USCIRE E SOCIALIZZARE

E se mi avesse presa per il culo?
Voglio dire, se lui mi stesse prendendo in giro e io non me ne accorgessi, andrebbe bene, no? Io non lo saprei, e non mi sentirei presa in giro. Quindi, bene. Cioè, non bene, lui sarebbe uno stronzo, ma finché non lo sgamo, andrebbe tutto bene. Si? Perché io ho la precisa sensazione che non mi stesse prendendo per il culo. Non dico che ci metterei la mano sul fuoco, ma sono abbastanza convinta da poterci ricamare un po su, sono le tre di notte e mi rigiro in testa questo pensiero senza capo ne coda e non posso fare a meno di abbellire un po un abbraccio richiesto come saluto e una stretta che ho considerato un po più affettuosa di quanto mi aspettassi, mentre le sue le mani cercavano il mio collo e il suo volto era così vicino al mio credo di aver chiuso gli occhi, ma spero di non averlo fatto per davvero, nel momento in cui le sue guance hanno sfiorato le mie, sempre con le mani a cingermi il collo, ho sentito le sue labbra che mi lasciavano addosso, tra il mio orecchio e la mia bocca, un bacio leggero e denso e affettuoso ed è esattamente per questo motivo che non riesco a prendere sonno.
Perché sono conscia del fatto che questi miei pensieri siano orrendamente adolescenziali, ma non riesco a fare a meno di immaginare un’altro incontro e un altro abbraccio.
Karma permettendo.

Ah, nella trasposizione immaginifica che le mie sinapsi cerebrali mi stanno riservando, non è mai presente, per ovvi motivi, la
fidanzata-di-poche-parole del tipo che mi ha abbracciata così bene.

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SCRIFO

Questo è un momento molto schifo.
Così, scrivo.
E quello che vien fuori è un perfetto equilibrio tra
~scrivo~
e
~schifo~
che traduco con
~scrifo~
Si capisce, no?

E poi vorrei dire del Cervino e di quelli che si porta via come fossero pedine di una scacchiera, di quelli che stanno in un letto d’ospedale, lontani da casa, che non sono nemmeno coscienti e i parenti e gli amici non sanno più quello che devono pensare, e non lo so nemmeno io cosa si dice in questi casi. Mi viene solo da pensare che il Cervino è grande e grosso e possente, ma qualcuno lo risparmia, e io spero che quel qualcuno sia tu. In bocca al lupo, e torna presto.

Devo capire se un’amico, d’improvviso, può non essere più un’amico. Ancora una volta nella mia vita mi trovo davanti a questa cosa impossibile da definire. L’affetto esiste ancora, e non credo che se ne andrà mai, ma l’amico, invece, non c’è più.
Non è giusto.
Così scrifo, continuo a farlo, tanto mi sfogo anche se non vado da nessuna parte, anche se neanche gli altri vanno da nessuna parte.
Un’amico mi ha chiesto del futuro e io non so dire niente del futuro. Immaginare la mia vita da qui al mese prossimo è già un’impresa, non mi ci metto neanche a inventarmi quello che potrebbe essere, mi fa troppa paura, nel bene e nel male.
Non riesco a stare legata a nulla e nessuno, e nessuno e niente riesce ad attecchirmi addosso.
Cercare di trovare in me il ~volermi bene~ è difficile.
Lo è per tutti, e a tratti ci si lascia un po andare, e in questi momenti non riesco ad essere leggera e semplice e solare.
Il futuro, per me, è troppo grosso, è ingestibile. È troppo pieno. Niente futuro, niente come sarà o come dovrebbe essere o come vorrei che fosse. Faccio i conti giorno per giorno, solo dirlo a voce alta mi fa già stare meglio. Conta solo l’adesso.
E poi mi mancano gli amici. Quelli che credevo che conoscersi fosse una cosa da fare insieme, quelli che cambiano opinione e atteggiamento perché non si fanno sempre andare tutto bene per forza, quelli che anche se rimangono più in superficie riescono comunque a sorridere con gli occhi.
Ho la forza, ho la fiducia, ma mi manca qualcosa che adesso non c’è.
Pazienza, sono comunque felice.
Scrifo.
E adesso mi faccio una doccia e stasera mi vado a mangiare i pesci alla griglia con le mie amiche.

DI RUOTA CHE TORNA A GIRARE, DI PREZZEMOLO, DI JEANS, DI PERCORSO ED OBIETTIVO E DI PARAGONI DEL CAZZO

Ah, che bestia strana è il cibo, e quanta volontà ci vuole per non soccombere ogni volta. Mangiare regolarmente, seduta a tavola, la pasta pesata e la carne magra con le verdure alla griglia, il minestrone, un pezzetto di pane, ma integrale, un frutto dopo il pasto e niente banane, una margherita al sabato sera, che sembra quasi domenica, una di quelle domeniche passate a Olivola e la peperonata dello zio e i friciulin della nonna, il risotto alla milanese e il prezzemolo nella canottiera per non soffrire il mal d’auto…ma è solo una margherita. Con tanti ricordi dentro. Scrivere, pensare, pronunciare la parola ~dieta~ mi fa subito venire in mente privazione, tristezza, pastasciutta senza formaggio grattugiato e con un cucchiaino d’olio, pesce al vapore, broccoli. Io odio i broccoli. Mi è concesso un dolce alla settimana. Uno qualunque, quello che preferisco, la panna cotta, una fetta di torta, il frappè col gelato. E a me questa concessione fa paura. Se metti un alcolizzato davanti ad un bicchiere di vino, quanta forza gli ci vorrà per non berlo. Perché è un po la stessa cosa, per me, se e quando avrò nel piatto una porzione di panna cotta, saprò regolarmi? La vendono dappertutto, ho occasioni quotidiane per poterla comprare e mangiare. Come il vino. Lo trovi a poco in qualunque supermercato. Ma quanta forza ci vuole per non metterlo, ogni volta, nel carrello. Perché il cibo da la stessa dipendenza, ma è tollerato, è dannoso in modo meno invasivo, è conforto che tutti ci permettiamo di quando in quando, ed è una cosa difficile da gestire. Ad un certo punto la volontà che prevale sull’ennesima fetta di pizza o sul pacchetto di fieste, è positiva, è una cosa che bisogna coltivare, come le verdure dell’orto. Ma è difficile. Subentra il senso di colpa, prima inesistente, anche solo all’idea di mangiare una panna cotta. Ho paura di farlo perché non so se dopo sarò capace di contenere il senso di colpa e di fermarmi.
E non stancarmi, per non avere poi il buco allo stomaco, come se dovessi morire di fame da un momento all’altro, se cammino, se penso troppo forte.
E penso alla salute, penso anche un po alla taglia di jeans che mettevo a diciott’anni, penso ai vestiti che non metto più da una vita, penso che questo mio peso mi lega troppo, che non sono più io, non mi sento più me stessa. Da tanto tempo.
Allora metto su i fagiolini per domani, che torno tardi dal lavoro e me li trovo già pronti, solo da scaldare, nel frigo c’è il petto di pollo da fare con le erbette, che se non ci metto un po di gusti sopra mi sembra di morsicare una suola, domattina prendo un panino integrale dal panettiere e una bottiglia d’acqua che bisogna bere molto, che fa bene.
E mi consolo pensando che un giorno diventerò una strafiga da cinema. Tzè.

MORE THAN WORDS

Certi giorni non ne vale proprio la pena.
Quando mi rendo conto che è tutto qua.
Non esiste altro.
Non esiste un posto in cui posso andare a rifugiarmi.
Dal mondo, da me stessa. È tutto qua.
Ed è proprio quando me ne accorgo che rimango sola.
Come tutti gli altri.

Quando mi accorgo che la mia maschera preferita mi si è incollata al volto, e vorrei strapparmela di dosso, ma non so più come si vive senza. Senza dubbi, senza apprensione, senza timore di sbagliare, di aver giudicato male. Senza più odio verso i nemici, senza i falsi sorrisi, senza trucchi, senza ostentazioni di forza.

E se fosse possibile essere felici?
Se davvero, come scriveva Pavese, l’amore fosse come la grazia di Dio? Quale sarebbe il peccato più grande?
Non accoglierlo.
Se le parole fossero il preludio di un’azione, e non solo esternazioni, se le parole inducessero un’inizio di nuove possibilità, quale sarebbe l’errore più grande?
Rimanere seduta a leggerle.
Se lo sperare e il credere spingessero davvero le gambe verso il punto lontano, verso la fonte delle attese di sempre, allora non sarebbe più vano sperare.
E credere.
Invece i sogni sono diventati acquerelli che appendo alle pareti, a prendere polvere e indifferenza. Dopo un po non li guardo neanche più, sono sempre gli stessi, e la polvere finirà per velarne i colori e diventeranno come negativi di vecchie foto dimenticate in un cassetto.

Sono adesso, quei giorni, quei giorni in cui mi rendo conto che scrivere è una grande menzogna, la più grande di tutte.
Perché non conta la verità che metto nel mio scritto, perché non contano le parole che scelgo, conta solo il mio essere immobile dietro una scrivania mentre decido il vocabolo che mi sembra migliore, e immagino e tento di tradurre sensazioni intraducibili, mentre scrivo dell’amore, o della solitudine. Mentre leggo l’amore di altri, la disperazione, l’incapacità di amare.
Sono tutte menzogne. Lo scritto vanifica il reale sentimento. Rimane solo un pezzo di carta, o una pagina virtuale che non lascia niente a nessuno, dopo cinque minuti svanisce.
Perché finirò per dimenticarmi del volto che mi ha ispirato se continuo solo ad immaginarlo. Perché comincerò a chiamare solitudine una sensazione che non conosco davvero, perché non sono sola, sono circondata da persone che mi amano. Non immagino nemmeno cosa sia la solitudine.
Lo scritto mente perché è un’elaborazione.
Lo scritto mistifica. È dolo. Una frode con belle parole.
Ed è un artificio abusato.

Contano solo gli occhi che si guardano e le mani che si toccano.
E le bocche incollate, finalmente in silenzio.
Le orecchie che si saziano solo del rumore un po ruvido della pelle che si sfrega con altra pelle.
Conta molto di più il silenzio.

Sono proprio adesso, quei giorni.
Quei giorni in cui penso che ho ancora molte cose da dire, ma che scriverle non serve a niente.

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“Stringi tra i denti
quei tuoi pensieri
che lisci come l’olio
vanno in fondo alla pancia.
Quelli di ieri
speri non risalgano
mai più nella gola
per non dover poi dire
mai più
quel che pensi
a me che non so capire”

Your eyes~La finestra
Negramaro

 

VELOCE COME UN SORRISO

All’improvviso comprendo.
All’improvviso il freddo mi fa tremare forte le gambe.
È una sensazione che arriva dall’esterno, fuori da me, e mi penetra dentro, nello stomaco, si piazza nel centro perfetto del mio corpo e s’irradia intorno, tocca tutto, gambe braccia testa divano. Mi fa tremare le mani, e la mia scrittura deve essere continuamente corretta perché gela anche lei, penso a stento cuore e viene scritto un dolore sgrammaticato. Più mi copro, più il freddo si alimenta del suo stesso fuoco, si ingigantisce e mi tramuterà in una statua di ghiaccio e non avrò più sensazioni finalmente. Cerco di allineare i battiti del mio cuore con quello che sento pulsare intorno e mi rendo conto della distorsione dei miei respiri, che escono fuori rabbiosi e taglienti come coltelli. Il ghiaccio mi costringe all’immobilità e non mi permette di sciogliermi in pianto o scaricarmi in un accesso di rabbia.
Sono stata congelata in una forma di fiore perfetta e pericolosa.
Senza radici, posata sul divano fino al disgelo.

Ferma immobile, basta.
Non voglio più essere toccata.
Da nessuna sensazione.
Non voglio più toccare nessuno.

SENZA MERITO

Non funziono bene, ho la scatoletta cranica piena di ingranaggi arrugginiti che sfregano l’uno con l’altro e creano più attrito e rumore croccante che movimento fluido. Anche l’anima e’ un po lisa e sbrindellata, tenuta insieme da toppe patchwork e fil di ferro e molti fil di fumo. Non sono allineata al gruppo, all’universo mondo, alla gente, rimango indigeribile, difforme, come un pezzo di puzzle che non s’incastra mai bene con gli altri pezzi, l’unico pezzo che rimane in fondo alla scatola, e il puzzle non lo finisci lo stesso, ma quel pezzettino scappato da chissà dove te lo ritrovi ogni tanto che cerca di insinuarsi nel mucchio, frustrato. E non è giusta nemmeno l’immagine del puzzle, sono un pezzo del tangram, spigoloso e appuntito, l’ultimo pezzo che stona tra i quadrati perfetti e i triangoli equilateri. Uno spicchio in più di un rombo altrimenti proporzionato. A volte. A volte sento la necessità di uniformarmi. Ma non sono una pecora, in presenza di altre pecore tiro fuori il lupo. E se ci sono troppi lupi, tiro fuori la pecora. Che non è saggio, me ne rendo conto, ma è sempre la stessa di prima, quella travestita da lupo. Non so bene neppure io quale unità vado cercando, che animale sono. Forse sono una pecora gialla. O un lupo blu. Una lupecora o una pecoralu’. Piero Angela non l’ha ancora fatto un documentario su di me, e bisognerebbe si sbrigasse che non è mica più un ragazzino. Tendo a desiderare e a pretendere cose che non esistono, i miei sentimenti unidirezionali non sono ricambiati. Non decifro le pietre miliari poste sul cammino dei più, mi sfuggono i segni più elementari, e non c’è mappa per imparare a camminare dritti sulle proprie gambe. Vago per il mondo supplicando spiegazioni e insegnamenti che di solito son lezioni che imparo duramente sulla pelle e quasi mai parole spiegate con pazienza e cura. Non ho il conforto di poter parlare a mio padre e non penso che un padre debba per forza sapere tutto, avere soluzioni pronte all’uso ed essere perfetto e sempre presente e una guida esperta, io penso che mio padre avrebbe dovuto accompagnarmi e non l’ha fatto. E anche se adesso ho trentaquattro anni, la sua rimane una mancanza che produce effetti devastanti. Non ho più cuore di cercare di capire e comprendere, la frattura della mia famiglia e’ irrimediabile e devo imparare a conviverci ogni giorno, ed è la sfida più enorme che mi sia mai stato chiesto di affrontare. E la devo affrontare adesso che ho ancora la forza di farlo. E ho anche l’ardire, sempre, di aspettarmi totale comprensione e pazienza, quando sono io la prima a non capire dove sto, a che punto sto, e a essere carente di pazienza in maniera imbarazzante. La pazienza che richiedo io e’ semplicemente troppa, un quantitativo esorbitante, neanche due o tre pazienze messe insieme basterebbero. Sto anche iniziando a trasformarmi in vampira. Non succhio ancora il sangue, ma comincio ad odiare la luce diurna. Non ho mai amato molto le luci forti, ed ora sopporto sempre meno il sole. Mi abbaglia, mi investe, d’estate mi scalda troppo e mi lascia addosso una patina di sudore e incazzatura che perdura per tutta la stagione. Ho abituato me stessa a passare troppo tempo dentro la mia testa e avrei bisogno di contatti umani, sempre, per non perdermi nei miei labirinti di pensieri e reazioni. Ho bisogno di sentire opinioni diverse dalle mie per trovare spunti che mi facciano riflettere su ciò che non conosco e mi possano offrire un nuovo modo di affrontare il quotidiano. E cerco sempre nei posti sbagliati e nella maniera sbagliata. Se tendo la mano sei tu che la devi tenere ben stretta, perché io farò di tutto per scappare. E più scappo e più vorrei restare e forse, un giorno, mi strapperò a metà. Il mio modo di sottrarmi alle emozioni consiste nel chiudere gli occhi e soffocare le sinapsi e qualunque altro turbamento che di solito e’ legato e parte e finisce nello stomaco. Indi, apro la bocca e mangio pizza in quantità industriale. Funziona? No che non funziona. A parte la super ciccia, non funziona. Perché il cibo crea sul corpo una sorta di corazza, uno scudo con il quale presentarmi al mondo per non farmi toccare da nessuno. Nonostante io ricerchi con fervore un contatto, una parola, una carezza che nel contempo rifiuto. Roba da matti. Da dottore dei matti. Il cibo per me, non è più nutrimento o conforto, è placare un tumulto. Che in origine non è un tumulto, un terremoto, una scossa tellurica, in origine è solo un’emozione, che si trasforma in getto potente di geyser se ignorata, e siccome io la ignoro lei si ribella e diviene tumulto e allora ha senso scrivere che mangiando placo questa cosa che ormai e’ diventata maelstrom. Funziona. Solo che il tumulto e la compensazione col cibo sono direttamente proporzionali e prima o poi esploderò. In ogni senso. O mi lascio andare alle emozioni, e quindi esploderò e dimagrirò, se sopravvivro’ all’esplosione, o esploderò comunque, continuando a mangiare. Non conosco le vie di mezzo, non ho il senso della misura.
Straparlo, sedatemi.

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“Sono stato grasso un tempo, Alcatraz e’ una cura dimagrante eccezionale. L’America mi ha ingrassato, quaggiu’ quasi nessuno e’ magro, la stragrande maggioranza degli uomini assomiglia a suppli’ con i piedi. La cosa viene vissuta con meno tormento che in Europa. Da voi, tra bulimici ed anoressici, non si salva quasi nessuno dal problema del cibo inteso come compensazione o morte. Gratificarsi ingozzandosi e’ un vizio malinconico….ci vorrebbe una guerra per rimettere in linea il paese, forse basterebbe una televisione meno matrigna, meno bella, meno in linea, meno in tiro, una televisione un po’ deforme come noi e non questo specchio cosi’ infedele dei nostri corpi. Piu’ si mangia o si fa lo sciopero della fame, piu’ si diventa meno appetibili sessualmente e affettivamente, cosi’ crediamo ingozzandoci o digiunando, cosi’ crediamo perche’ cosi ci stanno facendo credere. Ti potro’ mai amare se non ho il giro vita della Schiffer? I maschietti poi soffrono di un problema in piu’, lo definirei il complesso di non avere il pene di Rambo… guarda che mangiando non ti si allunga mica!!! Che tenerezza, fratelloni miei, quanto tempo e quanto cibo sprecato, quante diete, quante pillole, quanto dolore inutile. Ma vuoi davvero diventare primo in un mondo che da valore solo alla giovinezza, alla bellezza fisica, al possesso? Perche’ questa e’ la competizione che ti uccide. Non ti dico accettati per quello che sei e neanche vogliti bene, siamo mostri e lo sappiamo. Siamo brutti, goffi, obesi, stanchi o lische di pesce e non ci vogliamo bene, mandala a farsi fottere la psicologia della domenica, non c’e’ la ricetta. Siamo quello che siamo e continueremo a mangiare e a bere fino a stramazzare di colesterolo e di noia. Ma se, contro tutto e tutti, ci occupassimo invece che della carne, dell’anima? Chiamatela io, o spirito, o fanciullino, angelo o demone, quella che siete riusciti a mettere a dieta, non ve la filate per niente. Ritenete che lo spirito, l’anima di un obeso sia pesante da portare come il suo corpo? No…noi tutti bulimici o anoressici dobbiamo spezzare un diabolico circolo vizioso, quello infarcito di cibo, diete, senso di colpa, dito in gola, ossessione di essere bello. Conosco un solo modo per uscirne: pensare ad altro e il piu’ prossimo altro che conosco e’ la mia anima, la tua: Spalancale il frigo di notte, dalle musica, arte, poesia, tolleranza, solidarieta’, amore. Ingrassa l’anima, fratello. Il corpo fara’ esattamente il contrario, hanno punti di vista differenti”.

“Un uomo solo che guarda il muro è un uomo solo, ma due uomini che guardano il muro è un principio d’evasione”

Jack folla. Un dj nel braccio della morte. Di Diego Cugia.
Cella: due metri per tre.
Matricola: 3957

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Ho ancora la forza che serve a camminare,
picchiare ancora contro per non lasciarmi stare
ho ancora quella forza che ti serve
quando dici: Si comincia !

E ho ancora la forza di guardarmi attorno
mischiando le parole con due pacchetti al giorno,
di farmi trovar lì da chi mi vuole
sempre nella mia camicia..

Abito sempre qui da me,
in questa stessa strada che non sai mai se c’è
e al mondo sono andato,
dal mondo son tornato sempre vivo..

Ho ancora la forza di starvi a raccontare
le mie storie di sempre, di come posso amare,
di tutti quegli sbagli che per un
motivo o l’altro so rifare..

E ho ancora la forza di chiedere anche scusa
o di incazzarmi ancora con la coscienza offesa,
di dirvi che comunque la mia parte
ve la posso garantire..

Abito sempre qui da me,
in questa stessa strada che non sai mai se c’è
nel mondo sono andato,
dal mondo son tornato sempre vivo..

Ho ancora la forza di non tirarmi indietro,
di scegliermi la vita masticando ogni metro,
di far la conta degli amici andati e dire:
Ci vediam più tardi..

E ho ancora la forza di scegliere parole
per gioco, per il gusto di potermi sfogare
perché, che piaccia o no, è capitato
che sia quello che so fare..

Abito sempre qui da me,
in questa stessa strada che non sai mai se c’è
col mondo sono andato
e col mondo son tornato sempre vivo..

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Lo scopo nella vita non è eliminare l’infelicità, è mantenere l’infelicità al minimo.
Dr. House

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La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri.
E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri.
Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili,
di finire alla mercè di chi ci sta di fronte.
Non ci esponiamo mai.
Perché ci manca la forza di essere uomini,
quella che ci fa accettare i nostri limiti,
che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto.
Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà.
Mi piacciono i barboni.
Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose,
catturarne l’anima.
Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.
Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore.
Alda Merini