CORRENTE ECLETTICA

Per poter interagire nella multiforme casualità della Corrente Eclettica e per sapersi destreggiare negli infiniti modi in cui essa decide di declinarsi, bisogna dotarsi di predisposizione alla bellezza, generose ma non eccessive dosi alcoliche di varia natura e provenienza, parlantina sciolta e mente aperta e desiderosa di vedere, conoscere, sentire, provare, toccare e perché no, annusare.
Una delle prime cose che permettono di accedere al Flusso Eclettico è proprio la vista. Osservate i particolari, perdetevi in essi, tornate in superficie e ancora nel dettaglio per poi ricominciare daccapo. Dopo qualche sorso di vino tutto risulterà più chiaro. Una volta iniziato ad allenare lo sguardo, arriveranno anche i rumori, le parole, le risate, il silenzio, la musica. Fissate una bocca che parla e isolate dal resto il suono della voce che sentite. Bevete. Provate con altre bocche finché non sentirete il timbro di voce che non vorreste mai smettere di ascoltare. Fissate il particolare senza perdere di vista il generale e proseguite. A questo punto dovete inserire anche gli odori. Il profumo del vino nel bicchiere che avete in mano, l’odore del cibo nel vostro piatto, un fiore nella stanza, un’incenso che brucia piano in bagno. Il profumo della donna che vi è seduta accanto, il dopobarba dell’uomo che vi sta di fronte. Immaginate di poter sentire la fragranza direttamente dal loro collo, dalle loro braccia, dai polsi. E bevete un altro po e tornate al generale che se no vi perdete troppo. In tutto questo Eccesso Eclettico è buona norma lasciarsi andare senza cadere, se no ci si perde il bello. Come quando si beve troppo, o troppo poco. Troppo stai male, poco non lo senti nemmeno. Il giusto andrà bene. Una volta padroneggiati i propri sensi principali si può passare al tatto. Calibrata la quantità d’alcool si può toccare, abbracciare, baciare, accarezzare un po lasciandosi andare e in parte rimanendo distaccati. Questa è la parte più difficile. Difficile da mettere in pratica, difficile anche da spiegarvi. Credo che l’unica sia fare pratica. Abbracciare qualcuno, perdersi nell’altro, vivere quell’attimo di calore condiviso cercando di mantenere un contegno e i neuroni e gli ormoni e le mani e la lingua e tutto il resto al proprio posto. Capite che ci vuole pratica. Ma se riuscirete nell’impresa ne sarete appagati, parola.
E non dimenticatevi che anche la felicità ha il suo profumo, ed è quello il segreto.
Ecco, meglio non lo so dire. Buttatevi, nel flusso di Corrente Eclettica si tocca sempre.

Annunci

AL DIO BURLONE E INFINGARDO, POSSESSORE DI MILIARDI DI BOCCETTE DI PROFUMO CHE USA A SPROPOSITO O CHE CUSTODISCE GELOSAMENTE AL RIPARO DA SGUARDI INOPPORTUNI A SECONDA DEL SUO MUTEVOLE E INDECIFRABILE UMORE

Finirà a psicofarmaci per tutti. Sia per i felici che per gli infelici. O a surrogati, placebo, distrazioni, convinzioni, découpage. Perfino découpage.
Potrei fare una lista di tutte le cose che non mi sembrano giuste, ma in questo momento mi sembra una cosa molto deprimente e non riuscirei a trovarci una chiave di lettura comica. E poi mi è venuto in mente che la chimica è come la nuvoletta di profumo. Esiste una tecnica per mettersi il profumo, lo spruzzi in aria di fronte a te e ci cammini attraverso; questo è il modo giusto per mettersi il profumo. Ed è la stessa cosa per la chimica. La Chimica delle persone. Solo che la Chimica delle persone non sta in una boccetta di profumo di cui puoi controllare l’erogazione, no, ci vuole un gran culo per trovare quella Chimica, e poi devi anche passarci attraverso al momento giusto e lasciarti scivolare addosso il nuovo profumo. È una perfetta combinazione di tempo e luogo, non è una cosa che capita spesso. Devi avere fede che esista, e come per tutte le cose per cui si ha fede, ci si deve abbandonare senza vedere nulla di concreto e tangibile. Devi camminare al buio, affidarti all’istinto, trovare la nuvoletta giusta e lasciarti impregnare dal suo profumo.
Lo dicevo che ci vuole un gran culo!
E come per tutte le fedi, a volte si vacilla, si dubita, si grida di rabbia e ci si trascina sotto un metro di terra per nascondersi al mondo, imprecando contro la fede che non esiste.
Ma è così che ti frega, la fede. Ti fa dubitare. E io non voglio dover dubitare.

KEEP CALM AND BLOG ABOUT IT

Quattro mura. Sempre quelle, sempre uguali e ingombre e soffocanti. Il pavimento pieno di cose, di abiti, giornali. Cose. Cadute, perse, abbandonate. Il tavolo di fronte alla finestra del soggiorno, la luce del sole che entra liberamente a scaldare il ripiano di legno della scrivania. La settimana enigmistica e la matita. Le soluzioni dell’edizione precedente a fianco del vecchio giornale.
E quattro mura.
La tv, suppongo. Di giorno, di notte.
Le sigarette.
I pasti consumati in cucina.
Forse c’è anche un mazzo di carte.
Ricordo anche dei libri.
E le foto. Spero che ci siano ancora.
I gatti.
Non so immaginare altro.
Non so come ci si possa volontariamente rinchiudere in una tomba mentre si è ancora vivi. Non so se la casa diventa una gabbia fastidiosa ma indispensabile o se prende la forma di un guscio sicuro e neutrale da tutti i mali del mondo.
Non so perché le persone fanno quel che fanno.
So che l’amore non basta e non è detto che. Ma con quel poco che so io, vado avanti piano in mezzo a molte zone d’ombra.

FEED YOUR DREAMS

La materia di cui è intessuto un sogno è fibra elastica e malleabile, dilata e comprende tutti i tempi insieme, mescolandoli, espandendoli, assottigliandoli. La fantasia è rifugio e medicamento, i desideri creati dalle sinapsi del cervello addormentato sono benzina che brucia, carburante, veleno e solido appiglio e roccia, anche, che si sgretola sotto i piedi. Nel sogno si creano isole di circostanze inesplorate che diventano rifugio e santuario, che proteggono, sostengono e celebrano la fantasia che non sarebbe altrimenti possibile.
Nel sogno è fattibile la magia che può sconfiggere la paura, nel sogno s’impara a esplorare se stessi e a dare sfogo alle proprie potenzialità. O ci si lascia andare giù, per cadere nei più profondi orridi che non saremmo mai capaci di esplorare con gli occhi aperti.
La fantasia permette al reale di potersi compiere, getta le basi, segna un tracciato che consente all’interiorità di espandersi e all’involucro esterno, fatto di carne e ossa, di non accartocciarsi troppo in fretta su se stesso.
La fantasia dona tempo.
Il tempo che regala un sogno è prezioso e salvifico. Si ha il desiderio di trasportare nero su bianco quello che avviene all’interno del proprio cranio iperattivo e ci si dispera, e ci si angoscia di fronte all’evidente, reale carenza di tempo fisico che non si misura con lo stesso metro con cui si misura il tempo di un sogno.
E la vera dannazione sta nell’imparare a convivere sulla linea di confine sottile e fragile che tiene separati il mondo fisico dal mondo grandioso e interminabile della fantasia.

ETC ETC

Ho la sensazione di aver rotto qualcosa da qualche parte, ma non so bene cosa, forse un piatto, le palle o un’equilibrio.
Mi si confondono in testa le cose che vorrei fare e quelle posso, mi sembra quasi di dover chiedere il permesso, di aver fatto movimenti troppo bruschi, così mi areno sul divano incapace di compiere qualsiasi scelta e mentre Linda scopre di aver paura di Montag arriva dalla finestra aperta il suono di una chitarra e la risata di una ragazzina, chiudo gli occhi e sento il crepitio di un fuoco e la confusione delle chiacchiere e bottiglie di birra che passano di mano e sorrisi e spalle che si toccano e plaid stesi per terra di notte dietro la casetta nel bosco dove stavamo sempre tutti insieme a suonare e a pensare a nulla.
Etc. Etc.

CHE PECCATO CHE PECCATO

Chi ha perso la speranza e la voglia di credere che la felicità può esistere, ora si ritrova legato ad un’amore che non credeva possibile.

Chi ha perso la fiducia nel futuro e si rende conto che non è per niente come lo immaginavamo da ragazzi, si concentra sui ricordi del passato, come antidoto al troppo dolore che è costretto a digerire ogni giorno.

Chi riempie le proprie settimane con decine di impegni perché vivere acquista significato solo in questo modo, arriva alla fine della giornata chiedendosi perché l’unica cosa che realmente da significato a tutto quanto sia così delicata e potente insieme da far dubitare della reale importanza del resto.

Chi ha fatto del cinismo un manto sgargiante che si porta addosso con malcelato orgoglio, finisce per ricercare una sorta di serenità scrivendo dell’amore che ha provato un tempo e che ora deprezza così ostentatamente.

Chi non riesce a godere di un sogno d’amore che fa risvegliare la mattina dopo fra lenzuola umide, arriva prima o poi a darsi ragioni più o meno plausibili sul perché l’amore sarebbe così sopravvalutato.
Magari finisce per cercare un’amore più asettico e impersonale, in un video porno o in una notte di sesso a pagamento. O in qualche relazione occasionale i cui presupposti sono basati solo sul sesso. Perché così è più facile. Forse. O forse, ad un certo punto, si arriva davvero a credere che l’amore è proprio sopravvalutato.

Chi vive solo per molti anni, finisce per aver paura di lasciarsi andare con un’altro essere umano, perché se ci si lascia andare e poi non funziona, non si è ricambiati, quello che rimane è un’angoscia ancora più dolorosa della speranza d’amore. Si finisce per chiedersi se il gioco vale la candela. Questo, dopo un tot di delusioni. Si, ma quante, esattamente, non saprei dire. Perché qualunque cosa si voglia dire, la speranza, a volte, è davvero tenace.

Io sono esattamente divisa a metà fra vetrocolato e me stessa e non so se sia un bene o un male. E non so più se sono vetrocolato oppure io, se ad un certo punto mi sono fusa in lei o lei si è discosta da me per emergere.
Le cose che vorrei sono molte, ma più di tutto vorrei poter pensare solo a me stessa e a quello che mi serve ora.
Non pensare, fare.
Eppure, non riesco a concentrarmi, lascio sempre che vada tutto in vacca, me ne frego e sopravvivo lamentandomi invece di reagire.
Che gran testadicazzo.

ALL IN

Se qualcuno arriva a dirti che sei pazzo, e te lo dice mentre ride, convinto delle sue parole, con tutta probabilità ha ragione.
Solo un’altro pazzo ti può riconoscere per quello che sei.
Così come un drogato capisce subito di trovarsi di fronte ad un’altro tossico, sente l’odore di tutta la chimica che ti scorre nelle vene, poco importa se autoprodotta.
Se qualcuno ti dice che sei pazzo e non sorride mentre lo fa, anzi, ti guarda male, come fossi una bestia rara, ecco, quello è una pecora indistinguibile dalla massa di altre pecore presenti sul pianeta.
Quello non è pazzo, è asservito assente inconsistente uguale ordinario regolare.
Gli altri, i pazzi, spiccano. Li ami o li odi.
Faranno di tutto, fuorché stare nel mezzo.
Non sono capaci di stare nel mezzo, di prendere un po di questo e un po di quello, senza eccedere, un po d’amore, un po di gioia.
No.
Tutto l’amore o la desolazione della solitudine più nera, tutta la felicità del mondo concentrata in un particolare o tutto il dolore condensato in una sola parola.
Tutto, o niente.
E il tutto è strabiliante, e il niente è devastante.
Su e giù, dentro e fuori, vivo e morto, in un ciclo che è l’unico possibile per chi non sa vivere diversamente.
All in, sempre, a volte vinci, a volte perdi.
E ogni volta che si cade ci si chiede per quante altre volte ancora lo si potrà sopportare.
E chi leccherà le ferite.
Le sensazioni diventano droga, l’amore, il sesso, anche l’amicizia, tutto è esaltato dal bisogno di vivere, si arriva a contagiare chi sta intorno, anche quando si cade, rovinosamente, trascinando con se tutto quanto, per poi risorgere, furiosamente, pronti a guardare ancora una volta il mondo sostenuti dalla potenza delle esplosioni chimiche che scorrono nelle vene.
E il down è terribile, una lucida visione della miseria di ciò che ci circonda, il grande peso degli errori commessi, l’impotenza di non poter cambiare le cose, frustrazione vergogna bisogno.
Lo stesso bisogno che spinge a cercare nuova droga, nuova linfa da spremere, calpestare ancora una volta il pezzo di mondo che sta intorno e strappare quasi con violenza tutto ciò che può servire per poter andare avanti.
Perché è ancora forte l’istinto di conservazione.
Perché un’altro modo non si conosce, nessuno lo può insegnare.
All in, a volte vinci, a volte perdi.
Amore oppure odio, non esiste indifferenza.

._ _. . ._. _._. …. . _ _ . _. _ .. ._. . .._ _.. O DI RIFLESSIONI DA JÉROBOAM DI SMIRNOFF

Come mi sento piccola e insignificante in questo momento!
Sono una formichina che scrive su aipad i suoi pensieri ed ogni tasto da sfiorare son centimetri da camminare con fatica, che si sommano e diventano chilometri, tutti i chilometri che ci vogliono per lasciare in questo spazio quel che provo.
Ho dita fragili che cercano di tradurre il peso di essere diventata nuovamente insensibile e incapace di comprendere le variazioni di climi interne e le temperature emotive di chi mi circonda.
Non comprendo neppure me stessa, sono tornata all’assenza di sensazioni vitali e mi rimane solo il disagio dell’essere incompiuta e senza risposte alle mie incessanti domande. Anche se, forse, le risposte ci sono state e sono solo io che non capisco.
Come sono stupida e superficiale!
Non riesco a vedere oltre ciò che è palese e concreto, non so dare il giusto nome alle sfumature di colore che appena intuisco fra le emozioni primarie che mi sfiorano.
Non capisco perché due parole così simili come amore e innamoramento possano essere così diverse, non capisco ciò che non mi viene spiegato con pazienza, non capisco perché mi si vuol prendere al contrario, io, che sono così binaria, non capisco perché il risultato di questo mio non comprendere sia uno spegnimento così repentino e definitivo. Che a riaccendere l’interruttore non basta più un pulsante. Arriva il dolore, improvvisamente, di pomeriggio, con una parola a voce alta oppure per sms, e scivola via la sera, se ne va chissà dove lasciando solo spazio vuoto.
Sono stanca e conto un cazzo, ne più ne meno di altri.
Scivolo ed esisto, ne più ne meno di altri.
Ed ho capito che quello che nasce nel mio cuore e che traduco come posso in questo foglio virtuale, ha confini ben precisi dettati dal contesto che ho scelto.
Ciò che nasce, arriva, e si crea qui, rimane qui.
E qui s’impoverisce, perde vigore, si mescola e si confonde con mille altre parole e pensieri che diventano un mare grande, fatto di milioni di gocce, soggetto alle tempeste emotive di chi ha deciso di annegarcisi dentro.
Non posso neppure dire tutto quello che penso.
Inizio quest’avventura del blog con le migliori intenzioni di raccontarmi e raccontare, e capisco solo ora quanto sia vincolante e necessario saper dire senza dire. Sempre con ben chiaro in testa che quello che dico, penso e scrivo conta un cazzo, ne più ne meno di quello che scrivono altri.
L’auto-affermazione non passa di qui.

Scavare dentro, sempre, anche scendendo a cazzo, come faccio io, dicono serva a far uscire fuori la luce, ad accettarsi e capirsi. Un concetto che Jung ha decisamente espresso meglio, ma che riesco a far passare solo a mio modo. In fondo, a cliccare su wikipedia e leggere qualche libro, siamo capaci tutti. E conosco persone più intelligenti di me, che a scavare sono anche più capaci, che hanno trivellato le loro viscere ben bene e la conclusione cui sono giunti è che non serve ad una beata mazza tutta sta discesa nello sprofondo.
E allora che si fa?