IL GRILLO PARLANTE

Stadicà dice che si è rotta lepà e oggi parla solo per aforismi e frasi fatte, così io la censuro e vaffancù.
Nei giorni scorsi è venuto a trovarmi il Grillo Parlante. Dice che mi ha perdonata, perché l’ultima volta che è venuto l’ho aspirato via con la Colombina duemilavatt, ma forse ho omesso di dirvelo. È venuto e mi ha detto che mi devo comprare il tapirulàn, piazzarlo in mezzo alla stanza e se voglio continuare a vedere le mie serie tv preferite lo posso fare solo se mi ammazzo di corsa davanti alla televisione.
Era calmo e tranquillo, come al solito, e io ero fredda e distaccata, come al solito, e la Colombina è rotta, e forse è questo che ha influito sulla sua placidità, sta di fatto che non avevo mezzi per zittirlo e lui ha imparato la lezione ed è stato breve.
Tapirulàn, di corsa, serie tv, e ancora corsa. Diciamo per tutto il tempo libero che ho da qui fino al mio prossimo compleanno. A luglio.
È stato abbastanza chiaro.
Poi si è dileguato, ha capito come si fa.
Io ciò fatto un pensierino, ce ne sono tanti su ibei, magari me lo compro. Se non altro potrei essere più in forma per poterlo scorrattare la prossima volta che viene a rompere lepà.
Magari guardo anche una Colombina nuova.
Bah, finché c’è connessione c’è speranza.

MALEFICA

Il Tempo si è fermato con stridore d’ingranaggi arrugginiti e tutto si è coperto di polvere; la vernice si scrosta dai mobili con una lentezza esasperante eppure tutto è fermo e niente lascia tracce.
Non conosco la meccanica degli orologi, non so come si ripara quel maledetto Segnatempo inutile appeso al muro della sala.
Si tratta di Malefica. È caduta in disgrazia. Non farebbe paura nemmeno a una mosca e sta diventando ridicola. Si affanna fra misture e pozioni senza più capirci il verso ed è patetico assistere alle sue messinscene cercando di rimanere impassibili e mostrando quella meraviglia che fino a poco tempo fa non avremmo dovuto simulare.
È un dato di fatto, non è più lei. Povera Malefica! Non sa più come essere se stessa.
Il Tempo Fermo sottolinea meglio la sensazione di immobilità, è un velo pesante come un lenzuolo buttato sui mobili per ripararli dalla polvere. Ma il Tempo non si fermato davvero, permette solo alcuni momenti di consapevolezza prima di riprendere a vorticare instancabile.
Il Tempo conosce solamente questo trucco da feste dei bambini, non saprebbe farne altri, ma è un trucco che riesce tutte le volte. Si blocca e poi riparte. Non sai quando si bloccherà, non sai quando ripartirà, ma puoi star certo che prima o poi ricomincerà a macinare istanti.
Io mi sono accorta di Malefica solo in questo momento di Tempo Fermo e mi sono resa conto anche di altre cose che subito ho nascosto per bene in fondo, schiacciandole giù per impedire che possano prendere aria, ossigenarsi e uscire.
Perché non ho più tempo, ha già ripreso a scorrere.
Domani, si ricomincia.

GUARDA ME, GUARDA SOLO ME (MAYBE IT’S NOT TOO LATE TO LEARN HOW TO LOVE AND FORGET HOW TO HATE. OZZY)

C’è qualcosa di sbagliato, è questione di come stanno le cose e di come invece dovrebbero stare, tutta la superficie della vita, la retta larga poco più di un palmo che percorro in una sola direzione obbligata mi sostiene senza alcuna rete di protezione, mi perdo dentro la testa inconsapevolmente girando in tondo mentre invece cammino su di una strada perfettamente diritta, a volte correndo, a volte inciampando, sempre diretta al muro che mi aspetta in fondo. La terra morbida alla fine del percorso, senza sangue, sempre ferite che non sanguinano, non so come chiamarle in altro modo, se fanno male sono lacerazioni, lo sono anche se non vedo il rosso scuro che dovrebbe colare. Ne ho la sensazione sui polsi e sui palmi, sulle tempie, cola dagli occhi trasparente come se. Fosse domani che arriva il giro di boa, ben poco importa che siano invece sette perfetti giorni. Gli ultimi istanti per. Chiedermi cosa farei se fossero gli ultimi istanti della mia vita, se mai qualcuno al mondo è riuscito ad accorgersi di vivere gli ultimi istanti della propria esistenza, senza aver mai pensato di. Chiudere il viaggio con un bacio, immortalato come statua di pietra vulcanica, il primo e l’ultimo mai pensato, mai. Si dovrebbe riflettere su come si vorrebbe finire i propri giorni, si finirebbe col pensare le stesse cose, le stesse dannate e benedette cose di ogni stramaledetto e strabenedetto giorno sempre come se. Potessi chiedertelo lo farei, lo so che il coraggio non mi mancherebbe, alla fine, sono forte e fragile nello stesso tempo sono.
A metà strada, nel mezzo perfetto di ciò che ero e di ciò che potrei ancora essere domani. Comprerò una maglia nuova e non penserò mai più a quello che desidero più di ogni altra cosa al mondo. Esisto solo su questo piano anch’esso esattamente a metà strada fra chi sono e cosa voglio. Da te. Esisto solo qui, qui voglio farmi trovare, qui non mi nascondo, qui lo sanno tutti chi sono, non ho bisogno di nascondermi io. Ho bisogno di. Una dolcezza che arriva forte come l’onda che sembra soffocare. La vita ha più sapore se arrivi dolce come un’onda di riflesso e poi sfondi gli argini e mi avvolgi. Di te. Con te. Parlo di te come. Se fosse vero che. Esisti. Sei una sensazione che non ricordo di aver provato, è. Come andare in bicicletta. Cose che non si dimenticano, cose. Accumulate, come l’eccesso di spazio nello stomaco che non basta riempire con il cibo, perché non è il cibo che riempie. Sono. Felice. Dell’idea. Di. Te.
Guarda me, guarda solo me.

“LA COME-DI”

VETRO: Smettila di rompere i coglioni.
h o
d e t t o
c h e
n o n
s o n o
n e r v o s a
(Lunga aspirata dalla sigaretta. Talmente lunga che il soggetto quasi la finisce in un unico tiro, pur continuando a dichiararsi non colpevole di nervosismo)
COLATO: Hai scritto NERVOUS sulla fronte, non mi prendere per il culo.
VETRO: Che cazzo vuoi, levati dalle palle.
COLATO: Più facile a dirsi che a farsi.
VETRO: Ròllatene una e non scassare il cazzo, lasciami vegetare in pace.
COLATO: Ma vattene affanculo, porca troia, oggi non ci stai con la testa.
VETRO: (Il soggetto apprezza molto l’atteggiamento della controparte. Si sente piacevolmente istigato a reagire a tono. Almeno in linea teorica)
Affanculo stocazzo. Piòmbati in un angolo del terrazzo e goditi il panorama di palazzi e cemento armato. E stai zitta. Fa il favore, stai muta.
COLATO: (Passa una mezz’ora, poi un’altra)
Possiamo parlare un po?
VETRO: A che serve, lo sai che mi vengono in mente solo domande.
COLATO: Vanno bene anche quelle. Le domande sono import…
VETRO: Eccheccazzo, ti prego, non mi ammorbare con ‘ste stronzate da bacio perugina. Voglio silenzio, solo silenzio.
COLATO: …
VETRO: Adesso mi stendo un po, levati dalle palle.
COLATO: (In un angolo della stanza, rannicchiata vicino alla porta, guarda il soggetto sdraiato sul letto)
Io sono qua. Sto zitta, e sono qua.
Posso appoggiare la mia schiena alla tua?

CORBEZZOLI! O DELL’AVVERSIONE GIUSTA ET SACROSANTA ALLA VOLGARE ET PROMISCUA ET DEMONIACA ABITUDINE DI DECLAMAR VOLGARMENTE

    A voi
    sensibile cuore
    che si sconvolge
    all’udir parola men che casta e pura,
    dolce fanciulla leggiadra
    e imbellettata
    vestita a festa
    anche per andar
    a gettar la spazzatura,
    nobile anima
    e audace pensiero
    fanno parte della vostra natura.

    Che i miei versi possano esservi
    coperta per la fredda sera,
    alacremente intesso trame
    con disegni che distolgano
    la mente vostra
    da questa infinita galera.

    Vedo la calma
    posarsi sui vostri occhi,
    finalmente riposate
    le vostre stanche orecchie
    dal parlar del volgo
    buono solo
    per barboni e pidocchi.

    A voi.
    Mai vi raggiunga
    lemma men che lieto,
    parole note
    di felicità e sorrisi
    insomma
    nulla
    che somigli
    al rumor
    di un peto.

    Con profondissima cura dedico questi miserrimi versi a tutte le leggiadre et pulcherrime fanciulle et ai casti et puri uomini che solcano codeste strade che ho il profondo et davvero immeritato onore di calpestare me medesima.
    Ho l’ardire di sconfiggere la parlata grottesca et demoniaca che sporca bocche et lingue, et che deforma i volti di molti dei nostri giovanetti et giovanette dicasi “moderni”, con queste mie poche rime, davvero indegne dell’attenzione dell’occhi vostri, sí casti et limpidi come rugiada posata sul primo bocciuolo del mattino.
    Et ho la spudoratezza di sottoporre alle beltà vostre questo mio scritto, con la buona speranza che esso possa rendere omaggio alle vostre opulente bellezze di sguardo et d’animi.
    Indegnamente et umilmente,
    serva vostra, vetrocolato.

GAIA

“Accompagnami al pronto soccorso, devo farmi medicare.
Non chiamare l’ambulanza, riesco a camminare, mi metto una
maglia e andiamo”

Vado in bagno cercando di evitare accuratamente lo specchio
e chiudo la porta.
Ho paura. Non ho mai avuto così tanta paura in tutta la vita.
Tremo di paura, piango di paura, ho la testa piena di paura.
Mi vesto lentamente, ogni gesto mi procura dolore e fa montare
ancora di più il mio fottuto orrore di essere appena morta e di
dover fare i conti con quello che mi rimane davanti.
Di la c’è Marco.

La prima volta che ho visto la sua bocca aprirsi in un sorriso ero già persa. È bastato un attimo. Non ho mai smesso di amare la sua faccia, così dolce, e subito l’ho desiderato dentro di me.
Sorrideva e mi amava.
Come se fossi la cosa più bella della sua vita.

La prima volta che mi ha picchiata è stata anche la prima volta che
non l’ho visto sorridere. Qualcosa nel suo viso si era spezzato, i suoi lineamenti così morbidi si contrassero brutalmente e mi fece sbattere con violenza per terra. Poi i calci al ventre, le mani che mi sollevano per
i capelli, il sangue nella bocca, il vomito per terra.
Il dolore è arrivato dopo, mi ha privata lentamente di qualsiasi altra percezione.
Quando mi rendo conto di essere ancora viva apro gli occhi a fatica
e so di essere sola, Marco non c’è.
Non riesco ad alzarmi, mi trascino al lavello della cucina e vomito ancora sangue e bile. Non ho cognizione del tempo, della luce.
Mi sento tirare per le braccia, un’attimo di vertigine e vedo Marco che mi stende sul letto, Marco che mi tampona il sangue sulla faccia, Marco che sorride, Marco che sorride, Marco che sorride.
Tempo dopo mi sveglio con una fasciatura sul ventre e riesco
a camminare fino in bagno.
Ho dei punti sulla guancia destra e il colore del mio viso non è naturale, non sono io quella nello specchio. Non riesco ad aprire la bocca, la lingua tocca le gengive e sento che manca un dente. Mi sento svenire.

Non mi ha mai più picchiata così forte.
Dopo la prima volta solo schiaffi, e più raramente pugni, come oggi.
Sulla faccia. Sempre sulla faccia.
Esco dal bagno e Marco sorride.
Mi porge la giacca e mi prende per le spalle, per sorreggermi,
per accompagnarmi fuori, all’ospedale.
E io lo guardo sorridere.

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L’8 marzo è tutti i giorni.
L’8 marzo è un giorno come un altro per ricordarlo.

Gaia è la mia parola per la vita, contro ogni violenza.

INCONSAPEVOLMENTE

Lei scrive il suo amore su una pagina luminosa. Il suo amore.
La cosa più preziosa che ha, se stessa. Le sue terminazioni nervose messe a nudo sul foglio virtuale, donate lievemente, e con la forza della passione. Lei scrive del suo amore come se fosse la prima volta che lo avverte, ed è la prima volta che se lo sente scivolare addosso. Sgorga da qualche parte nel centro del suo torace, sensazione di graduale allagamento delimitato solo dalla superficie della sua pelle e dai contorni infiniti della sua mente. Tutto il corpo è coinvolto in questo processo chimico e sensoriale che sovverte ogni ordine prescritto e imposto precedentemente. È uno smarrirsi meraviglioso e naturale, perdersi nella profondità di questa nuova dimensione cerebrale e molto corporea. L’organismo rilascia verso se stesso pulviscoli di sostanze inebrianti, stimolanti e confortanti. Lei si sente della stessa materia sottile che compone l’universo che la circonda, è diventata lei stessa espressione di perfezione e assenza di tempo e regole fisiche che non possono penetrare il suo stato di grazia. Lei ama. E il resto, la condizione precedente, il vivere senza amore, non riesce a ritagliarlo a misura di questo nuovo modo di esistere. Due mondi opposti e contrastanti che stridono. Inconciliabili.
Lei ha provato a dare altri nomi a quest’amore, con forza e tenacia ha provato a distaccarsi da se stessa e dalle sue sensazioni, senza discostarsi mai d’un passo dall’amore. L’amore la salva dal silenzio e dalla solitudine. L’amore la culla e le asciuga le lacrime. L’amore è l’unica cosa bella e buona rimasta. Allora, lei, si farà bastare il suo ricordo. E questo le basterà.

CONIECTURA

Non so parlar di mariti e di figli perché non ho ne l’uno ne gli altri.
Non conosco il dormire tutte le notti accanto a qualcuno.
Mi sveglierebbe il suo russare e non sarei capace di riaddormentarmi.
Magari vorrebbe dormire con la testa appoggiata al mio petto e un braccio a racchiudermi il ventre e non sarei capace di prendere sonno.
Nelle notti di influenza e naso chiuso saremo in due a non dormire.
Ma son tutte congetture, che ho sempre dormito da sola e non posso sapere tutto.
Mi volterei su un fianco per guardarlo dormire, con la sua bocca socchiusa e il petto che si alza e si abbassa regolare, gli occhi che seguono il ritmo dei sogni e le braccia stese lungo i fianchi.
Poi arriverebbe nostro figlio o nostra figlia che sarebbe messa fra di noi e allora saremo in due a non dormire, che la creatura dormirebbe anche nell’acqua.
Plausibilmente sarei solo io a non dormire.
E ci sarebbero colazioni, e baci sulla bocca, auguri di buona giornata ed sms di coccole e pranzi solitari che ci si può veder solo la sera di ritorno dal lavoro.
E il bimbo, all’asilo, colorerà i suoi disegni e giocherà con altri bimbi e si ruberanno i giocattoli e imparerà a stare al mondo. Una maestra buona e paziente glielo insegnerà.
Ci saranno vacanze al mare che fan bene a tutti, e la montagna che piace a me, e qualche concerto e il cinema al sabato sera, che il bambino lo tiene un’amica. Ci saranno week-end che passerò da sola mentre tu sarai al lavoro o far bevute e chiacchiere con gli amici.
Ci saranno ore spese con le amiche a far niente, che è solo bello stare insieme, e ore spese a parlar male dei mariti, a parlar bene dei mariti, a parlar dei nostri mariti.
Ci saranno parenti insopportabili, parenti come fratelli, fratelli come amici e amici disponibili e colleghi petulanti e ci sarà sempre qualcuno da cui tornare a casa la sera, per parlare, per sfogarsi o per ignorarsi.
Ci saranno litigate furiose, per spese che tolgono fiato e raziocinio e ci chiederemo se varrà la pena tanto sacrificio.
Voleranno stoviglie che con precisione millimetrica colpiranno muri anziché teste, e anche parole voleranno, di quelle parole che non si vorrebbe mai sentire, ma che arriveranno.
E non ci si parlerà per settimane, si porterà il bambino a scuola e ci si bacerà davanti a lui, che l’incanto non svanisca ai suoi occhi, e poi continueremo ad ignorarci.
Si capiranno gli sbagli fatti e si perdoneranno.
Ci saranno scuse e pentimenti, ci si rinfaccerà eterno rancore e verrà lasciato sepolto, per poter provare ad andare avanti, e si farà l’amore e ci si guarderà negli occhi per cercare di ritrovare quello che avremo perso per la strada.
Ci saranno errori tradimenti bugie scuse imprecazioni e distacchi.
E nostro figlio crescerà con un tatuaggio sulla pelle che dice io sarò diverso.
E invecchieremo tutti e non so se lo faremo saggiamente.
O se non convenga farlo saggiamente.
E se saremo ancora insieme forse ne sarà valsa la pena.
Che son tutte congetture, le mie, che non ho mai dormito con nessuno.

DI RAGNI E DI MOSCHE

Il ragno di mestiere tesse tele.
Le piazza ovunque e le stende con solerzia e zampe esperte.
Lo fa per istinto e per sopravvivenza, che nelle sue tele ci si appiccicano tante mosche stupide!
Le mosche volano con le loro traiettorie di sghimbescio e apprezzano il fermarsi dappertutto, anche sulle tele di ragno.
Perché sono impavide, le mosche!
E il ragno le guarda.
A lui piace così, le guarda per ore e le studia per bene e poi ne fa ritratti che le mosche osservano senza capire dove voglia andare a parare ‘sto ragno un po sui generis.
Che gli verrebbe voglia di dirgli: mangiami! Son mosca, tu ragno, inghiottimi!
Il ragno, poi, la libera un pochettino, di modo che la mosca possa anche scappare se ne ha voglia, ma la libertà, a questo punto, interessa meno della curiosità.
Allora il ragno cambia la sua pelle e si fa specchio e la mosca vede il riflesso di un altro se’ e rimane affascinata e sbalordita.
Possibile?! Dove prima vedevo un ragno ora vedo una mosca come me, con i miei stessi colori e pensieri.
E la mosca non si è neppure accorta di aver ripreso a volare, libera, e di essere rimasta avvinta a quest’incantesimo di ragno che la tiene prigioniera più di mille fili di bava collosa.
Il ragno allora parla parole che sono il riflesso di quelle della mosca, che non sa di aver parlato nel suo sonno agitato mentre era ancora schiacciata dalla tela. E le sembrano parole nuove eppure così familiari e adatte a lei, al suo essere mosca e al suo essere speciale.
Così la mosca si avvicina e prova a baciare il ragno.
Han bocche diverse, che non combaciano bene.
Ma la mosca pensa di aver baciato un’altra mosca!
Passano i giorni e l’incanto si affievolisce, perché il ragno conosce solo questa di magia, e dopo un po anche la mosca più stupida si accorge dello specchio nascosto, e dei piccoli trucchi usati per rendere più scenografico lo spettacolo.
Così la mosca vola via, sempre di sghimbescio, e andrà a posarsi su una nuova tela di ragno, finché qualche ragno senza magia non la mangerà, o finché non troverà un ragno con la magia giusta per il suo essere mosca.

UNA POLTRONA DI SHIRO KURAMATA

Non baciarmi sulla bocca. Questo non è negoziabile, puoi fare tutto, puoi avere tutto, ma non puoi baciarmi sulla bocca. Siediti sulla poltrona, abbassa le luci. No, non spegnerle, ecco, così, come fossero candele. Rilassati, bevi un sorso di birra. La musica parte lenta, un sax in sottofondo, la voce roca della cantante sembra sussurrare parole di viaggi, di aeroporti. Tieni gli occhi bene aperti, guardami davvero. Mi spoglio lentamente, sfilo le scarpe, poi la maglietta e i jeans e sono perfetta davanti a te. Ora puoi usare le mani, posa la birra sul pavimento. Prendo il foulard che indossavo e ti bendo gli occhi di modo che tu possa sentire meglio. Parto dal collo, ti bacio sulla vena che pulsa sotto la pelle. Tu sei già più avanti, ma ti fermo. Scendo al petto, uso anch’io le mani. Provi a baciarmi con un’ostinazione che mi fa quasi tenerezza, ma non posso, lo sai. Non puoi avere le mie labbra, accontentati del resto. Così e’ perfetto, vorrei che questo istante potesse non finire mai. Non puoi baciarmi perché non rimarrei integra se le tue labbra dovessero sfiorare le mie. La sensazione della tua bocca sopra la mia, il sapore della tua lingua, della birra che hai bevuto mescolata alle sigarette e alle parole che mi hai sussurrato sempre, incessantemente, all’orecchio. Tu sei mia, tu sei mia.. Non puoi baciarmi perché il contatto con le tue labbra mi frantumerebbe. Rimarrei sfinita, di uno sfinimento definitivo, intollerabile. Non puoi baciarmi, accontentati del resto.