CAZZEGGIO

Metto lo smalto e lo tolgo e lo rimetto per vedere quale colore mi sta meglio. Impegno intellettivo pari a zero. Che mi si addice, lo so, ed è pure facile e immediato; nelle pause di asciugatura fra una passata di smalto e l’altra guardo canali di shopping televisivo e sogno di imbottire la mia dispensa con affilacoltelli elettrici, taglia verdure con ventordici tipi di lame differenti e macchinette che sformano biscottini perfettini e tutti uguali. Perché i biscottini non escono mai tutti uguali e quelli delle televendite lo sanno! Facendo leva sul senso atavico di super casalinga che è latente in ognuno di noi, ti instillano dentro il senso di colpa per gli orribili e deformi biscottini che vorresti propinare alla tua famiglia. Roba da matti! Chissà quanti ne hanno venduti di quei cosi spara biscottini.
Io l’ho preso rosso. E i biscottini escono lo stesso come cazzo vogliono loro, perché è nella natura del biscottino non essere omologato, ma questo lo capisci solo dopo che hai effettuato il pagamento con carta di credito.
Ma il gusto è buono. Perché il biscottino non ti delude mai.
(Il primo che mi fa la battutaccia sul biscottino lo sfràntico di nocchini sulla ciccetta dietro le ginocchia).
Comunque, viva il libero arbitrio, nel senso che fate pure che cazzo volete, io devo star dietro ai biscottini che se no mi bruciano e devo rimettere lo smalto che si è rovinato tutto.
‘Notte notte!

C’EST LA FUCKING VIE!

Mordi Roccia, rumore e spavento e fragore.
Dal terrazzo si vedono solo palazzi e dietro i palazzi ci sono altri palazzi. Casermoni di cemento con prato al piano terra e mansarda sul tetto. Tutti uguali.
Non è come stare in campagna, qui i temporali devono infilarsi tra le fessure perché si possano vedere bene. Ma si fanno sentire.
Mordi Roccia è a media potenza, l’ho visto più incazzato di così.
Un paio di lampi che illuminano a giorno, non ho nemmeno il tempo di spaventarmi, perché il tuono è già scappato lontano e lascia spazio al vento che porta via le nuvolacce scure e dense e cariche.
Mi vedo camminare sotto l’acqua, i capelli che si bagnano, i vestiti che s’infradiciano velocemente, solo il rumore dell’acqua che scroscia e dei tuoni che rotolano via. Quasi fosse un posto troppo noioso per tuonare con la giusta maestosità, il rumore se ne va nemmeno troppo lentamente, un attimo prima sembrava provenire dalla stradina qui sotto e l’attimo dopo sembra solo un’eco che arriva da chissà dove,
E non c’è niente che scuota meglio di un tuono, anche solo di un’eco di tuono.
Mi vedo camminare sotto l’acqua come in uno di quei vecchi film in bianco e nero, o in una Sin City de noantri, con un bel vestito rosso fiammante. Proprio da gran figa.
Ma di bagnarmi non ne ho per niente voglia, ho su il tutone di pile infilato nei calzettoni perché se no mi viene freddo e non ci penso nemmeno lontanamente ad andare là fuori. Penso cose sagge, cose tipo ma chi cazzo te lo fa fare di uscire con ‘sto tempo di merda? Infilati nel lettone, scrivi due puttanate sul blog, e poi spegni la luce e mettiti a dormire.
Perché tutto andrà esattamente come deve andare, qualunque cosa tu faccia.
C’est la fucking vie, mon cher!

STRONZACIDA

È una cosa alla quale non riuscirò mai ad abituarmi.
A volte credo di si, e sono i giorni in cui rido e faccio battute, ma so che non riuscirò mai ad abituarmi.
Ed è la cosa più triste a cui abbia mai pensato.
Più triste persino di provare a dare la colpa a qualcun altro, più triste anche di credere di essere superiore e di non avere bisogno di aiuto, più triste del fatto di confidare nella speranza fine a se stessa.
Che poi la tristezza è un dannato circolo vizioso che si nutre delle battutacce della gente che ti consiglia su come alleviare il tuo dolore, perché se no finisce che nemmeno te ne accorgi e ti osservi trasformarti piano piano in una isterica stronza acida e sai che finirai il resto dei tuoi giorni tutta sola e matta e circondata da centinaia di gatti randagi puzzolenti.
Tutti hanno il loro consiglio per l’occasione.
Tutti tengono i loro scheletri ben chiusi nell’armadio, e sono pronti a sfoderare perle di saggezza quando si presenta l’occasione.

Sventolate al sole il vostro dolore.

MOTO IMPERFETTO

È cambiato qualcosa.
Ma sono sempre sulla riga di mezzeria della strada che è solo mia, e nella corsia di sinistra c’è la mia vecchia me, e nella corsia di destra c’è la mia nuova me, e io sto proprio li nel mezzo e con passi piccoli e il minor dispendio possibile di energia proseguo avanti piena di dubbi, qualche certezza e svariate carogne poggiate sulle spalle che mi fanno pericolosamente inclinare ora verso sinistra, ora verso destra, in un’eterno dilemma esistenziale.
Dove cazzo sto andando?
Ma ho imparato che fermarsi è anche peggio, perché andare avanti bisogna.
In questa lenta marcia trovo difficile la gestione del mio tempo, ci sono giorni in cui vorrei un collare bianco, di quelli che mettono ai cani per evitare che si grattino dove non devono, o meglio ancora un paio di paraocchi che impediscono la visone periferica. Come per i cavalli delle carrozze. Per evitare che si distraggano, così proseguono dritti.
E ci sono giorni che il sole è così caldo e luminoso che le zone d’ombra ai lati della riga di mezzeria non si intravedono neppure, e sono i giorni che la gente che mi incontra per strada mi dice che sono raggiante, che così non mi si vede spesso.
Qualcosa è cambiato, questo è certo.
Non so bene di cosa si tratti, ma qualcosa è cambiato.
Nulla di simile ad uno di quegli istanti che ti cambiano la vita. Le cose, qui da me, si corrodono piano e lasciano segni evidenti. Ci si mette un po a capire, vedi il cratere lasciato dalla bomba esplosa, ma non senti né il rumore, né vedi la scia di fumo che ne preannuncia l’arrivo. È come una scena del crimine da ricostruire, a volte ci vogliono anni prima che il quadro sia chiaro. E dopo, una volta che hai messo insieme i pezzi, dopo il suono dell’esplosione non conta più. Ti lasci il cratere sordo alle spalle e vai avanti.
A piccoli passi, come un funambolo sulla riga di mezzeria.
Ma senza rete sotto, se no è troppo facile.

SCRIFO

Questo è un momento molto schifo.
Così, scrivo.
E quello che vien fuori è un perfetto equilibrio tra
~scrivo~
e
~schifo~
che traduco con
~scrifo~
Si capisce, no?

E poi vorrei dire del Cervino e di quelli che si porta via come fossero pedine di una scacchiera, di quelli che stanno in un letto d’ospedale, lontani da casa, che non sono nemmeno coscienti e i parenti e gli amici non sanno più quello che devono pensare, e non lo so nemmeno io cosa si dice in questi casi. Mi viene solo da pensare che il Cervino è grande e grosso e possente, ma qualcuno lo risparmia, e io spero che quel qualcuno sia tu. In bocca al lupo, e torna presto.

Devo capire se un’amico, d’improvviso, può non essere più un’amico. Ancora una volta nella mia vita mi trovo davanti a questa cosa impossibile da definire. L’affetto esiste ancora, e non credo che se ne andrà mai, ma l’amico, invece, non c’è più.
Non è giusto.
Così scrifo, continuo a farlo, tanto mi sfogo anche se non vado da nessuna parte, anche se neanche gli altri vanno da nessuna parte.
Un’amico mi ha chiesto del futuro e io non so dire niente del futuro. Immaginare la mia vita da qui al mese prossimo è già un’impresa, non mi ci metto neanche a inventarmi quello che potrebbe essere, mi fa troppa paura, nel bene e nel male.
Non riesco a stare legata a nulla e nessuno, e nessuno e niente riesce ad attecchirmi addosso.
Cercare di trovare in me il ~volermi bene~ è difficile.
Lo è per tutti, e a tratti ci si lascia un po andare, e in questi momenti non riesco ad essere leggera e semplice e solare.
Il futuro, per me, è troppo grosso, è ingestibile. È troppo pieno. Niente futuro, niente come sarà o come dovrebbe essere o come vorrei che fosse. Faccio i conti giorno per giorno, solo dirlo a voce alta mi fa già stare meglio. Conta solo l’adesso.
E poi mi mancano gli amici. Quelli che credevo che conoscersi fosse una cosa da fare insieme, quelli che cambiano opinione e atteggiamento perché non si fanno sempre andare tutto bene per forza, quelli che anche se rimangono più in superficie riescono comunque a sorridere con gli occhi.
Ho la forza, ho la fiducia, ma mi manca qualcosa che adesso non c’è.
Pazienza, sono comunque felice.
Scrifo.
E adesso mi faccio una doccia e stasera mi vado a mangiare i pesci alla griglia con le mie amiche.

CELEBER

Che ciavète mica un libbretto distruzioni che vi avanza?
Eh? Mi servirebbe assai, che sto qui nella bratta fino al collo e lo so pure da sola che galleggiano anche gli stronzi, ma almeno nacòrda tiratemela. Cràmento, mi ci son voluti trentacinque anni per arrivare dove sto, e mi sono resa conto che non ho camminato da nessuna parte. Checcidebbo scrivere nelle mie memorie, eh?!

~ Ella ha giaciuto mollemente adagiata sulle chiappone formando sul divano di stoffa azzurroviscì tal considerevole solco che per dimensione e profondità e scolorimento dovuto a sfregamento di stoffa gins e cotoneviscì, esso, il Gransolco, verrà esposto al MoMA di niuiorch a futura ed imperitura memoria delle generazioni che verranno.
Ella ottiene così il suo quartodora di celebrità ~

Tzè, mica pizza e fichi.

NON SARÀ MICA CHE MI PRENDO TROPPO SUL SERIO

Una non si veste da donna, solo jeans e polo e scarpe da ginnastica; una non si trucca, nemmeno un po di mascara, o lo smalto sulle unghie; una dice sempre parolacce, cerca sempre di essere al centro dell’attenzione, battuta pronta e di solito con un doppio senso volgare; una sa di aver ereditato i tratti del viso dalla madre, e sa quanto fosse bella sua madre, prima di essersi lasciata andare, prima di tutto quello che le è franato addosso, e sa di essere bella a sua volta perché un tratto è innegabile, perché una fascia da miss è innegabile, e maledice l’universo e chiunque nel raggio di chilometri per non aver accesso a quella foto che ritrae sua madre con la fascia, e a tutte le altre foto, le foto della sua famiglia; una cerca di sorridere, di far buon viso a cattivo gioco, e cerca sempre di contare fino a dieci, o almeno fino a tre, prima di sbottare e di investire come un treno merci qualunque cosa incontri sul suo cammino; una cerca di andare avanti, di capire qual’è il passo successivo al perdono, prova a spiegarsi perché non è bastato, spesso non basta, aver perdonato; una si aspetta molte cose e sa perfettamente che deve solo muovere il culo dal divano e andarsele a prendere; una non capisce che a volte ci vuol leggerezza nelle parole, che non sempre tutto è così importante anche per gli altri, che non è con una parola che arriva o meno che si può capire il senso di tutta una frase, di un discorso più ampio che solo il tempo può decidere dove porterà e se porterà da qualche parte; una crede che tiri più un pelo di fica che un carro di buoi e nello stesso tempo spera sempre che non sia così, ed è puntualmente smentita; una si fa un sacco di film, lavora di immaginazione manco fosse una scenografa di sogni, e poi finisce sempre che ci crede, almeno un po, e le facciate non le conta più, che un segno, una cicatrice su un’altra cicatrice, da lontano, sembra sempre una sola cicatrice; una conta un solo amico, una sola persona che da amicizia, col suo modo di essere amico, senza chiedere nulla in cambio, mai; una rimane sempre un po appesa alle parole che legge, e queste parole la contagiano per giorni, le assorbe e le respira quasi fossero vitali; una crede ancora nell’onestà delle sensazioni, crede che si debba essere coraggiosi e provare le cose che si provano fino in fondo, senza adattare gli stati d’animo ad ogni cambio di scenografia; una crede che siano tutti sempre onesti, sinceri, trasparenti; una si è mangiata una fettona di torta con le pesche e la panna e non si è sentita neppure in colpa, e ha capito che questa assenza di colpa è punizione e tristezza; una pensa che sta investendo un po troppo di se stessa, qua dentro.
Una, adesso, si fionda sotto le coperte, sotto il piumone per la precisione, perché siamo al ventotto di maggio è fa un freddo indecente, e si sente sola e vuota e stupida per aver parlato di se in terza persona e per non aver avuto cuore di dire ciò che pensava a quella certa persona, in quel preciso momento, solo per la paura di poterla perdere.

IL MIO BICCHIERE È MEZZO PIENO E IL TUONO SONO IO

Se vuoi sapere qual’è il mio colore preferito lo devi solo chiedere.
Quant’è alto il mio cuscino, cosa provo durante un temporale, cosa vuol dire non aver mai convissuto con nessuno, a parte la famiglia d’origine. Quando penso che non è stata solo l’unica decisione possibile quella di essere andata a vivere da sola, ma è stata la decisione giusta.
Quando ho voglia di cioccolata, quando penso che avere un bagno non condiviso sia la più grande fortuna dell’universo.
Quando non riesco ad addormentarmi, la notte, perché allungo il braccio cercando qualcuno che non c’è e non c’è mai stato.
Quando non so stare tutta dentro ad una frase, perché non lascio mai troppo spazio anche se può sembrare il contrario.
Quando m’immagino il profumo che vorrei sentire dentro il naso, quando provo a ricordare che cos’è la sensazione di una mano calda sulla schiena, quando vedo il cielo diventare scuro e ripenso a me stessa e alle reazioni che ho avuto negli anni di fronte ai temporali.
Dalla paura, passando per la rassegnazione, arrivando, oggi, alla consapevolezza che è solo un temporale.
E che durasse pure tutta la vita, non importa, noi si dura meno.
Quando l’odore dell’acqua che sta cadendo non mi provoca dolore, ma diventa tolleranza, quasi serena, di cose che vanno come devono andare, di propositi che forse questa volta, l’ennesima, dureranno più dell’entusiasmo iniziale e soffocheranno le paure, le angosce inutili e insane che si prospettano ad ogni nuovo cambiamento.
Quando penso che potrei ancora dire di essere innamorata di qualcuno, che potrebbe ancora succedere, che sembra troppo vuoto quel famoso bicchiere se penso che sia vuoto per metà.
Perché per me è più facile pensare che sia mezzo pieno.
È semplicemente più facile.
Quando penso che tutte le lacrime che mi lascio scivolare sulla faccia possano essere specchio in cui qualcuno può intravedere bellezza e non rinuncia.
Quando ancora tremo mentre sento un tuono fragoroso e roboante e impongo a me stessa e alle mie gambe di andare sul terrazzo per sconfiggere quella stupida paura.
E la scarica, per un momento, mi paralizza, ma è più forte la consapevolezza di essere ancora qui, intera, di esistere ancora dopo il tuono. E non è gioia quella che si prova a vincere sul tuono, è solo un’altra cosa che ho dovuto imparare a gestire.
Quando penso che posso fare tutto, e lo posso fare da sola.
Quando penso che non stanno arrivando le cose che mi aspetto, e penso che gran parte della colpa sia mia.
Quando penso che il più delle volte sono davvero insopportabile.
Quando penso tutte le mie cose che lascio in bozza in qualche cassetto.
Quando penso che il mio bicchiere è mezzo pieno, il mio bagno non è condiviso, e io posso fare tutto. Perché il tuono sono io.

PER AVERE COSE MAI AVUTE BISOGNA FARE COSE MAI FATTE

Partendo dal presupposto che non te ne fotte una mazza, potrei dirti che:

~bevo la sera quando esco con gli amici
~faccio uso di tetraidrocannabinolo saltuariamente anche senza la presenza di amici
~mi stanno sul cazzo i bambini che frignano ogni tre secondi, li chiuderei in casa fino alla maggiore età, ed anche allora, al diciottesimo, dovrebbero passare svariati test psicologici prima di poter mettere piede nel mondo reale
~mi piace il gelato solo se c’è un quintale di panna dentro, fuori e dappertutto
~vado matta per le polpette al sugo
~mi piace scrivere mentre sono a tavola a mangiare e me sbatto se non è educato
~metto scarpe di colori diversi
~mi pettino solo quando mi ricordo dove ho lasciato la spazzola
~ho un sacco di libri di ricette e non so fare niente in cucina, al massimo un risottino se m’impegno molto e se ne vale la pena
~scrivo i miei appuntamenti su qualunque foglietto, pezzo di carta o post-it mi capiti sotto mano nonostante compri agende come se non ci fosse un domani
~sono lunatica come un dobermann quando comincia a schiumare, per via di quella leggenda che hanno il cervello troppo grosso rispetto alla scatola cranica, invece è tutto vero
~mi fanno schifo le zucchine bollite, ma quelle fanno schifo a tutti
~se non dormo almeno otto ore per notte qualcuno passerà una brutta giornata
~mi mancano persone che non ho mai incontrato; è come quando leggi un post e credi di conoscere la persona che lo ha scritto, perché ne ha scritti tanti e allora inizi a pensare che sai com’è fatta quella persona, credi di poter assorbire tutto quello che c’è da sapere attraverso quello che decide di lasciare qui, anche se è solo un post, magari un’episodio, un’aneddoto, una battuta, un ricordo, ma niente, sei lo stesso convinta di conoscerlo/a e -addirittura- di essere importante per chi lo ha scritto, per quel che conta qui su wordpress, ma niente, mi mancano lo stesso, mi mancano molto
~ e come chicca finale, senti questa, credo di essermi…
Che poi sarebbe un po come cercare di capire se ho davvero fame tutte le volte che mangio. Quasi impossibile

È tutta una questione di punteggiatura.

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“Fra, non te lo dico più, alzati da quel cazzo di divano e fa quello che devi fare”

“Allora non hai capito un cazzo”

CHE PECCATO CHE PECCATO

Chi ha perso la speranza e la voglia di credere che la felicità può esistere, ora si ritrova legato ad un’amore che non credeva possibile.

Chi ha perso la fiducia nel futuro e si rende conto che non è per niente come lo immaginavamo da ragazzi, si concentra sui ricordi del passato, come antidoto al troppo dolore che è costretto a digerire ogni giorno.

Chi riempie le proprie settimane con decine di impegni perché vivere acquista significato solo in questo modo, arriva alla fine della giornata chiedendosi perché l’unica cosa che realmente da significato a tutto quanto sia così delicata e potente insieme da far dubitare della reale importanza del resto.

Chi ha fatto del cinismo un manto sgargiante che si porta addosso con malcelato orgoglio, finisce per ricercare una sorta di serenità scrivendo dell’amore che ha provato un tempo e che ora deprezza così ostentatamente.

Chi non riesce a godere di un sogno d’amore che fa risvegliare la mattina dopo fra lenzuola umide, arriva prima o poi a darsi ragioni più o meno plausibili sul perché l’amore sarebbe così sopravvalutato.
Magari finisce per cercare un’amore più asettico e impersonale, in un video porno o in una notte di sesso a pagamento. O in qualche relazione occasionale i cui presupposti sono basati solo sul sesso. Perché così è più facile. Forse. O forse, ad un certo punto, si arriva davvero a credere che l’amore è proprio sopravvalutato.

Chi vive solo per molti anni, finisce per aver paura di lasciarsi andare con un’altro essere umano, perché se ci si lascia andare e poi non funziona, non si è ricambiati, quello che rimane è un’angoscia ancora più dolorosa della speranza d’amore. Si finisce per chiedersi se il gioco vale la candela. Questo, dopo un tot di delusioni. Si, ma quante, esattamente, non saprei dire. Perché qualunque cosa si voglia dire, la speranza, a volte, è davvero tenace.

Io sono esattamente divisa a metà fra vetrocolato e me stessa e non so se sia un bene o un male. E non so più se sono vetrocolato oppure io, se ad un certo punto mi sono fusa in lei o lei si è discosta da me per emergere.
Le cose che vorrei sono molte, ma più di tutto vorrei poter pensare solo a me stessa e a quello che mi serve ora.
Non pensare, fare.
Eppure, non riesco a concentrarmi, lascio sempre che vada tutto in vacca, me ne frego e sopravvivo lamentandomi invece di reagire.
Che gran testadicazzo.