EDMOND DANTES

Io amo il Conte di Montecristo. Io amo Edmond Dantes.

Edmond e’ un povero cristo con una promessa di futuro nelle mani più che discreta eppure banalmente semplice. Diventera’ capitano della nave del suo armatore, Morrel, e sposera’ la donna che ama, Mercedes.

Edmond di tutto ciò e’ certo come sa che il cielo e’ azzurro di giorno e scuro la notte.

Ma non è così che andrà. 

La trama di questo libro e’ nota a tutti, e chi per caso non l’avesse ancora letto corra subito ai ripari, perché il Conte di Montecristo non è libro che si possa non aver letto.

La storia di Edmond e’ sempre la prima della lista dei libri di cui non posso fare a meno.

Quando amo così tanto un libro, un personaggio, lo leggo e lo rileggo senza mai stufarmi, trovo sempre qualcosa, in ogni rilettura, che mi era sfuggita precedentemente, o che non avevo colto in pieno.

Il Conte vive tutta la sua vita nel romanzo, e ci lascia con poche parole, sentite quasi fossero un testamento. Poche parole che molte volte mi hanno fatta sentire bene e molte altre mi hanno fatta incazzare come non mai.

Aspettare e sperare.

Dice lui.

Lui che ha capito tutto e ha trovato pure l’amore.

Lui che ha capito che i soldi non contano un bel niente, però tirano su.

Lui che ha passato una gran parte della sua vita covando rancori e meditando vendette terribili per i suoi torturatori, avidi, invidiosi amici.

Ad un certo punto, come una folgorazione, eppure in modo così semplice, Edmond comprende di essere amato e di amare a sua volta, ed il resto diventa insignificante. 

Pero’ ha vissuto, ha trovato le sue risposte, ha dato le sue, di risposte, a chi doveva darle, ha lasciato graffi e amore dappertutto.

Alla fine del romanzo, lui se ne va sulla sua barca con Haydee. Felice, amato e innamorato e dice a noi altri di aspettare e sperare. Di vivere, che ne vale sempre la pena, di non perdersi mai.

Conte, Edmond, dammi le coordinate, ti raggiungo con la zattera.

E’ contemplabile nella tua filosofia di vita il tradire Haydee? 

Di lei, certo, non potrei mai essere gelosa.

 

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LA TEORIA DEL BONUS VITALE INDIVIDUALE

I ricordi della mia adolescenza sono legati ad amici. Erano tutto, allora. La cosa più importante. Erano divertimento, discorsi, giochi, esperienze. Nulla e’ rimasto forte e intenso come in quel periodo, il più bello della mia vita. Ricordo la spensieratezza, il divertimento, la mancanza di responsabilita’. Non avevo sogni grandiosi, non ero ambiziosa. Mi bastava stare con gli amici, parlare con loro, essere una cosa sola. La Compagnia era una famiglia fuori casa, era quello che volevo essere. Poi si cresce, qualcuno ha appena finito gli studi e parte per un’anno in Inghilterra. Qualcuno si fidanza e allora si vede sempre meno in giro, altri cominciano a lavorare e sai.. domani mi sveglio presto.. non è che si possa continuare ad uscire tutte le sere.. La Compagnia si sgretola. La tua seconda famiglia va in pezzi e tu non sai come raccoglierli. Anche io mi sveglio presto per andare a lavorare, e il vedersi tutti i giorni diventa vedersi al sabato sera, e poi ci vediamo una volta o l’altra e poi son passati 15 anni e se ti vedo per strada faccio fatica a riconoscerti e tu ti chiedi se son proprio io, se son proprio io.. Non sono stata capace di mantenere le amicizie che mi sono fatta durante la mia giovinezza. Ho fatto scelte, ho dovuto occuparmi d’altro. Gli amici che ho ora durano solo se passano ardue prove di fiducia e se sono all’altezza delle mie aspettative. Un’amica perde il posto se ho finito il Bonus degli schizzati. (Apro una parentesi un po’ lunga per mio, e spero vostro, piacere. La teoria del Bonus Vitale Individuale e’ una cosa che tutti dovrebbero sapere. Il buon vecchio Stefano Benni la descrive meravigliosamente in uno dei suoi libri più riusciti: Elianto. Eccovela: Io credo -disse Talete- che la morte di una persona non dipenda mai da una malattia o morbo che dir si voglia. Le malattie sono, diciamo così, dei trucchi con cui il Supremo Manovratore dissimula il vero meccanismo della vita e della morte, e cioè il Bonus Vitale Individuale. Se mi consentite, esimi paracolleghi, vi esporrò la “teoria del Bonus” abbozzata da Cornelis Noon nella sua Terza Fase Manicomiale e da me sviluppata e perfezionata. Codesta teoria sostiene che ad ogni essere vivente prima della nascita viene assegnato un Bonus di attività vitali, che lo accompagnerà nel suo cammino terreno. Per fare un esempio, nel Bonus sono compresi: trecentomila birre, un milione e diciassettemila starnuti, trenta viaggi all’estero, la possibilità di dire seicentosedicimila volte la parola “insomma”, seicentoventitre pediluvi, un milione di gelati, tre grandi amori, nove biciclette, seicentodue bagni di mare, sessanta litri di lacrime, quarantasei chilometri di spaghetti, trecentosettantamila errori d’ortografia, quarantamila cruciverba, tre uscite di strada a centoventi, tremila ore di poker, dieci milioni e settemila tra sigarette, sigari e tiri di pipa, sedici grosse disillusioni.. E così via per un totale di circa 10 alla quattordicesima voci. E come avete calcolato la cifra? -chiese Siliconi. Ho detto “circa”. Mettiamo allora che Tizio sia trovato morto per uno scaramaccino, infarto, ictus. Il medico non avrà dubbi: e’ colpa del cuore trascurato, delle sigarette, dei trigliceridi. Nulla di più falso. Avrebbe potuto continuare a fumare e mangiare: la colpa e’ dello sforamento del Bonus! Lo scaramaccino e’ stato solo l’arma del delitto, come avrebbe potuto esserlo un’incidente stradale, o lo sbranamento da parte di una tigre, o un vaso di fiori da un’ottavo piano. Tizio e’ morto, ripeto, perché, un attimo prima dell’ictus, ha mangiato il miliounesimo gelato, o ha detto “insomma” una volta di troppo, o ha pianto una lacrima in più di quelle che gli erano consentite. Naturalmente, c’è chi nasce particolarmente sfortunato: se un tale ha come Bonus un solo starnuto o un solo litro di latte, non gli servirà a nulla avere trecentomila scopate a disposizione. Il poveretto starnutirà o tettera’ e lo troveranno secco nella culla. Un Bonus abbondante, ecco la vera salute! Ma come si può sapere qual’e’ il nostro Bonus? -domando’ Satagius. Non si può, ecco il punto! Qui sta l’astuzia del Manovratore, che lo ha nascosto in chissà quale inaccessibile sottocodice genetico. Perché? Perché se noi sapessimo che la nostra vita e’ sottoposta alla legge inesorabile di codesto Bonus, avremmo paura di tutto. Fumerebbe lei una sigaretta sapendo non già che fa venire il cancro (infatti lo sa e fuma lo stesso), ma che potrebbe essere l’ultima del Bonus? Altro esempio: lei conosce una meravigliosa creatura di nome Rosalinda, ma anni prima ha già avuto una relazione con una fanciulla omonima. Non le verrebbe da pensare che il suo Bonus di Rosalinde sia pericolosamente vicino all’esaurimento? Per questo il Manovratore, nella sua divina scaltrezza, simula malattie, incidenti, fatalità e noi tiriamo avanti consumando il nostro Bonus, e magari siamo in bilico sull’ultimo metro di tagliatella, abbiamo sulla punta della lingua la parola che ci ucciderà, ignoriamo che ci restano solo due tramonti sul mare. E cosi’ incosciente e frale, ognun passa il suo tempo mortale. Da quel che dice -disse Siliconi- allora non varrebbe la pena di curare le malattie, tanto e’ il Bonus che decide. No! Le malattie devono essere curate per solidarietà, e questo e’ tanto più nobile in quanto è vano. Bisogna fingere che siano importanti, altrimenti tutti si accorgerebbero che c’è nel nostro destino qualcosa di ben più pericoloso. Inoltre sono portato a ipotizzare (anche se i miei studi al riguardo sono appena all’inizio) che probabilmente alcune malattie sono proprio una difesa contro il Bonus. Mettiamo ad esempio che le stia per scadere il Bonus di passeggiate in riva al mare, tac, un bel colpo della strega e lei eviterà la camminata fatale. Lei ha già il biglietto per l’ultimo concerto di piano concessole, e voila’, una improvvisa sordità la mette al riparo. Le malattie consentono di fermarci sull’orlo del precipizio. -Assurdo- disse Siloconi accendendosi una sigaretta. -Mica tanto, prosegui’ Talete. Ecco, ora lei ha acceso una sigaretta, magari e’ la numero 189.765.621 e non accadrà nulla, ma se il suo Bonus nicotinico e’ di 189.765.622 alla prossima le verrà un colpo, e diranno: per forza, era un fumatore. Ma forse lei potrebbe morire per aver detto una volta di troppo “assurdo”, oppure (come rilevo attualmente), perché si sta toccando le palle. Pensi se il suo Bonus di scongiuri si esaurisse ora! -Basta!, impallidì Siliconi, e fece per uscire. – Quale sarà il suo Bonus di apertura porte?- chiese soavemente Satagius. -Vedo che lei ha afferrato il concetto- disse Talete. Siliconi uscì, consumando una buona quantità del Bonus di improperi.) Chiusa la parentesi, torniamo a noi. Come dicevo , il Bonus conta. La fiducia che ero disposta a concedere fino a qualche anno fa, si è dissolta. Rimane solo la fatica di doversi far bastare quel che c’è. E avere il coraggio di buttare via quello che non serve. Coraggio ne ho, ma ora devo capire come si fa ad andare avanti senza guardare al passato con tutta questa nostalgia. Che non è solo tristezza o rimpianto. Forse un po’ di speranza c’è ancora. E consolatorio, il Conte di Montecristo occhieggia dal mio comodino.

BLA BLA BLA

” Vivo per strada. Tutto il giorno, tutti i giorni. Tutto l’anno. Mi siedo al sole di giorno, dietro i cassonetti la notte. Mi nascondo nelle grandi città, nelle stazioni, nei centri commerciali cerco un po’ di tepore dal gelo dell’inverno, dall’acqua che mi infradicia anche l’anima. Mi nascondo nelle vie affollate di persone, tendo la mano per qualche moneta, qualche sputo. E cammino, cammino sempre avanti sempre instancabilmente avanti. Un’altra via, un’altra stazione. Mi intrufolo nelle biblioteche, quando non sono troppo schifoso, quando attiro meno l’attenzione, per vedere la gente leggere. Per guardare sui loro volti, la gioia o la tristezza o la passione che li tiene incollati alle pagine. Da tempo ho perso il gusto per le persone. Mi rimane solo questo: guardarli tenere un libro in mano, per tentare di ricordare cio che sono stato un tempo. E parlo. Parlo con chi condivide la strada con me, e sono tanti, più di quelli che possiate mai immaginare. Siamo uomini e donne, vecchi e giovani. Qualcuno davvero troppo giovane. I nostri compagni sono randagi come noi, disprezzati, scacciati, percossi. Ho scelto di vedere il mondo dal basso, di visitarlo nei suoi più oscuri meandri, di vedere fino a che punto possiamo arrivare a disprezzare i nostri simili. Sono solo, perché la strada è fatta di solitudine, di freddo e di sfiducia. Sono solo come voi, non possiedo nemmeno gli indumenti che indosso, mi riscaldo al fuoco della vostra indifferenza. Io vivo per strada. ”                                                                                                                                                                            Personalissimo omaggio al libro di Giuseppe Culicchia.