DI ORSI, DI MURI E DI MARTELLI. E MI DISPIACE MOLTISSIMO, MA HO ANCHE PENSATO AD ALESSANDRO BARICCO, DEV’ESSERE COLPA DELLA MIA BASSA AUTOSTIMA

Questa è la storia di figlia orsa che un bel giorno guarda le sue cose e capisce che è arrivato il momento di provare a camminare sulle proprie gambe. Così una sera di quasi dieci anni fa, afferra la prima valigia che trova, inscatola i suoi libri, i vestiti, il nécessaire per la fabbricazione di sigarette illegali e si cerca una mansarda in affitto abbastanza vicina al lavoro e abbastanza lontana dalla ex casa paterna.
Papà orso nega ogni rapporto con questa figlia testona e caparbia e i due si trincerano dietro un silenzio veramente molto ingombrante e rumoroso per essere un semplice silenzio.
Passano i mesi e papà orso non si sente bene, non è più lui, la vita gli ha giocato un brutto tiro e ne sta pagando le conseguenze.
Così figlia orsa decide che è arrivato il momento di prendere un martello bello grosso e di tirare giù quel muro di silenzio assordante che teneva separati il padre e lei.
È il muro viene giù, non era nemmeno poi così difficile, è bastato un solo preciso colpo.
Papà orso, però, non sembra troppo felice del cambiamento, asseconda la figlia ma ha qualcosa dentro agli occhi che non gli permette di vedere bene, così sono corse dall’oculista e dall’ottico, lenti nuove, nuovi approcci, si gioca un po al poliziotto buono e a quello cattivo, ma niente, il difetto diventa sempre più plateale, sempre più grave.
Ma figlia orsa non sa più tornare dietro quel muro che sembrava così sicuro e solido perché ha imparato che nemmeno i mattoni riescono ad impedire all’amore di entrare. Figlia orsa può privarsi di tutto il resto, ma non smetterà mai di aggrapparsi a quell’unico amore.
Così, proprio con l’amore e la pazienza, la ricerca, le parole, un po di rabbia, forse, e con tanto sacrificio di molti, le cose piano piano sono state riassorbite, la vita ha ripreso a scorrere un po più serena.
Ma figlia orsa, sempre lei, quella caparbia, quella testona, torna di nuovo alla carica con il suo bisogno di risposte, con molte domande tenute chiuse in fondo al cuore per tanto tempo, e chiede a papà orso il perché di molte cose, tutte insieme, tutte in una volta, troppe domande per una sola conversazione e papà orso tira su un muro alto, ma così alto e spesso che il ricordo del muro iniziale è quasi nostalgico, tenero, apprezzabile, comprensibile.
Un muro, quest’ultimo, con una crepa scavata dalle mani di mamma orsa, una piccola via di fuga per lei stessa, per vedere un pezzo di cielo ogni tanto, per respirare aria pulita, per vedere figlia orsa, e le cose che val la pena vedere, i libri, i film, lo smalto rosso sulle dita dei piedi.
Un muro che nessun martello ha potuto spaccare, anzi, il martello è stato spezzato. Un muro cementato da anni e dolore e vergogna e malattia e chissà cos’altro.
Ma oggi è il 17 giugno 2014, ed è un bellissimo giorno.
Figlia orsa ha appena chiuso la porta di casa, sta per scendere al supermercato per fare la spesa, è ancora sul pianerottolo quando sente squillare il cellulare.
Merda, pensa, lo ha lasciato in casa.
Riapre velocemente e lui squilla ancora, benedetto telefonino.
Era papà orso.
Ed era una telefonata vera, con le domande e le risposte, le spiegazioni sulle parole crociate, il trucco del lucchetto al frigorifero, l’inutilità delle enciclopedie, e domani appena so ti farò sapere e si, ti tengo informato, puoi giurarci che ti tengo informato.
Proprio una telefonata vera.
Figlia orsa ha riconosciuto a stento la voce di papà orso, ma ha sentito subito il fondo di affetto e di protezione e di amore, perché è solo quel tipo d’amore che è fatto così, e basta provarlo una volta che poi si riconosce ad occhi chiusi.
Il martello giusto per quel fottuto muro.

~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~

“Accadono cose che sono come domande, passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde”
Alessandro Baricco

IL COMPENDIO DI PASQUA

Questi sono i giorni dell’antibiotico iniettato sulle chiappe, che fa effetto prima e si porta via il mal di denti. Sono i giorni delle lacrime, perché quando fa così male piangi e pensi solo che non senti altro, ma poi una suora piccolina e gentile mi fa la puntura e un po di male se lo porta via. Sono giorni che queste lacrime sono anche di amarezza. Come quando telefoni a qualcuno, quasi per sbaglio, e allora cerchi di cogliere l’occasione per parlare anche se sei solo tu a farlo. Io dico come stai, tutto bene? lo so che la mamma non c’è, ma non importa è proprio con te che volevo parlare. Come stai. E non dici niente, e allora vabene lo stesso, parlo io, ho un po di mal di denti ma vabene lo stesso, ma dimmi, papà, come stai. No, non riagganciare. Così piango, un po per i denti un po per questa difficoltà che esiste nel comunicare, piango perché un po mi fa bene, non è solo dolore fine a se stesso. Chissà, magari la prossima volta non riagganci, devo solo dilatare l’ottimismo su una tempistica più lunga. E provare a sbagliare di nuovo, sperare che la mamma esca un’altra volta e dimentichi il cellulare.
Sono anche i giorni che dovrei tenere segreti che non sono nemmeno più tanto segreti. Poi lo sanno tutti che non sono capace di tenere per me una cosa bella, ma qui non posso, forse più in la. E sono ancora giorni di lacrime e questa volta di commozione. E la commozione mi sta bagnando i-pad da quanto è tenace. Ti vedo in questo video e penso che sei bella, penso che questa commozione non è più incredulità di una cosa bella già avvenuta, penso che sia l’unico modo di accogliere le cose belle che a volte accadono, soprattutto questa volta, che hai lavorato tanto e ancora lo stai facendo per arrivare dove vuoi, e questa sorta di stupore, ogni volta, nel vederti significa che è così che si dimostra la gioia, perché non ci si può abituare ad una cosa bella, e quando ricapita e anche quando ricapitera sarà ancora così, coi lacrimoni e le risate, con il dialetto dei parenti che chiamano per salutare, con il tuo video mostrato ad amici e colleghi anche se non si fa, anche se “sta male”, non è “elegante”, me ne frego, siamo contadini per fortuna, non c’è ancora troppo filtro fra la gioia e le convenzioni sociali, facciamo le cose un po come ci viene, non ci vergognamo ancora di mostrare la felicità. Questi sono i giorni che le lacrime sono davvero una benedizione, si portano via tutto il dolore e lasciano la gioia delle cose belle. Le lacrime ignorate prima o poi chiedono il conto, e quando lo si paga è un conto salato, ma lasciano spazio anche al resto, alla commozione e ai sorrisi. Questi sono giorni in cui le lacrime mi fanno questo effetto. Se fino a ieri sera mi chiedevo che ci faccio qua, io, perché scrivo le mie cose in un blog, la risposta che mi do adesso è diversa, sono qua perché ne ho bisogno, devo condividere con qualcuno tutto questo dolore e tutta questa gioia, perché ha più senso se non tengo tutto per me, perché se esiste anche solo una persona che si ferma e legge queste mie parole, allora ne varrà ancora di più la pena, perché tutto avrà senso nel momento in cui le cose vengono dette a voce alta, o lasciate su un foglio che tutti possono leggere. Che me ne faccio di tutta la mia gioia se la tengo per me sola. Un bravo scrittore ne avrebbe fatto un romanzo.
Io no, io non ne sono capace, vien fuori tutto un po come viene, praticamente non state leggendo, è come se mi ascoltaste mentre parlo, ma non importa, non potevo non lasciarlo qui, non mi ci sta tutta addosso la mia felicità.
Ed è la stessa cosa quando leggo tanti fra voi, non ho un filtro che mi regola la commozione o la partecipazione che ci metto, mi fate stare bene o male a seconda di quello che passate nel blog, e se da una parte è così che si fa, per un altro verso rimango avvinta dai vari stati d’animo da cui mi faccio contagiare. Ed è bellissimo ma difficile, e nello stesso tempo non vorrei mai leggervi diversamente da come faccio.
Ed anche questa è una cosa che mi chiedo spesso, perché scrivete nei vostri blog? A qualcuno l’ho già chiesto, qualche risposta è stata simile alle mie, altre cose, invece, credo ancora di non averle comprese, ma ancora mi chiedo, perché avete deciso di lasciare le vostre cose qua dentro. Cosa vi rende, a livello personale, il blog. Se avete voglia o possibilità di dirlo, mi farebbe piacere saperlo. Per quanto mi riguarda, il blog non è fine a se stesso, se non ci sono scambi e opinioni, rimane solo un diario, e quelli li vendono in tutte le cartolerie.
P.S. Chiedo scusa, rileggendo mi sono resa conto di aver scritto veramente come viene viene, abbiate pazienza.

SENZA MERITO

Non funziono bene, ho la scatoletta cranica piena di ingranaggi arrugginiti che sfregano l’uno con l’altro e creano più attrito e rumore croccante che movimento fluido. Anche l’anima e’ un po lisa e sbrindellata, tenuta insieme da toppe patchwork e fil di ferro e molti fil di fumo. Non sono allineata al gruppo, all’universo mondo, alla gente, rimango indigeribile, difforme, come un pezzo di puzzle che non s’incastra mai bene con gli altri pezzi, l’unico pezzo che rimane in fondo alla scatola, e il puzzle non lo finisci lo stesso, ma quel pezzettino scappato da chissà dove te lo ritrovi ogni tanto che cerca di insinuarsi nel mucchio, frustrato. E non è giusta nemmeno l’immagine del puzzle, sono un pezzo del tangram, spigoloso e appuntito, l’ultimo pezzo che stona tra i quadrati perfetti e i triangoli equilateri. Uno spicchio in più di un rombo altrimenti proporzionato. A volte. A volte sento la necessità di uniformarmi. Ma non sono una pecora, in presenza di altre pecore tiro fuori il lupo. E se ci sono troppi lupi, tiro fuori la pecora. Che non è saggio, me ne rendo conto, ma è sempre la stessa di prima, quella travestita da lupo. Non so bene neppure io quale unità vado cercando, che animale sono. Forse sono una pecora gialla. O un lupo blu. Una lupecora o una pecoralu’. Piero Angela non l’ha ancora fatto un documentario su di me, e bisognerebbe si sbrigasse che non è mica più un ragazzino. Tendo a desiderare e a pretendere cose che non esistono, i miei sentimenti unidirezionali non sono ricambiati. Non decifro le pietre miliari poste sul cammino dei più, mi sfuggono i segni più elementari, e non c’è mappa per imparare a camminare dritti sulle proprie gambe. Vago per il mondo supplicando spiegazioni e insegnamenti che di solito son lezioni che imparo duramente sulla pelle e quasi mai parole spiegate con pazienza e cura. Non ho il conforto di poter parlare a mio padre e non penso che un padre debba per forza sapere tutto, avere soluzioni pronte all’uso ed essere perfetto e sempre presente e una guida esperta, io penso che mio padre avrebbe dovuto accompagnarmi e non l’ha fatto. E anche se adesso ho trentaquattro anni, la sua rimane una mancanza che produce effetti devastanti. Non ho più cuore di cercare di capire e comprendere, la frattura della mia famiglia e’ irrimediabile e devo imparare a conviverci ogni giorno, ed è la sfida più enorme che mi sia mai stato chiesto di affrontare. E la devo affrontare adesso che ho ancora la forza di farlo. E ho anche l’ardire, sempre, di aspettarmi totale comprensione e pazienza, quando sono io la prima a non capire dove sto, a che punto sto, e a essere carente di pazienza in maniera imbarazzante. La pazienza che richiedo io e’ semplicemente troppa, un quantitativo esorbitante, neanche due o tre pazienze messe insieme basterebbero. Sto anche iniziando a trasformarmi in vampira. Non succhio ancora il sangue, ma comincio ad odiare la luce diurna. Non ho mai amato molto le luci forti, ed ora sopporto sempre meno il sole. Mi abbaglia, mi investe, d’estate mi scalda troppo e mi lascia addosso una patina di sudore e incazzatura che perdura per tutta la stagione. Ho abituato me stessa a passare troppo tempo dentro la mia testa e avrei bisogno di contatti umani, sempre, per non perdermi nei miei labirinti di pensieri e reazioni. Ho bisogno di sentire opinioni diverse dalle mie per trovare spunti che mi facciano riflettere su ciò che non conosco e mi possano offrire un nuovo modo di affrontare il quotidiano. E cerco sempre nei posti sbagliati e nella maniera sbagliata. Se tendo la mano sei tu che la devi tenere ben stretta, perché io farò di tutto per scappare. E più scappo e più vorrei restare e forse, un giorno, mi strapperò a metà. Il mio modo di sottrarmi alle emozioni consiste nel chiudere gli occhi e soffocare le sinapsi e qualunque altro turbamento che di solito e’ legato e parte e finisce nello stomaco. Indi, apro la bocca e mangio pizza in quantità industriale. Funziona? No che non funziona. A parte la super ciccia, non funziona. Perché il cibo crea sul corpo una sorta di corazza, uno scudo con il quale presentarmi al mondo per non farmi toccare da nessuno. Nonostante io ricerchi con fervore un contatto, una parola, una carezza che nel contempo rifiuto. Roba da matti. Da dottore dei matti. Il cibo per me, non è più nutrimento o conforto, è placare un tumulto. Che in origine non è un tumulto, un terremoto, una scossa tellurica, in origine è solo un’emozione, che si trasforma in getto potente di geyser se ignorata, e siccome io la ignoro lei si ribella e diviene tumulto e allora ha senso scrivere che mangiando placo questa cosa che ormai e’ diventata maelstrom. Funziona. Solo che il tumulto e la compensazione col cibo sono direttamente proporzionali e prima o poi esploderò. In ogni senso. O mi lascio andare alle emozioni, e quindi esploderò e dimagrirò, se sopravvivro’ all’esplosione, o esploderò comunque, continuando a mangiare. Non conosco le vie di mezzo, non ho il senso della misura.
Straparlo, sedatemi.

~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~

“Sono stato grasso un tempo, Alcatraz e’ una cura dimagrante eccezionale. L’America mi ha ingrassato, quaggiu’ quasi nessuno e’ magro, la stragrande maggioranza degli uomini assomiglia a suppli’ con i piedi. La cosa viene vissuta con meno tormento che in Europa. Da voi, tra bulimici ed anoressici, non si salva quasi nessuno dal problema del cibo inteso come compensazione o morte. Gratificarsi ingozzandosi e’ un vizio malinconico….ci vorrebbe una guerra per rimettere in linea il paese, forse basterebbe una televisione meno matrigna, meno bella, meno in linea, meno in tiro, una televisione un po’ deforme come noi e non questo specchio cosi’ infedele dei nostri corpi. Piu’ si mangia o si fa lo sciopero della fame, piu’ si diventa meno appetibili sessualmente e affettivamente, cosi’ crediamo ingozzandoci o digiunando, cosi’ crediamo perche’ cosi ci stanno facendo credere. Ti potro’ mai amare se non ho il giro vita della Schiffer? I maschietti poi soffrono di un problema in piu’, lo definirei il complesso di non avere il pene di Rambo… guarda che mangiando non ti si allunga mica!!! Che tenerezza, fratelloni miei, quanto tempo e quanto cibo sprecato, quante diete, quante pillole, quanto dolore inutile. Ma vuoi davvero diventare primo in un mondo che da valore solo alla giovinezza, alla bellezza fisica, al possesso? Perche’ questa e’ la competizione che ti uccide. Non ti dico accettati per quello che sei e neanche vogliti bene, siamo mostri e lo sappiamo. Siamo brutti, goffi, obesi, stanchi o lische di pesce e non ci vogliamo bene, mandala a farsi fottere la psicologia della domenica, non c’e’ la ricetta. Siamo quello che siamo e continueremo a mangiare e a bere fino a stramazzare di colesterolo e di noia. Ma se, contro tutto e tutti, ci occupassimo invece che della carne, dell’anima? Chiamatela io, o spirito, o fanciullino, angelo o demone, quella che siete riusciti a mettere a dieta, non ve la filate per niente. Ritenete che lo spirito, l’anima di un obeso sia pesante da portare come il suo corpo? No…noi tutti bulimici o anoressici dobbiamo spezzare un diabolico circolo vizioso, quello infarcito di cibo, diete, senso di colpa, dito in gola, ossessione di essere bello. Conosco un solo modo per uscirne: pensare ad altro e il piu’ prossimo altro che conosco e’ la mia anima, la tua: Spalancale il frigo di notte, dalle musica, arte, poesia, tolleranza, solidarieta’, amore. Ingrassa l’anima, fratello. Il corpo fara’ esattamente il contrario, hanno punti di vista differenti”.

“Un uomo solo che guarda il muro è un uomo solo, ma due uomini che guardano il muro è un principio d’evasione”

Jack folla. Un dj nel braccio della morte. Di Diego Cugia.
Cella: due metri per tre.
Matricola: 3957

~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~

Ho ancora la forza che serve a camminare,
picchiare ancora contro per non lasciarmi stare
ho ancora quella forza che ti serve
quando dici: Si comincia !

E ho ancora la forza di guardarmi attorno
mischiando le parole con due pacchetti al giorno,
di farmi trovar lì da chi mi vuole
sempre nella mia camicia..

Abito sempre qui da me,
in questa stessa strada che non sai mai se c’è
e al mondo sono andato,
dal mondo son tornato sempre vivo..

Ho ancora la forza di starvi a raccontare
le mie storie di sempre, di come posso amare,
di tutti quegli sbagli che per un
motivo o l’altro so rifare..

E ho ancora la forza di chiedere anche scusa
o di incazzarmi ancora con la coscienza offesa,
di dirvi che comunque la mia parte
ve la posso garantire..

Abito sempre qui da me,
in questa stessa strada che non sai mai se c’è
nel mondo sono andato,
dal mondo son tornato sempre vivo..

Ho ancora la forza di non tirarmi indietro,
di scegliermi la vita masticando ogni metro,
di far la conta degli amici andati e dire:
Ci vediam più tardi..

E ho ancora la forza di scegliere parole
per gioco, per il gusto di potermi sfogare
perché, che piaccia o no, è capitato
che sia quello che so fare..

Abito sempre qui da me,
in questa stessa strada che non sai mai se c’è
col mondo sono andato
e col mondo son tornato sempre vivo..

~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~

Lo scopo nella vita non è eliminare l’infelicità, è mantenere l’infelicità al minimo.
Dr. House

~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~

La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri.
E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri.
Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili,
di finire alla mercè di chi ci sta di fronte.
Non ci esponiamo mai.
Perché ci manca la forza di essere uomini,
quella che ci fa accettare i nostri limiti,
che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto.
Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà.
Mi piacciono i barboni.
Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose,
catturarne l’anima.
Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.
Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore.
Alda Merini

L’AMORE NON BASTA

Il vecchio divano di pelle marrone divideva la stanza ingombra di mobili. Il caminetto a sinistra, il tavolino di vimini con qualche rivista e La Stampa. Il posacenere di legno lucido, imbottito di cicche, era appoggiato sul bracciolo, in bilico. L’uomo seduto sul divano era mio padre e io ero seduta vicina a lui. Mio padre e’ sempre stato avaro di parole, ma quel giorno di quasi quindici anni fa me ne disse alcune che non avrei mai più scordato. Me le disse fra il ronzio basso della televisione e gli sbuffi di fumo delle sue sigarette. Disse che l’amore non sarebbe bastato. Non aggiunse altro, non diede spiegazioni. L’amore non basta. Non capivo le sue ragioni, seguii solo il suo consiglio. Ruppi con il ragazzo con cui stavo all’epoca, perché lui mi chiese di farlo. Volevo bene a B., fu doloroso lasciarlo andare, e ancora oggi non capisco come possa non bastare l’amore. Così ho provato senza amore. Per otto anni. Sono stata otto anni con un uomo che non amavo. Un uomo avaro di parole. Una relazione sterile e superficiale, che non mi ha lasciato niente da ricordare. Otto anni in cui ho dovuto affrontare problemi inaspettati, otto anni in cui ho scelto di non affrontare la mia vita, cercando di occuparmi dei problemi di altri, cercando al contempo di non farmi travolgere e fallendo. Poi ho lasciato anche lui. Questa primavera ho deciso di provare a riprendere in mano la mia vita. Colpa dell’amore. L’amore che manca nella mia vita mi ha fatto alzare il capo dallo stagno melmoso in cui volontariamente mi sono affogata e mi ha tirata via per i capelli. Ma l’amore non basta. Anche provandolo, anche solo immaginandolo, so che non basta. Non mi è mai stato spiegato il perché, ma so che è così. L’amore non basta.

IL CARRETTO DEL PANE

Mi manca il profumo del pane, la sensazione tattile del pane caldo tenuto in mano. Mi manca l’odore un po’ acre del lievito madre, il sapore della focaccia stirata, le rosette gonfie gonfie e croccanti, le ciabatte che non stavano tutte dentro al sacchetto, i baci di dama, le lingue di suocera, le pesche.. Le pesche! Grosse come pompelmi, con la crema al burro e l’alchermes e una ciliegina candita a far da picciolo. Mi dia un chilo di biove e tre etti di cantucci. Io prendo un filone e un pezzo di focaccia e.. ma si, una di quelle belle pesche! Centinaia di clienti che sceglievano sempre di tornare. Perché il mio papà lo sapeva fare bene il pane. E le fette biscottate e le brioches. No, non brioches, brioss. Si le brioss. Cornetti oppure olandesine. Spennellate con la marmellata di albicocche per fissare le goccioline di zucchero. Panettiere, pasticcere, apicoltore. Questo è il mio papà. Ricordo i miei pomeriggi di bambina passati in laboratorio a scalare quelle pile altissime fatte di sacchi di farina impilati. Erano le montagne, per noi nanetti! La nostra merenda consisteva nell’affondare le manine fino al polso nei contenitori della marmellata!  Ho sempre odiato dover stare dietro al banco a servire clienti. Pulire, pesare, lavare, tagliare. Ho sempre dato per scontato tutto il suo lavoro, tutta la fatica che ha sentito, che ha sudato, per fare il suo mestiere con criteri mai meno che eccellenti. Ora che dietro al banco non ci sono più, ora che sono passati ben più di quindici anni, mi rendo conto di quanto mi sia sbagliata nel dare tutto per scontato. Quanto mi manca il profumo del pane che faceva il mio papà.. Questo post mi è colato fuori dal cuore perché oggi han seppellito un panettiere poco più giovane del mio papà. Ho guardato il figlio di quest’uomo che piangeva mentre portava il suo papà dentro la chiesa, e mi sono chiesta quanto coraggio gli ci vorra’ per arrivare alla fine di questa giornata e, domani, cominciarne un’altra. Io son fortunata, il mio papà e sempre qui. Però oggi sono un po’ triste, perché han seppellito un panettiere. Ciao, C.