CHIUSO PER FERIE PROPEDEUTICHE

Ebbene si, parto.
Dovete sapere che il governo norvegese mi ha recentemente contattata per guidare una spedizione nel mare del nord. Hanno convertito una vecchia baleniera in nave studio per permettermi nuove scoperte in merito all’accoppiamento fra cetacei.
Si prospettano settimane, se non mesi, di acque gelide, irreperibilità e tempo a disposizione per riflettere.
Come non accettare! Complice il clima a me congeniale e un po di agognata solitudine, ho deciso di assumere l’incarico.
Così sto facendo le valige, felice e triste allo stesso tempo.
Voi, mi raccomando, tenete botta e usate una buona protezione solare.
Baci sparsi a tutti e abbracci, ci si ribecca.

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ALLA SERA LEONI E ALLA MATTINA COGLIONI (CON FUSO ORARIO)

Ho sempre pensato che fossero gli altri a non capire mai nulla.
E un po lo penso tuttora.
Non penso che sia mia la difficoltà di esprimere a parole il disagio, non penso che sono chiusa all’interno e tutto sia celato alla vista, o che sono semplicemente troppo pigra per raggiungere un obiettivo che diventa possibile o irraggiungibile a seconda del mio umore.
Come quando pretendo che mi si legga in volto l’emozione che sto provando, come se il mio viso fosse una mappa precisa e inconfutabile, come se le espressioni dei miei occhi e la piega che prende la mia bocca in alcuni momenti fossero un’incontrovertibile e tangibile segno di quello che mi tiene la testa e il petto inchiodati a vivere e subire tutto ciò che mi sta accadendo in un dato momento.
Io non sono una persona cattiva.
Io non ho paura di parlare e di esprimere quello che provo e non voglio che qualcuno pensi che sia meglio non approfondire, non provocare, non alzare quelle vecchie coperte spesse, tese a mascherare, a tenere sotto quel che non vale la pena esprimere.
Io sono una persona forte.
Penso che quando ho la sensazione di non essere capita ci sia una sorta di concorso di colpa. Un cinquanta e cinquanta di mancanze equamente distribuite sui due piatti della bilancia.
Insomma, quelle benedette, vecchie coperte spesse che tengono sotto ciò che non si può dire a parole e ciò che non si può esprimere e forse non si deve dire, sono tirate da quattro mani. Due sono le mie e due sono le tue. Metà e metà.
E quando dico che sono gli altri a non capire mai nulla, è un po vero e un po non lo è.
È sempre la stessa vecchia storia dello stare in bilico e barcamenarsi.
È anche un po la storia di ‘alla sera leoni e alla mattina coglioni’
È sempre la stessa, vecchia…
Ma che palle.

IL MESTIERE DI SCRIVERE

Ammetto di invidiare un bel po lo scrittore che sa far morire per bene una persona. Voglio dire, nel suo romanzo un tizio muore in modi grotteschi o semplici o con grandi spargimenti di sangue e interiora.
Il tutto a discrezione dell’autore.
Gran bella cosa.
Credo che uno si possa prendere un sacco di rivincite, per quanto letterarie.
E siccome che sto un po a rosicà, mi piacerebbe pure a me far morire qualcuno. Diciamo almeno un paio di persone che so io, ma non voglio dare un limite alla mia fantasia.
Poniamo, per esempio, che una sera la protagonista del mio ipotetico romanzo scopre che l’uomo di cui è innamorata (innamorata non corrisposta), poniamo che scopra che quest’uomo sta con una donna.
È fin troppo palese che l’istinto omicida, seppur filtrato dalla penna dell’autore, arriva forte e chiaro al lettore attraverso i gesti e i pensieri del personaggio principale.
E qui entra in scena l’uzi.
Forse dovrei approfondire un pochino il materializzarsi improvviso dell’arma da pagina 17 a pagina 18, farlo sembrare, ecco…un po meno materializzato-improvvisamente-dal-nulla. Ma ci sto lavorando.
Comunque, la mia eroina ha un’uzi e vuole usarlo.
Immagino una scena tipo -un giorno di ordinaria follia- avete presente?
Solo che la mia bella è in jeans e polo, è appena uscita da una massacrante giornata lavorativa (ha risparmiato le vite dei colleghi, almeno fino ad ora), e riceve l’sms di un’amica.
È una foto di lui e lei, inequivocabilmente abbracciati.
(È qui che si materializza l’uzi, è come se fosse un prolungamento del suo braccio; potrei sempre giustificarlo dicendo che è una mezza mutante.
Nota: sembra una buona idea, renderla plausibile nel contesto)
Lei imbraccia l’uzi e aspetta lui sotto casa sua.
Poche parole e molte interiora dappertutto, sguardo allucinato di lei, sirene di ambulanze in sottofondo e bla bla bla.
Morto.
Finito.
Bello, no?!?

PEL DI LUPO

C’era una volta un lupo burlone che amava travestirsi da pecora per ingraziarsi gli abitanti del villaggio nei pressi del bosco dove abitava. Affittò un bel costume bianco candido e una maschera dal muso affabile e passava le giornate mescolandosi alla gente del posto per ottenere una grattatina sul dorso, oppure un buon giaciglio su cui dormire.
Una sera un contadino vide avvicinarsi la pecora e gli fece trovare davanti casa una bella ciotola d’insalata.
Ma alla pecora l’insalata non andava proprio giù, così decise di far finta di mangiarla, aspettò che il contadino andasse a dormire, e rubò nel pollaio una gallina.
La mattina dopo il contadino trovò sul portico la ciotola piena di erbette e una gallina in meno. E visto che il contadino non era mica scemo, stette in guardia, e preparò uno scherzo alla pecora.
Alla sera, quando la pecora arrivava, gli avrebbe fatto trovare una bella ciotola piena di carne succulenta addizionata con un potente sonnifero.
La pecora venne, mangiò e si addormentò di colpo.
Allora il contadino si avvicinò, e vide che indossava un costume, e che sotto il costume c’era solo pelo di lupo. Ma il contadino era un brav’uomo e non ebbe cuore di ammazzare la bestia. Così la trasportò nel bosco e lasciò accanto all’animale una lettera.
~Caro lupo, non sei una bestia cattiva e infida per natura, perciò ho deciso di risparmiarti la vita. Non dovrai mai più indossare costumi da pecora, e ti presenterai davanti alle persone per quello che sei. Un lupo. Molti avranno paura e ti scacceranno e molti ancora vorranno ammazzarti. Ma non importa, tu dovrai sempre mostrarti per come sei. Perché, lupo, la tua natura è questa, e non è una natura da disprezzare. Sono molto peggio certi uomini che indossano molte maschere per ottenere di volta in volta solo ciò che vogliono. Tu sei lupo, vivi da lupo~
Al risveglio il lupo lesse la lettera, rubò un’ultima gallina al contadino, e se ne andò per la sua strada.
E siccome il lupo era anche un po miope, non vide il post scriptum che lasciò il contadino: ricorda, lupo, che la verità è sempre e soltanto una sola.

…perché poi finisce che ti sfoghi con troppa pizza o magari con delle fette di torta degne di un cenone di venti persone. Finisce che per cercare di non pensarci, arrivi a capire che è molto facile non pensarci, mangiare, e fottersene. Lamentarsi poi, cercare comprensione, che arriva, la comprensione arriva, tutti hanno una pacca sulla spalla per te! E se hai particolare fortuna, arriva pure qualche calcio in culo, qualche sprone da chi ti ama e non gliela fa più di vederti affogare nel cibo. E ti sembrerà che dovrebbe essere qualcun’altro a risolverti tutti i problemi, ma sei solo tu che lo puoi fare. E questa è la cosa più bella e preziosa e giusta che puoi fare per te stessa, dimostrare che ti ami quanto altri amano te. Lo devi a te stessa, e soprattutto a loro. A mamma e papà. Ai fratelli, agli amici, al tipo seduto al bar di fianco a te, quello con un culo da paura, quello che magari non sa un cazzo di te, ma a cui racconteresti volentieri la tua vita, tutta quanta, solo per vedere se conta qualcosa, solo per la possibilità di guardargli un po il culo. Per darti la possibilità di farlo.
Smetterla con le domande stupide, e soprattutto inutili, e concentrarsi su quello che conta, su quello che vuoi, perché non è vero che non sei abbastanza forte per ottenerlo, perché comunque sono cose piccole, lo so che rimangono solo sogni piccoli, dopo, dopo tutto quello che hai dovuto ingoiare per essere finalmente arrivata dove stai, ma un sogno piccolo è pur sempre un sogno ed è li che bisogna arrivare.
Perché uno, ad un certo punto, uno se lo merita, eccheccazzo.

Un bacio, è tutto quello che ti chiedo.
Ho toccato abissi di zitellaggine profondi oggi pomeriggio, e avrei voluto solo scrivere invece di fare altro, per dovere, poi la serata è finita con un Mojito di troppo e menomale. Nel dehor si respirava, noi tre sembrava fossimo amici da sempre, colpa dell’alcool. Necessario come le chiacchiere dopo questa ennesima massacrante giornata.
Alle volte mi sembra di lavorare per la N.A.S.A. che tra i calcoli astronomici e le domande stupide mi è sembrato nuovamente d’impazzire, e invece.
Confido nel correttore automatico di i-pad perché non ci sto proprio con la testa, ho talmente voglia di te che mi sembra di non sapermi tenere tutta insieme, come se ci fosse bisogno di nastro adesivo e carta da pacchi per avvolgermi e non farmi andare in pezzi.
E le risposte del cazzo, le lamentele, la stanchezza, è andato tutto perso tra il ghiaccio e i sorrisi, tra il ricordare Beppe e il concerto dei Negramaro, tra il mio bisogno di un abbraccio e la facilità con cui l’alcool scende giù giù giù.
Non era in programma l’alcool stasera, ho bevuto perché non era possibile fare altrimenti, una tripletta di roba intrisa di rum cubano alleggerisce qualunque posizione, qualunque senso di colpa. Mutande strette che segano il culo, quieto vivere e condiscendenza che impone il minor rompimento di coglioni possibile gli uni verso gli altri, il vigliacco che ho detto a mio padre è filtrato attraverso un paio di cubetti di ghiaccio, il mio bisogno d’amore somiglia ad un calippo che cerca di sopravvivere qualche minuto fuori dal freezer, l’idea che ho di te è scintillante d’alcool ambrato anche se la mia memoria è tenace e nemmeno una sbronza colossale riuscirebbe a farmi dimenticare che non posso averti, che devo fare cose prima di provare a sostenere il tuo sguardo di persona. Perché pretendo troppo. Perché dico le cose esattamente quando devono uscire, perché ho imparato a fidarmi di questa parte di me che sa sempre quando è il momento e quando no. E sbaglio, sempre, clamorosamente. Non è per niente il momento, ma sono troppo ubriaca per impedirmi di far uscire tutto.
Ma perché devo essere lucida anche quando sono ubriaca, perché nemmeno l’alcool mi intorpidisce abbastanza da non aver più il controllo.
E sono solo le dieci di sera.
E di lucido c’è solo il pavimento che ho lavato stamattina.
Ho bevuto troppo, ho bisogno di essere abbracciata, ho voglia di baciarti, ho voglia di un vestito nuovo e di truccarmi, ho voglia di sentire una voce che mi chiede l’accendino e che non sia una scusa del cazzo per provare a tampinare la mia amica, ho voglia di dormire per tre giorni di fila e invece tra otto ore devo di nuovo essere al lavoro.
Ho voglia della stessa leggerezza di cui hai voglia tu, solo non so dove cercarla.
Dormo sola, potrei fare diversamente?

PROSPETTIVA

Nei gesti meccanici di ogni sera, la tazza grande per la tisana, lo zucchero sul ripiano in alto della credenza, il cucchiaino nel lavello, mentre cerco di seguire un filo di pensiero slegato dal contesto arriva forte come uno schiaffo la prospettiva della mia vita, così simile alla tua, adesso, e l’istante che occorre alla tazza per cadere e frangersi per terra occupa uno spazio denso di tempo, diventa un’attimo lungo come tutti questi anni passati a chiudere fuori ogni cosa, chiunque, dalla mia mano al pavimento occorrono dieci anni perché io veda cadere quella tazza, e nell’istante in cui avviene la frattura, la consapevolezza è un lampo che scuote come un terremoto, per minuti interi, i cocci si rialzano e tornano a cadere, con un frastuono assordante, e ancora si sollevano e nuovamente ricadono, e ancora e ancora.
Cadono, e rimangono infine immobili, spezzati.
Io sono come te.
Ma posso ancora scegliere.

E SE FOSSE CAPITATO A VOI

Una mezz’ora fa.

Bella giornata primaverile.
Venti gradi, forse di più.
Passo per caso davanti all’ufficio postale del mio paese e vedo un ragazzo che conosco di vista riverso sulla panchina.
Un ragazzo che sta passando un momento difficile, ha molti problemi.
Inchiodo.
Il campetto la davanti pieno di ragazzi e adulti.
Gente che passeggia come se nulla fosse.
Danno un’occhiata e tirano dritto.
Bastardi senza vergogna.
Come al telegiornale, ricordate?
Gente che passeggia accanto ad un cadavere pur di accedere al tornello della metro, corpi che vengono scavalcati e ignorati.
Qui, come al Tg, la gente se ne è fregata e ha tirato dritto.
Mi vergogno del mio paese, della mia città.
E mi chiedo, se fosse capitato a loro?
Vergogna.

Un ringraziamento alla squadra del 118 che è intervenuta prontamente.
Qualcuno, in sto schifo di mondo, qualcuno che ci pensa c’è.
E magari le cose non cambiano, ma di certo c’è ancora qualcuno che può guardarsi ancora allo specchio senza dover abbassare lo sguardo.

LO STESSO SANGUE

La vita si attacca dove può, anche ad un ferro da calza.

E son sciarpe e cappelli, anche se andiamo nella bella stagione, coprispalle e cartamodelli di maglioni. Lana verde, cotone azzurro.
Aghi da lana ricurvi, manuali di uncinetto e knitting blog.
La voglia di vivere si attacca a tutto, ora c’è la maglia, dopo, chissà.
Prima erano i barattoli di plastica, quelli che si vendono per corrispondenza, poi il corso di computer.
Ma con la maglia è bravina, mi ha fatto un sciarpa ad anello morbidissima, nera, peccato che oggi ci siano venti gradi fuori.
E mi ascolta mentre parlo.
Non è una cosa che sanno fare in molti.
Ascoltare.
Io stessa non sono sempre capace di farlo.
Lei ascolta.
E io mi sfogo.
Parlo del lavoro, dei colleghi, delle amiche e del tempo che trascorro da sola.
Lei mi dice che ho in mano tante possibilità, che l’unico errore che faccio e quello di essere troppo legata al passato.
Quando dice queste cose capisco che è lucida, non sono pensieri superficiali, sono cose che ti può dire solo chi ti conosce.
Ma va a momenti.
Nel mezzo, perde tempo a parlare della gatta, dicendo cose che fanno tenerezza ma che non sono legate al contesto.
È difficile da spiegare.
In una sorta di conversazione poco fluida che tocca mille argomenti, cambia discorso ogni pochi secondi e solo quando la interrompo per riprendere il filo delle mie parole sembra riscuotersi, allora chiude gli occhi e mi ascolta, e se ne esce con qualche frase giusta, davvero,
e poi è di nuovo maglia lana gatti sigarette tempo che passa.
Allora anche io mi metto a parlare di mille cose e le chiedo delle foto che non ho mai più potuto vedere, le chiedo dove sono e non lo sa o non vuole dirlo, le chiedo se chiama MS con regolarità e dice di si, ma non sono convinta, capisco subito quando mente, e per non sentirsi attaccata si trincera nel silenzio per non dover spiegare. E cambio argomento ancora, le chiedo come sta lui, chiude gli occhi, lo so che è un tasto dolente, le chiedo se posso chiamarlo, dice si, lo dice per la prima volta, e aggiunge, tanto è uguale.
Silenzio.
Non spiega.
Non posso chiedere.
Chiedo ugualmente, in un sussurro.
Non risponde.
Dice di dover tornare ad un posto in cui non vorrebbe tornare.
Ma ci torna.
Sempre. Da tutta la vita.
Perché?

Ho pensato di scriverti una lettera, ma non mi escono le parole.
Mi escono solo domande, potrei compilare una lista di domande e sperare che le persone a cui sono rivolte, un giorno, possano rispondermi.

Le cose che ho lasciato andare per la strada non le ho mai più ritrovate. È solo un continuo andare avanti senza sapere mai davvero se mi posso fermare da qualche parte per un po.
Anche solo per riposare prima di ripartire.
Vorrei che ci fossero braccia abbastanza forti da sapermi fermare e scuotere, occhi che guardano e bocca che mi dice non te ne andare, qui è un po meno scuro se ti fermi anche tu.
Invece vado avanti sempre, per cercare di allontanarmi dal silenzio di persone con cui non posso parlare.
Non ho quel conforto.
I miei rapporti sono talmente superficiali che mi chiedo se valga la pena cercare ancora.

Ad un padre chiederei perché non mi prendi la mano e anche in silenzio non mi accompagni per un po.
Perché ora sono di nuovo ferma, e ogni volta che mi fermo sbatto sempre contro un muro fatto di indifferenza.
E aggiungo pure la mia.
Il mio muro spesso, dipinto a freddezza e distacco.
Poi sbircio dalle feritoie gli altri muri come il mio.
Che mi vien quasi da ridere. Quasi.

Ad un padre chiederei perché son fatta così diversa dagli altri.
Più forte grido che non me ne frega niente, più forte devo contrastare i conati di vomito per il troppo dolore che mi causa la noncuranza, la leggerezza.
La mia, quella degli altri.
Ad un padre direi che oggi è tempo di bilanci.
Ad un padre direi che non si vive per sempre e gli chiederei come la vuol finire la partita.
Cosa vale la pena, cosa no, cosa vuol ricordare, cosa buttare, cosa vorrebbe da una figlia, cosa vorrebbe per una figlia.
Questo chiederei ad un padre.

Ad un amico chiederei di bere una birra insieme e se c’è bisogno di parlare si parlerà e se c’è bisogno di silenzio si starà zitti.
Ad un amico chiederei di scambiarci le scarpe, per capire com’è stare dentro una forma diversa dalla solita.
Ad un amico non avrei bisogno di chiedere altro.

Ai padri, agli amici.

Non vado ne avanti ne indietro.