FERMO IMMAGINE

Colpa della carenza d’alcool nei miei giorni ricchi di fibre e proteine e poveri di grassi aggiunti, una roba che chiamano ~essere a dieta~ io chiudo gli occhi e m’immagino spiagge deserte, musica anni sessanta e ritmo pigro di vacanza. Immagino di essere altrove e chiudo fuori il mondo che continua a girare storto, all’incontrario, mentre io mi godo il mare e un cocktail verdazzurro che sa di anice. Lascio in bozza le invettive, che mi son tornate nelle dita, lascio fuori la distribuzione delle colpe, lascio fuori tutto quanto.
Ci sono solo io e la musica.

IL MIO BICCHIERE È MEZZO PIENO E IL TUONO SONO IO

Se vuoi sapere qual’è il mio colore preferito lo devi solo chiedere.
Quant’è alto il mio cuscino, cosa provo durante un temporale, cosa vuol dire non aver mai convissuto con nessuno, a parte la famiglia d’origine. Quando penso che non è stata solo l’unica decisione possibile quella di essere andata a vivere da sola, ma è stata la decisione giusta.
Quando ho voglia di cioccolata, quando penso che avere un bagno non condiviso sia la più grande fortuna dell’universo.
Quando non riesco ad addormentarmi, la notte, perché allungo il braccio cercando qualcuno che non c’è e non c’è mai stato.
Quando non so stare tutta dentro ad una frase, perché non lascio mai troppo spazio anche se può sembrare il contrario.
Quando m’immagino il profumo che vorrei sentire dentro il naso, quando provo a ricordare che cos’è la sensazione di una mano calda sulla schiena, quando vedo il cielo diventare scuro e ripenso a me stessa e alle reazioni che ho avuto negli anni di fronte ai temporali.
Dalla paura, passando per la rassegnazione, arrivando, oggi, alla consapevolezza che è solo un temporale.
E che durasse pure tutta la vita, non importa, noi si dura meno.
Quando l’odore dell’acqua che sta cadendo non mi provoca dolore, ma diventa tolleranza, quasi serena, di cose che vanno come devono andare, di propositi che forse questa volta, l’ennesima, dureranno più dell’entusiasmo iniziale e soffocheranno le paure, le angosce inutili e insane che si prospettano ad ogni nuovo cambiamento.
Quando penso che potrei ancora dire di essere innamorata di qualcuno, che potrebbe ancora succedere, che sembra troppo vuoto quel famoso bicchiere se penso che sia vuoto per metà.
Perché per me è più facile pensare che sia mezzo pieno.
È semplicemente più facile.
Quando penso che tutte le lacrime che mi lascio scivolare sulla faccia possano essere specchio in cui qualcuno può intravedere bellezza e non rinuncia.
Quando ancora tremo mentre sento un tuono fragoroso e roboante e impongo a me stessa e alle mie gambe di andare sul terrazzo per sconfiggere quella stupida paura.
E la scarica, per un momento, mi paralizza, ma è più forte la consapevolezza di essere ancora qui, intera, di esistere ancora dopo il tuono. E non è gioia quella che si prova a vincere sul tuono, è solo un’altra cosa che ho dovuto imparare a gestire.
Quando penso che posso fare tutto, e lo posso fare da sola.
Quando penso che non stanno arrivando le cose che mi aspetto, e penso che gran parte della colpa sia mia.
Quando penso che il più delle volte sono davvero insopportabile.
Quando penso tutte le mie cose che lascio in bozza in qualche cassetto.
Quando penso che il mio bicchiere è mezzo pieno, il mio bagno non è condiviso, e io posso fare tutto. Perché il tuono sono io.

IL RUDO

L’orso di peluche è andato, via, in uno dei molti sacchi della spazzatura che negli ultimi anni ho riempito con grande solerzia e specifica ansia da sovraffollamento emotivo, iniziando a sentire piano piano una congrua disaffezione a vari oggetti che mi ricordavano cose che non volevo più avere sotto gli occhi continuamente, trovandomi sempre più invischiata in questa sorta di compulsione a rigettare fisicamente tutto ciò che mi faceva riandare con la mente a luoghi, persone e accadimenti che ho sperato, invano, di poter cancellare semplicemente gettandoli nel rudo.
Ma i ricordi non se ne sono andati.
E talvolta, in serate come questa, tornano potenti ad inserirsi nei soliti gesti che compio, mangiare, sparecchiare, impilare i piatti nel lavello assieme a quelli della sera prima.

T.
Il pomeriggio in cui mi regalasti quell’orso di peluche non lo ricordo perfettamente, mi è rimasta solo impressa la tua faccia delusa al mio rifiuto di mettermi con te.
Avevo quattordici anni e tu sedici.
Non me lo chiesi mai più, dopo quella volta, anzi, una sera, anni dopo, forse incoraggiato dal mio stato d’ebbrezza, mi confessasti che, tutto sommato, era meglio che fosse andata così, tra noi.
E chi lo sa, forse si.
Vorrei non aver gettato quel peluche.

Ricordo l’anello di filigrana che mi diede Y. una sera, al giardino della scuola di musica. Il primo anello che mi abbiano mai regalato.
Lo gettai in uno dei due fiumi che scorrono qui nella mia città, dal ponte vicino alla casa che abitavo con i miei.
Ricordo il luccichio dell’oro che scendeva verso l’acqua come al rallentatore. Ricordo il senso di liberazione di quel gesto, compiuto anni dopo la rottura, ricordo l’esatto momento in cui l’anello ha toccato l’acqua ed è sparito.
Eppure torna spesso, quello scintillio di sole e d’oro traforato, ad interrompere il filo dei miei pensieri per riportarmi indietro su quel ponte a guardarmi gettare un ricordo.

Vorrei aver tenuto quell’anello, esattamente come il peluche, eppure so che lo avrei buttato comunque, perché un ricordo è più facile da gestire che non la prova materiale del fatto accaduto. Almeno per me.
Ho gettato lettere diari pietre foto maglie mozziconi sottobicchieri libri stemmi scarpe fiori canzoni..
Non avrei potuto fare altrimenti.
Ma sto cominciando a collezionare nuovi ricordi.

I WISH YOU COULD SWIM

Salgo in macchina e parto, non importa dove vado, la radio a tutto volume, non importa cosa sento, mi serve solo il rumore di qualcuno che grida più forte di me, seguo strade familiari e schiaccio il pedale dell’acceleratore fino in fondo, fino a consumarlo, spingendo al massimo la scatoletta che guido per vedere fino a dove posso arrivare prima che mi fermi il buonsenso o una pattuglia dei carabinieri.
E il cervello non si spegne neanche per un’attimo, anche se la musica del cazzo che stanno passando in radio è veramente alta e quasi mi ferisce le orecchie, la testa non si sconnette e continua a macinare come la pietra di un mulino, lento e inesorabile il mio cervello produce pensieri come una catena di montaggio, senza alcun filo logico, senza connessione alcuna con il tempo e il momento che sto vivendo e allora canto, canto a squarciagola La isla bonita e dove non ricordo le parole ne invento di nuove e dopo arriva Tiziano Ferro e penso che è troppo, che mi devo fermare e allora inchiodo e la macchina si spegne di colpo e la radio non canta più.
Respiro, e alzo la testa per capire dove sono.
Sposto la macchina dietro un edificio che non riconosco e mi metto a camminare per il paese che comincia dietro la curva.
Non basta leggere Romain Gary per saper scrivere come lui.
Non basta aver qualcosa da dire per saperlo scrivere come vorrei.
Penso che bei libri me ne siano capitati molti sotto gli occhi e ogni volta che leggo qualcosa che mi lascia dentro un segno mi ritraggo umilmente e penso che vorrei uscisse da me nello stesso modo.
Penso che chi sa scrivere bene abbia un dono che una lettrice come me può solo apprezzare, penso che se fossi capace a far uscire quello che voglio dire senza farlo sembrare solo vomito che devo espellere sarebbe un piccolo regalo che posso lasciare da qualche parte in attesa che qualcuno ne tragga le sue conclusioni.
Ho scritto un post, lasciato in bozza, per un’amico che sta soffrendo.
Prima di pubblicarlo l’ho riletto e mi sono resa conto che ho trovato il modo di parlare di me anche se avrei voluto parlare di lui, anche se ho iniziato a scrivere per cercare di capire cosa stia passando il mio amico. E ho capito di non avere la più pallida idea di cosa senta lui, non so cosa voglia dire aver dei figli, ritrovarsi a crescerli da soli, non so cosa significhi andare al cimitero a posare fiori sulla tomba di una moglie che non c’è più. E se mai parole possono avere un senso in questo caso, le mie di certo non contano un cazzo. È stato più forte il mio amico, che è venuto in ufficio da me con un piccolo regalo e molti sorrisi e abbracci stretti. E allora ho capito che un’abbraccio è importante, che un sorriso sincero può essere consolatorio anche se dura un’attimo, ma ne rimane la traccia negli occhi e il ricordo nella testa, per quei momenti più difficili, più neri, si chiudono gli occhi e si ritrova il negativo dei sorrisi all’interno delle palpebre e, forse, quelli bastano ancora. E immagino il mio amico che guarda le sue foto, con lei, con i ragazzi, e immagino che si ricordi quanto fosse bella, e che pensi che non è mica giusto che se ne sia andata così. Ho guardato il mio amico e l’ho visto continuare a sorridere, anche se quello che gli è stato tolto gli ha lasciato un segno indelebile e distintivo sulla faccia, allora ho capito che posso sorridergli anche io, che devo sorridergli anche io, perché nulla di meno si deve aspettare da me.
Ciao N. Per quel che vale, sto sorridendo.

 

L’ACCENDINO PER SAN VALENTINO

Da ragazzina conservavo tutto. Sottobicchieri del pub, frasi dei baci perugina, maglioni trovati per terra ad un festival di artisti di strada in una sera che ho baciato tutti cercando solo L., una fiaschetta per liquori fasciata di lana scozzese, pietroline cercate sulla spiaggia da V. che ha detto che secondo lui avevano delle venature del colore dei miei occhi, nel tentativo di tradurre in parole una sensazione, fiori messi a seccare di nascosto nei libroni di mia sorella che non usava più, i jeans strappati dell’incidente in motorino, pure il motorino, con la scritta tuttora indelebile di E. che dice ti voglio bene sempre. Conservavo tutto, e ora mi restano solo i ricordi. Come questo. Un pomeriggio M. mi chiede di uscire insieme. Avevo quattordici forse quindici anni. Lui due di più. Me lo dice così, ma proprio così, vuoi uscire con me? Si. Passiamo un mese circa insieme, mai da soli, mai mano nella mano, mai un bacio. Eravamo giovani e belli tutti e due. In questo mese, arriva San Valentino e una mattina presto, andando a scuola, mi chiama da parte e mi dice che ha una cosa per me. Ci siamo! Mi regala un accendino di metallo, lungo e stretto, mi abbraccia e mi fa gli auguri. Ecco, un accendino, per il giorno di San Valentino, mai più. Ve ne prego. Son cose che poi, quando hai trentaquattro anni, ti segnano.

VERSO LA LEZIONE DI PILATES

La felicità e’ appuntita, scomoda, indecente, e non sa nemmeno dove stia di casa la tempistica. Io so che la musica e’ alta abbastanza, il sole e’ caldo abbastanza, il tempo che ho e’ abbastanza. Viaggio con una lancia conficcata nel petto e ho la faccia inebetita dallo stupore, e la gente non capisce quanto sia appuntita la mia felicità. E chissenefrega.