, una spolverata di dolcezza sulle palpebre, due gocce di sensualità dietro le orecchie e sono pronte per uscire all’aperto e vincere qualsiasi prova cui devono sottoporsi. Qualche volta capita che se lo dimentichino, sia le donne che gli uomini, e allora trovo giusto dire a voce alta che la bellezza non è in una taglia standard.
Certo la bellezza è anche fatta di salute, quando ci si riesce non basta sentirsi bene dentro la propria pelle e ossa o dentro la propria ciccia.
Ma il cibo è molto più che benzina per il corpo.
E non sono in grado di dire come si impara che il cibo non è sostituzione d’affetto, o compensazione.
Il cibo non andrebbe rifiutato o ricercato all’eccesso.
Non so come si faccia, sono la prima a non saper gestire un rapporto sano con il cibo, so solo che l’unica prova costume possibile è quella fra persone che non giudicano la taglia che indossano altri.

Vince chi ha il costume più intonato al colore degli occhi.

SENZA MERITO

Non funziono bene, ho la scatoletta cranica piena di ingranaggi arrugginiti che sfregano l’uno con l’altro e creano più attrito e rumore croccante che movimento fluido. Anche l’anima e’ un po lisa e sbrindellata, tenuta insieme da toppe patchwork e fil di ferro e molti fil di fumo. Non sono allineata al gruppo, all’universo mondo, alla gente, rimango indigeribile, difforme, come un pezzo di puzzle che non s’incastra mai bene con gli altri pezzi, l’unico pezzo che rimane in fondo alla scatola, e il puzzle non lo finisci lo stesso, ma quel pezzettino scappato da chissà dove te lo ritrovi ogni tanto che cerca di insinuarsi nel mucchio, frustrato. E non è giusta nemmeno l’immagine del puzzle, sono un pezzo del tangram, spigoloso e appuntito, l’ultimo pezzo che stona tra i quadrati perfetti e i triangoli equilateri. Uno spicchio in più di un rombo altrimenti proporzionato. A volte. A volte sento la necessità di uniformarmi. Ma non sono una pecora, in presenza di altre pecore tiro fuori il lupo. E se ci sono troppi lupi, tiro fuori la pecora. Che non è saggio, me ne rendo conto, ma è sempre la stessa di prima, quella travestita da lupo. Non so bene neppure io quale unità vado cercando, che animale sono. Forse sono una pecora gialla. O un lupo blu. Una lupecora o una pecoralu’. Piero Angela non l’ha ancora fatto un documentario su di me, e bisognerebbe si sbrigasse che non è mica più un ragazzino. Tendo a desiderare e a pretendere cose che non esistono, i miei sentimenti unidirezionali non sono ricambiati. Non decifro le pietre miliari poste sul cammino dei più, mi sfuggono i segni più elementari, e non c’è mappa per imparare a camminare dritti sulle proprie gambe. Vago per il mondo supplicando spiegazioni e insegnamenti che di solito son lezioni che imparo duramente sulla pelle e quasi mai parole spiegate con pazienza e cura. Non ho il conforto di poter parlare a mio padre e non penso che un padre debba per forza sapere tutto, avere soluzioni pronte all’uso ed essere perfetto e sempre presente e una guida esperta, io penso che mio padre avrebbe dovuto accompagnarmi e non l’ha fatto. E anche se adesso ho trentaquattro anni, la sua rimane una mancanza che produce effetti devastanti. Non ho più cuore di cercare di capire e comprendere, la frattura della mia famiglia e’ irrimediabile e devo imparare a conviverci ogni giorno, ed è la sfida più enorme che mi sia mai stato chiesto di affrontare. E la devo affrontare adesso che ho ancora la forza di farlo. E ho anche l’ardire, sempre, di aspettarmi totale comprensione e pazienza, quando sono io la prima a non capire dove sto, a che punto sto, e a essere carente di pazienza in maniera imbarazzante. La pazienza che richiedo io e’ semplicemente troppa, un quantitativo esorbitante, neanche due o tre pazienze messe insieme basterebbero. Sto anche iniziando a trasformarmi in vampira. Non succhio ancora il sangue, ma comincio ad odiare la luce diurna. Non ho mai amato molto le luci forti, ed ora sopporto sempre meno il sole. Mi abbaglia, mi investe, d’estate mi scalda troppo e mi lascia addosso una patina di sudore e incazzatura che perdura per tutta la stagione. Ho abituato me stessa a passare troppo tempo dentro la mia testa e avrei bisogno di contatti umani, sempre, per non perdermi nei miei labirinti di pensieri e reazioni. Ho bisogno di sentire opinioni diverse dalle mie per trovare spunti che mi facciano riflettere su ciò che non conosco e mi possano offrire un nuovo modo di affrontare il quotidiano. E cerco sempre nei posti sbagliati e nella maniera sbagliata. Se tendo la mano sei tu che la devi tenere ben stretta, perché io farò di tutto per scappare. E più scappo e più vorrei restare e forse, un giorno, mi strapperò a metà. Il mio modo di sottrarmi alle emozioni consiste nel chiudere gli occhi e soffocare le sinapsi e qualunque altro turbamento che di solito e’ legato e parte e finisce nello stomaco. Indi, apro la bocca e mangio pizza in quantità industriale. Funziona? No che non funziona. A parte la super ciccia, non funziona. Perché il cibo crea sul corpo una sorta di corazza, uno scudo con il quale presentarmi al mondo per non farmi toccare da nessuno. Nonostante io ricerchi con fervore un contatto, una parola, una carezza che nel contempo rifiuto. Roba da matti. Da dottore dei matti. Il cibo per me, non è più nutrimento o conforto, è placare un tumulto. Che in origine non è un tumulto, un terremoto, una scossa tellurica, in origine è solo un’emozione, che si trasforma in getto potente di geyser se ignorata, e siccome io la ignoro lei si ribella e diviene tumulto e allora ha senso scrivere che mangiando placo questa cosa che ormai e’ diventata maelstrom. Funziona. Solo che il tumulto e la compensazione col cibo sono direttamente proporzionali e prima o poi esploderò. In ogni senso. O mi lascio andare alle emozioni, e quindi esploderò e dimagrirò, se sopravvivro’ all’esplosione, o esploderò comunque, continuando a mangiare. Non conosco le vie di mezzo, non ho il senso della misura.
Straparlo, sedatemi.

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“Sono stato grasso un tempo, Alcatraz e’ una cura dimagrante eccezionale. L’America mi ha ingrassato, quaggiu’ quasi nessuno e’ magro, la stragrande maggioranza degli uomini assomiglia a suppli’ con i piedi. La cosa viene vissuta con meno tormento che in Europa. Da voi, tra bulimici ed anoressici, non si salva quasi nessuno dal problema del cibo inteso come compensazione o morte. Gratificarsi ingozzandosi e’ un vizio malinconico….ci vorrebbe una guerra per rimettere in linea il paese, forse basterebbe una televisione meno matrigna, meno bella, meno in linea, meno in tiro, una televisione un po’ deforme come noi e non questo specchio cosi’ infedele dei nostri corpi. Piu’ si mangia o si fa lo sciopero della fame, piu’ si diventa meno appetibili sessualmente e affettivamente, cosi’ crediamo ingozzandoci o digiunando, cosi’ crediamo perche’ cosi ci stanno facendo credere. Ti potro’ mai amare se non ho il giro vita della Schiffer? I maschietti poi soffrono di un problema in piu’, lo definirei il complesso di non avere il pene di Rambo… guarda che mangiando non ti si allunga mica!!! Che tenerezza, fratelloni miei, quanto tempo e quanto cibo sprecato, quante diete, quante pillole, quanto dolore inutile. Ma vuoi davvero diventare primo in un mondo che da valore solo alla giovinezza, alla bellezza fisica, al possesso? Perche’ questa e’ la competizione che ti uccide. Non ti dico accettati per quello che sei e neanche vogliti bene, siamo mostri e lo sappiamo. Siamo brutti, goffi, obesi, stanchi o lische di pesce e non ci vogliamo bene, mandala a farsi fottere la psicologia della domenica, non c’e’ la ricetta. Siamo quello che siamo e continueremo a mangiare e a bere fino a stramazzare di colesterolo e di noia. Ma se, contro tutto e tutti, ci occupassimo invece che della carne, dell’anima? Chiamatela io, o spirito, o fanciullino, angelo o demone, quella che siete riusciti a mettere a dieta, non ve la filate per niente. Ritenete che lo spirito, l’anima di un obeso sia pesante da portare come il suo corpo? No…noi tutti bulimici o anoressici dobbiamo spezzare un diabolico circolo vizioso, quello infarcito di cibo, diete, senso di colpa, dito in gola, ossessione di essere bello. Conosco un solo modo per uscirne: pensare ad altro e il piu’ prossimo altro che conosco e’ la mia anima, la tua: Spalancale il frigo di notte, dalle musica, arte, poesia, tolleranza, solidarieta’, amore. Ingrassa l’anima, fratello. Il corpo fara’ esattamente il contrario, hanno punti di vista differenti”.

“Un uomo solo che guarda il muro è un uomo solo, ma due uomini che guardano il muro è un principio d’evasione”

Jack folla. Un dj nel braccio della morte. Di Diego Cugia.
Cella: due metri per tre.
Matricola: 3957

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Ho ancora la forza che serve a camminare,
picchiare ancora contro per non lasciarmi stare
ho ancora quella forza che ti serve
quando dici: Si comincia !

E ho ancora la forza di guardarmi attorno
mischiando le parole con due pacchetti al giorno,
di farmi trovar lì da chi mi vuole
sempre nella mia camicia..

Abito sempre qui da me,
in questa stessa strada che non sai mai se c’è
e al mondo sono andato,
dal mondo son tornato sempre vivo..

Ho ancora la forza di starvi a raccontare
le mie storie di sempre, di come posso amare,
di tutti quegli sbagli che per un
motivo o l’altro so rifare..

E ho ancora la forza di chiedere anche scusa
o di incazzarmi ancora con la coscienza offesa,
di dirvi che comunque la mia parte
ve la posso garantire..

Abito sempre qui da me,
in questa stessa strada che non sai mai se c’è
nel mondo sono andato,
dal mondo son tornato sempre vivo..

Ho ancora la forza di non tirarmi indietro,
di scegliermi la vita masticando ogni metro,
di far la conta degli amici andati e dire:
Ci vediam più tardi..

E ho ancora la forza di scegliere parole
per gioco, per il gusto di potermi sfogare
perché, che piaccia o no, è capitato
che sia quello che so fare..

Abito sempre qui da me,
in questa stessa strada che non sai mai se c’è
col mondo sono andato
e col mondo son tornato sempre vivo..

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Lo scopo nella vita non è eliminare l’infelicità, è mantenere l’infelicità al minimo.
Dr. House

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La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri.
E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri.
Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili,
di finire alla mercè di chi ci sta di fronte.
Non ci esponiamo mai.
Perché ci manca la forza di essere uomini,
quella che ci fa accettare i nostri limiti,
che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto.
Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà.
Mi piacciono i barboni.
Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose,
catturarne l’anima.
Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.
Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore.
Alda Merini