CUOR CONTENTO

Suore spaventate: una.
Clienti che leggono “malvagi intenti di vendetta nel profondo pozzo dei miei occhi”: uno.
Con le suore non c’è storia, mi sono allenata fin da piccola, ma le nuove potenzialità ipnotiche che sono comparse pochi giorni fa mi hanno lasciata piacevolmente sorpresa. Di questo passo, nel giro di pochi decenni, sento che potrei arrivare a competere direttamente col Folle Commediografo Mattacchione Che Domina Le Vastità Dei Cieli.
Beh, son soddisfazioni.
Ora dormi, Cuor Contento.
No, non te la devi comprare per forza, la casa. Non è scritto da nessuna parte.
E si, puoi tirare dritto in autostrada e non rientrare al solito casello. Nessuno te ne farà una colpa.
Deciditi, Cuor Contento, le carte che hai in mano sono buone.

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PAURA

Non si lascia niente da nessuna parte, e l’illusione d’averlo fatto acuisce solamente la frustrazione. Perché non si sa niente di quello che sarà dopo, non si sa neppure se ci sarà, un dopo. Ma si crede che fare congetture su questo imprecisato tempo ancora da venire sia meglio che stare fermi nel presente, come se un irresistibile Forza Motrice delle Seghe Mentali ce lo imponesse. E poi, un giorno, ci si arriverà di botto a quella fine, e scommetto tutto l’oro del mondo che non avremo capito ancora niente neanche in quel momento.
La paura blocca le gambe, il corpo secerne adrenalina e sei fregato. Non c’è coraggio che tenga. Non ci si può preparare a quello che sarà.
Fa paura, e basta.

LO ZEN E L’ARTE DI CAGAR PETARDI

Prendete a esempio una scopa ficcata in zona lombo-sacrale: risulterà un po scomoda.
Applicate antichi metodi della tradizione zen e separate per un istante il soggetto dal corpo estraneo. Persona e scopa sono ora due entità distinte.
Dotate la scopa di poteri peculiari: la mia è un prototipo di forma umanoide vagamente lampadinesco alto circa centocinquanta centimetri e capace di cagare petardi a raffica.
Iniziate con cose semplici, e raffinate a poco a poco i dettagli. L’importante è allenare la mente a tenere separati scopa e individuo. Col tempo e il giusto sforzo cerebrale, la scopa diventerà sempre meno irritante e la fantasia innescata non avrà più limiti nel ridefinire e plasmare in modi irriverenti, buffi e decisamente più piacevoli il concetto di scopa in culo. Mi spiego meglio: un professore che ho molto amato insegna che sono le risate a sconfiggere la paura. Se prendiamo una cosa brutta, scomoda o addirittura terrificante e cerchiamo di sminuirla attraverso un immagine comica, la visione d’insieme cambia. Ci si abitua a non farsi sottomettere da quella paura. O fastidio, o quel che è. Le si da meno potere. Una risata la seppellirà.
E vi assicuro che il mio esserino caga petardi mi aiuta un casino.
Fantasylandia, chiudo.

SE TUTTO QUESTO HA COSÌ POCO SENSO, CHE FARCI, ALLORA?

Io, fondamentalmente, ho due reazioni e basta: la noradrenalina che il mio corpo secerne in quantità sempre più allarmanti e in occasioni sempre meno incredibili (forse la curva inversamente proporzionale dipende dall’avanzare dell’età e dalla diminuzione dei neuroni correttamente funzionanti); e il vaffanculo, o anche il mavaffanculo. Simili, ma non uguali.
La noradrenalina fa che cazzo vuole lei, purtroppo.
Il vaffanculo, invece, lo gestisco abbastanza bene. A patto che sia sobria.
Il che, ultimamente, capita un po troppo spesso. La sobrietà, intendo.
Sto facendo due più due e mi sono resa conto che il tempo mal speso a oziare senza eccessi è, in realtà, più deleterio del contrario. Il segreto è la follia!
Il segreto è la follia? Magari solo un pizzico? È così?
O basterebbe un buon psichiatra? O una solida vita sessuale? O entrambi.
O un regolatore chimico dell’umore.
Una pasticca verdeblu smetter di pensare. Al sapor di violacciocca.

ECCOMPLIMENTI

I miei pensieri felici, solo lievemente ossessivo-compulsivi di oggi: fare la lista dei luoghi che vorrei visitare. Dare le spalle al lavello ingombro di stoviglie da lavare e dedicarmi alla manicure. Razionalizzare genericamente più o meno tutto quanto e non trovare nessuna motivazione plausibile, indi perseverare nell’errore, nell’abbruttimento e nel comfort food. And last but not least: riempire il carrello del Kipling store on-line con ventordici articoli coordinati, tra cui borsa, portafogli, portamonete, mini ombrello, astuccio, custodia per i-pad, pochette media, pochette grande, pochette più grande dotata di laccetto da polso per eventuale utilizzo senza borsa principale, porta burro cacao e sacchetto per la spesa ripiegabile. Scegliere tutti i sopracitati oggetti con cura e ponendo particolare attenzione al generico mix and match dell’insieme. Procedere all’acquisto. Scrivere con precisione l’indirizzo e il numero di telefono per il corriere. Dopodiché, giusto un attimo prima di confermare il tutto, uscire dalla pagina e dedicarsi ad altro, giustamente compiacendosi di aver gabbato così brillantemente il negozio on-line che per poco, davvero per un pelo non è riuscito nell’intento di vendermi graziosi oggetti perfettamente coordinabili tra loro per la modica cifra di quattrocento euro e sbanatta al solo, miserrimo scopo di placare con lo shopping ciò che nemmeno uno psichiatra di quelli bravi saprebbe gestire.
Ma ho vinto io.
Mi sono mangiata mezza crostata, ma ho vinto io!
Brava, davvero brava, Fren.

NON RAGIONIAM DI LOR, MA GUARDA E PASSA

Un po trucida, un po schizzata.
Il menefotto mi viene istintivo.
La classe e l’eleganza non si ereditano e so per certo che il dienneá è qualcosa di tangibile e innegabile come una palpebra cascante o la propensione alla frivolezza.
Dare la colpa all’ereditarietà diventa sopravvivenza o involuzione a seconda degli stati d’animo, o degli ormoni. Ogni tanto ci s’imbatte in uno specchio, reale o metaforico, e ci si arrovella sui molti perché che la genetica ha piazzato sulla faccia, sulla panza, sulle chiappe. Un po a random, dappertutto. Dentro come fuori. E la colpa bisogna pur darla a qualcuno.
Oggi mi hanno chiesto che cosa voglio fare da grande, e mi hanno fatto notare che non sono più una ragazzina.
Dunque: sto invecchiando. Sarò vecchia fra dieci anni.
Che cosa vuoi fare da grande?
La mia risposta è stata impeccabile, ho detto quello che si deve dire in questi casi.
Ma stasera mi è rimasto un po d’amaro in bocca.
Io, che cosa voglio fare da grande?
E poi, che cos’è ~da grande?~
È uno stadio dell’evoluzione in cui si smette di dare la colpa a qualcun altro? Capita quando ti sei fatto una famiglia e devi pensare a portare i bimbi a scuola? Succede appena smetti di abbuffarti di fieste ogni volta che qualcosa va storto? Quando impari a vestirti secondo le occasioni?
Succede che un giorno ti svegli e sei diventato grande?

BLOG, DIARIO, CONTENITORE, BLOCCO PER GLI APPUNTI. CHIAMATELO COME VOLETE

…e così arrivo a casa e trovo, nell’ordine: Duke che fa le feste e tira a saltarmi in braccio, che se non fosse un boxer di trenta chili gioioso come un petardo andrebbe pure bene; Sorella in camera con i Sepultura a manetta perché è in quel Terrificante Periodo Adolescenziale in cui il metallo non è una roba che si usa per fare le padelle, ma una risposta ai problemi dell’universo; Nonna in evidente stato confusionale davanti a mila chili di agnolotti rigorosamente fatti a mano che si domanda se ha messo abbastanza noce moscata nel ripieno; Papà che sta copiando le soluzioni della settimana enigmistica; Mamma che sta plaudendo e vezzeggiando Tigre, la gatta, che ha portato in casa una biscia, viva, come gesto di riconoscenza verso la famiglia.
Però, poteva andare peggio.
Poteva finire che me ne tornavo a casa e l’unico cane psaico che abbaiava era quello del vicino. Poteva finire che mi si chiudeva lo stomaco. Il peggio non sarebbe stato entrare in una casa vuota, senza nemmeno una birra in frigo. O sentire un’onda di piena, di fiume grosso, proprio tra lo sterno e la bocca dello stomaco, come se i Sepultura suonassero dal vivo nella mia cassa toracica.
Ogni lacrima che ricaccio indietro è un ricordo più o meno elaborato, un modo come un’altro per distogliere i pensieri e disegnare un mondo più a misura. O forse è solo l’ennesima, piccola vigliaccheria che mi concedo.
Parlare mi costa fatica, molto meglio immaginare.

L’AMORE È PER I CORAGGIOSI, TUTTO IL RESTO È COPPIA

Mezzo pomeriggio è andato fra elucubrazioni orticole, trovatelli neri e zoppi, lenzuola a giorno e l’immancabile profezia dell’Avvento del Grande Amore della Mia Vita.
Ricordo a tutti di non sottovalutare i benefici della sana masturbazione, la scioglievolezza linguistica che regala il secondo negroni, e le impreviste e positive sensazioni che derivano da un atteggiamento privo di aspettative e predisposto all’ascolto, scevro da pregiudizi, rancori e diritti dovuti.
Visto come parlo bene? La treccani on line fa miracoli, perché non è che sono al secondo negroni tutte le volte che tiro giù due righe. Sapevatelo.
E comunque ho sentito dire che l’amore è per i coraggiosi, tutto il resto è coppia.
Coraggio, forse, ne possiedo in quantità sufficiente, ma non sbalorditiva. L’amore l’ho intravisto un paio di volte, le gioie della coppia sono più che altro reminiscenze lievemente urticanti che non mi spingono a un così grande desiderio e/o attesa.
Ammettiamolo, le libertà di un single che non divide il bagno con nessuno sono molteplici. Non ci si rinuncia facilmente.
Saluti dal solito divano azzurroviscì.

IL VECCHIO SAGGIO

Altro che Bridget Jones.
Se lei, sbadata com’è, si versasse un bicchiere di vino addosso, arriverebbe subito Mr. Darcy a tamponare col fazzolettino e gira che ti rigira, nonostante i mutandoni contenitivi, si arriverebbe al dunque.
Io, quando mi sbrodolo col negroni, faccio immancabilmente la figura dell’alcolizzata e mi rimane un macchione che non va via nemmeno col Bio Shout. Ma nessun Mr. Darcy all’orizzonte.
“È che non puoi puntare tutto sulla simpatia”, mi fa notare Il Vecchio Saggio.
Mavaffanculo, dico io.
E penso le seguenti cose

1 se sei gnocca e simpatica hai vinto la lotteria. Che ve lo dico a fare.

2 se sei un cesso e simpatica non ti si fila nessuno, ma ti chiedono il numero di telefono della tua amica gnocca e simpatica.

3 se sei media e simpatica ti offrono birre e negroni come fossi un compagno di bevute, ti danno certe pacche sulle spalle che nell’immediato fai fatica a ritrovare il baricentro, si mostrano in mutande: tanto è come star con la sorella in bagno.

Il comune denominatore è la simpatia.
La bellezza, o la sua assenza, è il peso relativo che aggiunge, o toglie, qualcosa al quadro generale. Ed è un peso mica da ridere. Oggettivo o soggettivo che sia.
Puntare tutto sulla simpatia è una mano persa in partenza.
Perciò si beve. Capito? La bellezza è una truffa organizzata dai produttori di alcolici.

PADRONI DEL PROPRIO DESTINO

Fra pochi mesi compirò trentasei anni, e mi ci sono voluti tutti per riuscire ad essere certa che avere la consapevolezza di essere padroni del proprio destino non conta un cazzo. Sempre per la storia che nella vita ci vuole anche del culo.
Forse è per questo motivo che oscillo perennemente tra una sfrenata voglia di vivere e un’irresistibile attaccamento a divano e cibo spazzatura in ogni momento libero.
Non mi capacito.
O forse, probabilmente, sono solo terribilmente pigra.
Vi ricordate del laureato, il film?
Proprio le scene finali, quando Ben e Elaine scappano dalla chiesa e riescono ad infilarsi su un pullman, sorridenti e felici come solo una potente scarica di adrenalina può far sentire di essere. E l’ultima inquadratura che si si stringe sulle loro facce, sempre meno sorridenti, sempre più consapevoli. Sempre più come a dire: e adesso che facciamo?
Ecco, così. E adesso che abbiamo capito di essere padroni del nostro destino?
Ma in fondo un divano lo abbiamo tutti, o una sedia preferita, una panchina, un dondolo, un trespolo. E tutti finiamo per cercare sempre quel solito posto isolato e lontano da tutti per poter riflette in pace, metterci una pietra sopra e continuare.