USCIRE E SOCIALIZZARE

E se mi avesse presa per il culo?
Voglio dire, se lui mi stesse prendendo in giro e io non me ne accorgessi, andrebbe bene, no? Io non lo saprei, e non mi sentirei presa in giro. Quindi, bene. Cioè, non bene, lui sarebbe uno stronzo, ma finché non lo sgamo, andrebbe tutto bene. Si? Perché io ho la precisa sensazione che non mi stesse prendendo per il culo. Non dico che ci metterei la mano sul fuoco, ma sono abbastanza convinta da poterci ricamare un po su, sono le tre di notte e mi rigiro in testa questo pensiero senza capo ne coda e non posso fare a meno di abbellire un po un abbraccio richiesto come saluto e una stretta che ho considerato un po più affettuosa di quanto mi aspettassi, mentre le sue le mani cercavano il mio collo e il suo volto era così vicino al mio credo di aver chiuso gli occhi, ma spero di non averlo fatto per davvero, nel momento in cui le sue guance hanno sfiorato le mie, sempre con le mani a cingermi il collo, ho sentito le sue labbra che mi lasciavano addosso, tra il mio orecchio e la mia bocca, un bacio leggero e denso e affettuoso ed è esattamente per questo motivo che non riesco a prendere sonno.
Perché sono conscia del fatto che questi miei pensieri siano orrendamente adolescenziali, ma non riesco a fare a meno di immaginare un’altro incontro e un altro abbraccio.
Karma permettendo.

Ah, nella trasposizione immaginifica che le mie sinapsi cerebrali mi stanno riservando, non è mai presente, per ovvi motivi, la
fidanzata-di-poche-parole del tipo che mi ha abbracciata così bene.

STRONZACIDA

È una cosa alla quale non riuscirò mai ad abituarmi.
A volte credo di si, e sono i giorni in cui rido e faccio battute, ma so che non riuscirò mai ad abituarmi.
Ed è la cosa più triste a cui abbia mai pensato.
Più triste persino di provare a dare la colpa a qualcun altro, più triste anche di credere di essere superiore e di non avere bisogno di aiuto, più triste del fatto di confidare nella speranza fine a se stessa.
Che poi la tristezza è un dannato circolo vizioso che si nutre delle battutacce della gente che ti consiglia su come alleviare il tuo dolore, perché se no finisce che nemmeno te ne accorgi e ti osservi trasformarti piano piano in una isterica stronza acida e sai che finirai il resto dei tuoi giorni tutta sola e matta e circondata da centinaia di gatti randagi puzzolenti.
Tutti hanno il loro consiglio per l’occasione.
Tutti tengono i loro scheletri ben chiusi nell’armadio, e sono pronti a sfoderare perle di saggezza quando si presenta l’occasione.

Sventolate al sole il vostro dolore.

FUORI TEMA: NATALE

Se c’è una cosa che mi da fastidio è il natale.
Non lo sopporto, m’incupisce e mi rende fragile.
Ma se c’è una cosa buona, è che in due giorni mi passa.
Natale, poi santo Stefano, e basta, finito tutto.
Solo che da me funziona così: bisogna iniziare a pensarci almeno da ferragosto, al natale, già dopo la pasqua diventa l’argomento più gettonato, e la cosa, onestamente, mi sta alquanto fracassando le palle.
È la Signora Incontrastata delle Nevi Perenni che parla, ha preso il sopravvento la mia parte più individualista e cinica, e non sono totalmente contraria che lei regni sovrana sulla mia parte emotiva e irrazionale.
Mi ha fatto comodo tante volte essere fredda e distaccata, mi è servito a sopravvivere.
La Regina di cui sopra passerebbe volentieri le vacanze natalizie al freddo, sulla neve, anche da sola piuttosto che con la proverbiale cattiva compagnia, anche da sola pur di non cedere all’emotività, a quella parte di me che vorrebbe un natale col tacchino e la tombola, gli abbracci dei familiari, gli affetti reali, tangibili che possono esistere nelle famiglie.
Nulla a che vedere con quei natali della pubblicità, quelli finti, con i sorrisi finti e le felicità finte.
Io davvero vorrei un natale semplice e carico d’affetto.
Ma così non può essere.
Mi serve la mia Fredda Regina, mi serve perché se no sento piegarsi le gambe e spezzarsi il cuore. E la mia fantasia, a cui di solito mi aggrappo con tutto il peso, che sempre mi rende più leggera e più disponibile alla felicità, la mia fantasia non può sopperire a questo, non ne ho abbastanza.
Sapeste il groviglio che mi graffia le pareti del cuore.
È fatto di tristezza e di senso di colpa e di bisogno di sentirsi ancora figlia e necessità di imparare a camminare con le mie gambe.
Fatemi un regalo, per natale facciamo finta che sia già primavera.

SCRIFO

Questo è un momento molto schifo.
Così, scrivo.
E quello che vien fuori è un perfetto equilibrio tra
~scrivo~
e
~schifo~
che traduco con
~scrifo~
Si capisce, no?

E poi vorrei dire del Cervino e di quelli che si porta via come fossero pedine di una scacchiera, di quelli che stanno in un letto d’ospedale, lontani da casa, che non sono nemmeno coscienti e i parenti e gli amici non sanno più quello che devono pensare, e non lo so nemmeno io cosa si dice in questi casi. Mi viene solo da pensare che il Cervino è grande e grosso e possente, ma qualcuno lo risparmia, e io spero che quel qualcuno sia tu. In bocca al lupo, e torna presto.

Devo capire se un’amico, d’improvviso, può non essere più un’amico. Ancora una volta nella mia vita mi trovo davanti a questa cosa impossibile da definire. L’affetto esiste ancora, e non credo che se ne andrà mai, ma l’amico, invece, non c’è più.
Non è giusto.
Così scrifo, continuo a farlo, tanto mi sfogo anche se non vado da nessuna parte, anche se neanche gli altri vanno da nessuna parte.
Un’amico mi ha chiesto del futuro e io non so dire niente del futuro. Immaginare la mia vita da qui al mese prossimo è già un’impresa, non mi ci metto neanche a inventarmi quello che potrebbe essere, mi fa troppa paura, nel bene e nel male.
Non riesco a stare legata a nulla e nessuno, e nessuno e niente riesce ad attecchirmi addosso.
Cercare di trovare in me il ~volermi bene~ è difficile.
Lo è per tutti, e a tratti ci si lascia un po andare, e in questi momenti non riesco ad essere leggera e semplice e solare.
Il futuro, per me, è troppo grosso, è ingestibile. È troppo pieno. Niente futuro, niente come sarà o come dovrebbe essere o come vorrei che fosse. Faccio i conti giorno per giorno, solo dirlo a voce alta mi fa già stare meglio. Conta solo l’adesso.
E poi mi mancano gli amici. Quelli che credevo che conoscersi fosse una cosa da fare insieme, quelli che cambiano opinione e atteggiamento perché non si fanno sempre andare tutto bene per forza, quelli che anche se rimangono più in superficie riescono comunque a sorridere con gli occhi.
Ho la forza, ho la fiducia, ma mi manca qualcosa che adesso non c’è.
Pazienza, sono comunque felice.
Scrifo.
E adesso mi faccio una doccia e stasera mi vado a mangiare i pesci alla griglia con le mie amiche.

NON SARÀ MICA CHE MI PRENDO TROPPO SUL SERIO

Una non si veste da donna, solo jeans e polo e scarpe da ginnastica; una non si trucca, nemmeno un po di mascara, o lo smalto sulle unghie; una dice sempre parolacce, cerca sempre di essere al centro dell’attenzione, battuta pronta e di solito con un doppio senso volgare; una sa di aver ereditato i tratti del viso dalla madre, e sa quanto fosse bella sua madre, prima di essersi lasciata andare, prima di tutto quello che le è franato addosso, e sa di essere bella a sua volta perché un tratto è innegabile, perché una fascia da miss è innegabile, e maledice l’universo e chiunque nel raggio di chilometri per non aver accesso a quella foto che ritrae sua madre con la fascia, e a tutte le altre foto, le foto della sua famiglia; una cerca di sorridere, di far buon viso a cattivo gioco, e cerca sempre di contare fino a dieci, o almeno fino a tre, prima di sbottare e di investire come un treno merci qualunque cosa incontri sul suo cammino; una cerca di andare avanti, di capire qual’è il passo successivo al perdono, prova a spiegarsi perché non è bastato, spesso non basta, aver perdonato; una si aspetta molte cose e sa perfettamente che deve solo muovere il culo dal divano e andarsele a prendere; una non capisce che a volte ci vuol leggerezza nelle parole, che non sempre tutto è così importante anche per gli altri, che non è con una parola che arriva o meno che si può capire il senso di tutta una frase, di un discorso più ampio che solo il tempo può decidere dove porterà e se porterà da qualche parte; una crede che tiri più un pelo di fica che un carro di buoi e nello stesso tempo spera sempre che non sia così, ed è puntualmente smentita; una si fa un sacco di film, lavora di immaginazione manco fosse una scenografa di sogni, e poi finisce sempre che ci crede, almeno un po, e le facciate non le conta più, che un segno, una cicatrice su un’altra cicatrice, da lontano, sembra sempre una sola cicatrice; una conta un solo amico, una sola persona che da amicizia, col suo modo di essere amico, senza chiedere nulla in cambio, mai; una rimane sempre un po appesa alle parole che legge, e queste parole la contagiano per giorni, le assorbe e le respira quasi fossero vitali; una crede ancora nell’onestà delle sensazioni, crede che si debba essere coraggiosi e provare le cose che si provano fino in fondo, senza adattare gli stati d’animo ad ogni cambio di scenografia; una crede che siano tutti sempre onesti, sinceri, trasparenti; una si è mangiata una fettona di torta con le pesche e la panna e non si è sentita neppure in colpa, e ha capito che questa assenza di colpa è punizione e tristezza; una pensa che sta investendo un po troppo di se stessa, qua dentro.
Una, adesso, si fionda sotto le coperte, sotto il piumone per la precisione, perché siamo al ventotto di maggio è fa un freddo indecente, e si sente sola e vuota e stupida per aver parlato di se in terza persona e per non aver avuto cuore di dire ciò che pensava a quella certa persona, in quel preciso momento, solo per la paura di poterla perdere.

L’IDRAULICA DEL CUORE

Se qua dentro posso essere tutto quello che voglio, oggi sono felice.
E non ho mal di denti, ho diecimila euro sul conto corrente, le vacanze prenotate per quest’estate nei fiordi norvegesi che era tutta la vita che ci volevo andare, ho un impianto stereo superlativo della bose, una borsa di braccialini a forma di drago verde sputafuoco, una vespa viola in garage, un abito nero, avvitato e senza spalline, aderente e corto fino al ginocchio, un paio di décolleté rosse tacco dodici per un totale di centoottantasette centimetri di altezza, la tavola apparecchiata per due con le candele accese e la quiche di porri che si scalda dentro al forno.
Se qua dentro posso sentirmi come voglio, oggi sono una gran figa.
Ma proprio una di quelle che fan girare la testa e diventare gli uomini come bambini che sbavano di fronte ad un gelato che non possono avere. Una tipo la Cucinotta o la Bellucci. Una come la Scarlett Johansson, ecco, che se posso scegliere, scelgo mica male.
Se qua dentro posso dire tutto quello che voglio, oggi dico che gli uomini che ho incontrato nella mia vita non hanno capito un cazzo di me. Oppure sono io che non ho capito un cazzo di loro, ma siccome sto a casa mia decido che son loro a non aver capito un cazzo. Dico che non sono per niente una gran figa, ma oggi mi ci sento e poco male che la figura nello specchio e negli occhi della gente non sia la stessa che vedo io. E fanculo agli specchi e alla gente, dico che si dovrebbe andare in giro con una benda sugli occhi perché è il solo modo di conoscere qualcuno. Dico che bisognerebbe azionare il cervello prima di aprire bocca o di inchiostrare una pagina bianca, perché le parole hanno sempre un peso e tanti, quasi tutti, non si rendono conto del danno che hanno il potere di fare. E quelli che pure se ne accorgono, pochi, ma qualcuno se ne accorge, mi fanno solo incazzare ancora di più. Dico che se sento un’altra volta ancora, un’altra volta sola la frase: “io son fatto così, che ci vuoi fare” giuro che esplodo sul posto e incenerisco tutto nel raggi di cento metri.
Ma che cazzo vuol dire che sei fatto così. Che cazzo vuol dire.
(Omissis citazione)
(Perché omettere una citazione. Perché non sono ancora abbastanza dura e pura per citarla, perché sarebbe come sorridere di una cosa per la quale non sono ancora pronta a sorridere, perché mi piace l’idea che in questo momento possiate pensare chissà cosa, perché anche se non la scrivo so sempre di cosa si tratta e non per questo ha meno valore)
Se qua dentro posso essere vetrocolato come voglio, decido di dare la colpa di tutto al cuore, inteso come muscolo cardiaco.
Lui, ha una idraulica tutta sua. Non è possibile definirla meccanica del cuore, perché la meccanica ha un che di poetico che mal si addice al movimento sanguigno e involontario che si compie dentro al petto.
È idraulica del cuore, punto e basta.
Quindi il cuore pompa e fa quello che cazzo vuole.
Fino a quando non finisce la sua corsa stremato.
O fino a quando non ti becchi uno scaramaccino.
O la sfiga.
O fino a quando non ti rompi le palle.
O decide lui o decidi tu.
Certo non vince mai nessuno.
Se qua dentro posso essere me stessa, io sono bella. Che è quello che mi sento stasera.

L’AMORE NON BASTA

Il vecchio divano di pelle marrone divideva la stanza ingombra di mobili. Il caminetto a sinistra, il tavolino di vimini con qualche rivista e La Stampa. Il posacenere di legno lucido, imbottito di cicche, era appoggiato sul bracciolo, in bilico. L’uomo seduto sul divano era mio padre e io ero seduta vicina a lui. Mio padre e’ sempre stato avaro di parole, ma quel giorno di quasi quindici anni fa me ne disse alcune che non avrei mai più scordato. Me le disse fra il ronzio basso della televisione e gli sbuffi di fumo delle sue sigarette. Disse che l’amore non sarebbe bastato. Non aggiunse altro, non diede spiegazioni. L’amore non basta. Non capivo le sue ragioni, seguii solo il suo consiglio. Ruppi con il ragazzo con cui stavo all’epoca, perché lui mi chiese di farlo. Volevo bene a B., fu doloroso lasciarlo andare, e ancora oggi non capisco come possa non bastare l’amore. Così ho provato senza amore. Per otto anni. Sono stata otto anni con un uomo che non amavo. Un uomo avaro di parole. Una relazione sterile e superficiale, che non mi ha lasciato niente da ricordare. Otto anni in cui ho dovuto affrontare problemi inaspettati, otto anni in cui ho scelto di non affrontare la mia vita, cercando di occuparmi dei problemi di altri, cercando al contempo di non farmi travolgere e fallendo. Poi ho lasciato anche lui. Questa primavera ho deciso di provare a riprendere in mano la mia vita. Colpa dell’amore. L’amore che manca nella mia vita mi ha fatto alzare il capo dallo stagno melmoso in cui volontariamente mi sono affogata e mi ha tirata via per i capelli. Ma l’amore non basta. Anche provandolo, anche solo immaginandolo, so che non basta. Non mi è mai stato spiegato il perché, ma so che è così. L’amore non basta.

IL CARRETTO DEL PANE

Mi manca il profumo del pane, la sensazione tattile del pane caldo tenuto in mano. Mi manca l’odore un po’ acre del lievito madre, il sapore della focaccia stirata, le rosette gonfie gonfie e croccanti, le ciabatte che non stavano tutte dentro al sacchetto, i baci di dama, le lingue di suocera, le pesche.. Le pesche! Grosse come pompelmi, con la crema al burro e l’alchermes e una ciliegina candita a far da picciolo. Mi dia un chilo di biove e tre etti di cantucci. Io prendo un filone e un pezzo di focaccia e.. ma si, una di quelle belle pesche! Centinaia di clienti che sceglievano sempre di tornare. Perché il mio papà lo sapeva fare bene il pane. E le fette biscottate e le brioches. No, non brioches, brioss. Si le brioss. Cornetti oppure olandesine. Spennellate con la marmellata di albicocche per fissare le goccioline di zucchero. Panettiere, pasticcere, apicoltore. Questo è il mio papà. Ricordo i miei pomeriggi di bambina passati in laboratorio a scalare quelle pile altissime fatte di sacchi di farina impilati. Erano le montagne, per noi nanetti! La nostra merenda consisteva nell’affondare le manine fino al polso nei contenitori della marmellata!  Ho sempre odiato dover stare dietro al banco a servire clienti. Pulire, pesare, lavare, tagliare. Ho sempre dato per scontato tutto il suo lavoro, tutta la fatica che ha sentito, che ha sudato, per fare il suo mestiere con criteri mai meno che eccellenti. Ora che dietro al banco non ci sono più, ora che sono passati ben più di quindici anni, mi rendo conto di quanto mi sia sbagliata nel dare tutto per scontato. Quanto mi manca il profumo del pane che faceva il mio papà.. Questo post mi è colato fuori dal cuore perché oggi han seppellito un panettiere poco più giovane del mio papà. Ho guardato il figlio di quest’uomo che piangeva mentre portava il suo papà dentro la chiesa, e mi sono chiesta quanto coraggio gli ci vorra’ per arrivare alla fine di questa giornata e, domani, cominciarne un’altra. Io son fortunata, il mio papà e sempre qui. Però oggi sono un po’ triste, perché han seppellito un panettiere. Ciao, C. 

ILMIOBELLISSIMONOME

La Ciccia ha una personalità bipolare, alle volte si sente un mostro terrificante e potentissimo, altre volte e’ indolente e sarcastica. Nulla di positivo, insomma. Il Grasso Corporeo si autoalimenta di tutta la tua parte più negativa e di tutto il cibo che gli viene passato sotto banco. Lui si fa beffe dei tuoi buoni propositi di dimagrire e ti osserva maligno dal divano e aspetta solo l’ennesima mossa falsa che farai. Oh si, farai sempre una mossa falsa: una brioscina, una barretta al cioccolato, una pizza troppo condita, il latte caldo col cacao.. Tu ci provi a combatterLo, quantomeno a fermare il Suo desiderio di conquista, ma è la cosa più difficile del mondo. Non importa cosa hai fatto nella vita o cosa ti è successo o i salti mortali che hai dovuto fare per tirare su la testa dalla cacca in cui nuotavi, lo Stomaco reclama il suo prezzo. Lui vuole il cibo, dateglielo. Si può provare a combatterLo su altri fronti, facendo sport oppure provando a ridurre le dosi, poco per volta, magari ci casca? Non lo so, e’ un po’ come cercare di dare un senso alle scelte che hai fatto nella vita, non ci riesci in un giorno. Li per li ti sembravano sensate, e poi ti ritrovi quindici anni dopo a chiederti perché non sei quello che volevi, perché non hai le cose che hanno gli altri. Mangio mentre scrivo queste cose, e sono un po’ commossa, quindi credo che dovrei partire da qui, e vedere dove arrivo. Comunque, io sono una dura e non piango. E non sono nemmeno brutta, sono solo grassa. Ecco, forse questo e il primo dei Dodici Passi o dodicimila che devo fare per capirmi oppure e’ un ennesimo primo passo nella giusta direzione, non so, di primi passi ne ho fatti tanti, ho perso il conto. Ora basta, ho dato troppo spazio.