CORBEZZOLI! O DELL’AVVERSIONE GIUSTA ET SACROSANTA ALLA VOLGARE ET PROMISCUA ET DEMONIACA ABITUDINE DI DECLAMAR VOLGARMENTE

    A voi
    sensibile cuore
    che si sconvolge
    all’udir parola men che casta e pura,
    dolce fanciulla leggiadra
    e imbellettata
    vestita a festa
    anche per andar
    a gettar la spazzatura,
    nobile anima
    e audace pensiero
    fanno parte della vostra natura.

    Che i miei versi possano esservi
    coperta per la fredda sera,
    alacremente intesso trame
    con disegni che distolgano
    la mente vostra
    da questa infinita galera.

    Vedo la calma
    posarsi sui vostri occhi,
    finalmente riposate
    le vostre stanche orecchie
    dal parlar del volgo
    buono solo
    per barboni e pidocchi.

    A voi.
    Mai vi raggiunga
    lemma men che lieto,
    parole note
    di felicità e sorrisi
    insomma
    nulla
    che somigli
    al rumor
    di un peto.

    Con profondissima cura dedico questi miserrimi versi a tutte le leggiadre et pulcherrime fanciulle et ai casti et puri uomini che solcano codeste strade che ho il profondo et davvero immeritato onore di calpestare me medesima.
    Ho l’ardire di sconfiggere la parlata grottesca et demoniaca che sporca bocche et lingue, et che deforma i volti di molti dei nostri giovanetti et giovanette dicasi “moderni”, con queste mie poche rime, davvero indegne dell’attenzione dell’occhi vostri, sí casti et limpidi come rugiada posata sul primo bocciuolo del mattino.
    Et ho la spudoratezza di sottoporre alle beltà vostre questo mio scritto, con la buona speranza che esso possa rendere omaggio alle vostre opulente bellezze di sguardo et d’animi.
    Indegnamente et umilmente,
    serva vostra, vetrocolato.

I WISH YOU COULD SWIM

Salgo in macchina e parto, non importa dove vado, la radio a tutto volume, non importa cosa sento, mi serve solo il rumore di qualcuno che grida più forte di me, seguo strade familiari e schiaccio il pedale dell’acceleratore fino in fondo, fino a consumarlo, spingendo al massimo la scatoletta che guido per vedere fino a dove posso arrivare prima che mi fermi il buonsenso o una pattuglia dei carabinieri.
E il cervello non si spegne neanche per un’attimo, anche se la musica del cazzo che stanno passando in radio è veramente alta e quasi mi ferisce le orecchie, la testa non si sconnette e continua a macinare come la pietra di un mulino, lento e inesorabile il mio cervello produce pensieri come una catena di montaggio, senza alcun filo logico, senza connessione alcuna con il tempo e il momento che sto vivendo e allora canto, canto a squarciagola La isla bonita e dove non ricordo le parole ne invento di nuove e dopo arriva Tiziano Ferro e penso che è troppo, che mi devo fermare e allora inchiodo e la macchina si spegne di colpo e la radio non canta più.
Respiro, e alzo la testa per capire dove sono.
Sposto la macchina dietro un edificio che non riconosco e mi metto a camminare per il paese che comincia dietro la curva.
Non basta leggere Romain Gary per saper scrivere come lui.
Non basta aver qualcosa da dire per saperlo scrivere come vorrei.
Penso che bei libri me ne siano capitati molti sotto gli occhi e ogni volta che leggo qualcosa che mi lascia dentro un segno mi ritraggo umilmente e penso che vorrei uscisse da me nello stesso modo.
Penso che chi sa scrivere bene abbia un dono che una lettrice come me può solo apprezzare, penso che se fossi capace a far uscire quello che voglio dire senza farlo sembrare solo vomito che devo espellere sarebbe un piccolo regalo che posso lasciare da qualche parte in attesa che qualcuno ne tragga le sue conclusioni.
Ho scritto un post, lasciato in bozza, per un’amico che sta soffrendo.
Prima di pubblicarlo l’ho riletto e mi sono resa conto che ho trovato il modo di parlare di me anche se avrei voluto parlare di lui, anche se ho iniziato a scrivere per cercare di capire cosa stia passando il mio amico. E ho capito di non avere la più pallida idea di cosa senta lui, non so cosa voglia dire aver dei figli, ritrovarsi a crescerli da soli, non so cosa significhi andare al cimitero a posare fiori sulla tomba di una moglie che non c’è più. E se mai parole possono avere un senso in questo caso, le mie di certo non contano un cazzo. È stato più forte il mio amico, che è venuto in ufficio da me con un piccolo regalo e molti sorrisi e abbracci stretti. E allora ho capito che un’abbraccio è importante, che un sorriso sincero può essere consolatorio anche se dura un’attimo, ma ne rimane la traccia negli occhi e il ricordo nella testa, per quei momenti più difficili, più neri, si chiudono gli occhi e si ritrova il negativo dei sorrisi all’interno delle palpebre e, forse, quelli bastano ancora. E immagino il mio amico che guarda le sue foto, con lei, con i ragazzi, e immagino che si ricordi quanto fosse bella, e che pensi che non è mica giusto che se ne sia andata così. Ho guardato il mio amico e l’ho visto continuare a sorridere, anche se quello che gli è stato tolto gli ha lasciato un segno indelebile e distintivo sulla faccia, allora ho capito che posso sorridergli anche io, che devo sorridergli anche io, perché nulla di meno si deve aspettare da me.
Ciao N. Per quel che vale, sto sorridendo.

 

SEMPRE ALLEGRI BISOGNA STARE

I Capelli corti che vorrei, il tempo malspeso, la palestra pagata e poco sfruttata, tre mesi che smetto e riprendo a fumare, lo smalto steso tre volte e poi acetone, jeans e polo, le ore -sempre meno- con P., gli appuntamenti disdetti da C., gli sms di polpettina, capelli lunghi pure troppo, la macchina rotta di sera e l’affetto della famiglia, lo stesso psicodelirio di quindici anni fa, la mancanza di attenzioni, la cura di se, il bisogno di imparare a stare al mondo, la carezza dei libri giusti, le parole che non so dire, le cose che non ci sono, le cose che vorrei saper prendere, l’inesistenza di confini, le cicatrici esibite con fiera ingenuità, l’assenza di rimpianti, il vecchio alla stazione che mi parla di me bambina, la totale leggerezza dei sogni, il rifiuto feroce di Prime Impressioni, l’inadeguatezza sottolineata, la verità delle cose che si possono toccare con le mani. Vomito l’eccesso, ma era meglio se mi ammazzavo in palestra.

ALMENO NON MANGIUCCHIO

Non riesco a dormire. Avrei anche sonno, ma niente, occhioni spalancati nel buio. Allora prendo i-pad, e leggiucchio, scrivacchio, cazzeggio. La metterei anche una bella canzone, ma il copia e incolla di i-pad mi è ancora un po’ ostico. Beh, provateci voi a fare copia e incolla con i-pad.. Uf, frustrantissimo. Ho di nuovo in testa troppi pensieri, di nuovo troppe promesse fatte a me stessa che non riuscirò a mantenere. Dunque.. Interno, notte. Non la posso bloggare, ma la colonna sonora e’ Pezzi di Vetro di De Gregori, se volete ve la canticchio. Lettone sfatto, caldone ancora tiepido. Lei si alza per andare a bere un bicchier d’acqua. Torna a dormire per poter continuare il sogno che stava facendo, per cercare di riprenderlo. Un’autostrada nel bosco. Non chiedetele il perché di un’autostrada nel bosco, e’ un sogno e basta. Ecco, un’autostrada nel bosco, tre corsie asfaltate con foglie di banano. Macchina rossa, guida un collega taciturno e placido. Lei dietro, con una vecchia amica di famiglia. Si fida del collega, e’ uno che parla poco e ispira fiducia. Non che si sia sempre fidata di chi parla poco, ma è sempre lo stesso sogno di prima, quindi meno domande e scorrete avanti. Via, si fida, e il mansueto collega ci pianta secca una frenata per evitare una scimmia che non ha attraversato sulle strisce. Mentre fa retromarcia per ripartire cadiamo senza fretta in un lago freddissimo. Sono attimi in moviola, e’ tutto rallentato, ma inesorabilmente cadiamo. Il silenzioso collega, con tutta calma, apre i finestrini prima che l’auto venga sommersa dall’acqua e ci invita a uscire e nuotare verso l’alto, dopodiché scompare. A questo punto succede come nei vecchi Topolino che leggevo da bambina, il sogno offre un bivio, una scelta fra due possibili scenari. Lei sceglie e a quel punto si sveglia, serena.

AMICIZIA IN DECANTAZIONE MENSILE

Ho perso dimestichezza con le amicizie. Non me lo ricordavo più che con un’amica puoi parlare di tutto e discutere e litigare e poi chiarirsi e scoprire che era troppo affetto che ci teneva separate, che mi teneva lontana da lei. La paura di averlo provato e creduto perso quell’affetto. Scoprirsi insieme, a poco a poco, crescere e imparare a capirsi, conoscersi, volersi bene. Trovare la chiave giusta per far coincidere i nostri difetti e renderli meno ruvidi. L’allontanamento fra di noi è servito a farmi capire quanto tengo a lei, alla sua amicizia. Non e’ stato solo un malinteso quello che ci ha separate per un po’, era una cosa che andava decantata. Ed ora è tutto a posto, ripartiamo da dove ci eravamo fermate, con qualche consapevolezza in più e qualche dubbio in meno. E’ bello esserle amica, ricambiata.