ECCOMPLIMENTI

I miei pensieri felici, solo lievemente ossessivo-compulsivi di oggi: fare la lista dei luoghi che vorrei visitare. Dare le spalle al lavello ingombro di stoviglie da lavare e dedicarmi alla manicure. Razionalizzare genericamente più o meno tutto quanto e non trovare nessuna motivazione plausibile, indi perseverare nell’errore, nell’abbruttimento e nel comfort food. And last but not least: riempire il carrello del Kipling store on-line con ventordici articoli coordinati, tra cui borsa, portafogli, portamonete, mini ombrello, astuccio, custodia per i-pad, pochette media, pochette grande, pochette più grande dotata di laccetto da polso per eventuale utilizzo senza borsa principale, porta burro cacao e sacchetto per la spesa ripiegabile. Scegliere tutti i sopracitati oggetti con cura e ponendo particolare attenzione al generico mix and match dell’insieme. Procedere all’acquisto. Scrivere con precisione l’indirizzo e il numero di telefono per il corriere. Dopodiché, giusto un attimo prima di confermare il tutto, uscire dalla pagina e dedicarsi ad altro, giustamente compiacendosi di aver gabbato così brillantemente il negozio on-line che per poco, davvero per un pelo non è riuscito nell’intento di vendermi graziosi oggetti perfettamente coordinabili tra loro per la modica cifra di quattrocento euro e sbanatta al solo, miserrimo scopo di placare con lo shopping ciò che nemmeno uno psichiatra di quelli bravi saprebbe gestire.
Ma ho vinto io.
Mi sono mangiata mezza crostata, ma ho vinto io!
Brava, davvero brava, Fren.

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NON RAGIONIAM DI LOR, MA GUARDA E PASSA

Un po trucida, un po schizzata.
Il menefotto mi viene istintivo.
La classe e l’eleganza non si ereditano e so per certo che il dienneá è qualcosa di tangibile e innegabile come una palpebra cascante o la propensione alla frivolezza.
Dare la colpa all’ereditarietà diventa sopravvivenza o involuzione a seconda degli stati d’animo, o degli ormoni. Ogni tanto ci s’imbatte in uno specchio, reale o metaforico, e ci si arrovella sui molti perché che la genetica ha piazzato sulla faccia, sulla panza, sulle chiappe. Un po a random, dappertutto. Dentro come fuori. E la colpa bisogna pur darla a qualcuno.
Oggi mi hanno chiesto che cosa voglio fare da grande, e mi hanno fatto notare che non sono più una ragazzina.
Dunque: sto invecchiando. Sarò vecchia fra dieci anni.
Che cosa vuoi fare da grande?
La mia risposta è stata impeccabile, ho detto quello che si deve dire in questi casi.
Ma stasera mi è rimasto un po d’amaro in bocca.
Io, che cosa voglio fare da grande?
E poi, che cos’è ~da grande?~
È uno stadio dell’evoluzione in cui si smette di dare la colpa a qualcun altro? Capita quando ti sei fatto una famiglia e devi pensare a portare i bimbi a scuola? Succede appena smetti di abbuffarti di fieste ogni volta che qualcosa va storto? Quando impari a vestirti secondo le occasioni?
Succede che un giorno ti svegli e sei diventato grande?

BLOG, DIARIO, CONTENITORE, BLOCCO PER GLI APPUNTI. CHIAMATELO COME VOLETE

…e così arrivo a casa e trovo, nell’ordine: Duke che fa le feste e tira a saltarmi in braccio, che se non fosse un boxer di trenta chili gioioso come un petardo andrebbe pure bene; Sorella in camera con i Sepultura a manetta perché è in quel Terrificante Periodo Adolescenziale in cui il metallo non è una roba che si usa per fare le padelle, ma una risposta ai problemi dell’universo; Nonna in evidente stato confusionale davanti a mila chili di agnolotti rigorosamente fatti a mano che si domanda se ha messo abbastanza noce moscata nel ripieno; Papà che sta copiando le soluzioni della settimana enigmistica; Mamma che sta plaudendo e vezzeggiando Tigre, la gatta, che ha portato in casa una biscia, viva, come gesto di riconoscenza verso la famiglia.
Però, poteva andare peggio.
Poteva finire che me ne tornavo a casa e l’unico cane psaico che abbaiava era quello del vicino. Poteva finire che mi si chiudeva lo stomaco. Il peggio non sarebbe stato entrare in una casa vuota, senza nemmeno una birra in frigo. O sentire un’onda di piena, di fiume grosso, proprio tra lo sterno e la bocca dello stomaco, come se i Sepultura suonassero dal vivo nella mia cassa toracica.
Ogni lacrima che ricaccio indietro è un ricordo più o meno elaborato, un modo come un’altro per distogliere i pensieri e disegnare un mondo più a misura. O forse è solo l’ennesima, piccola vigliaccheria che mi concedo.
Parlare mi costa fatica, molto meglio immaginare.

L’AMORE È PER I CORAGGIOSI, TUTTO IL RESTO È COPPIA

Mezzo pomeriggio è andato fra elucubrazioni orticole, trovatelli neri e zoppi, lenzuola a giorno e l’immancabile profezia dell’Avvento del Grande Amore della Mia Vita.
Ricordo a tutti di non sottovalutare i benefici della sana masturbazione, la scioglievolezza linguistica che regala il secondo negroni, e le impreviste e positive sensazioni che derivano da un atteggiamento privo di aspettative e predisposto all’ascolto, scevro da pregiudizi, rancori e diritti dovuti.
Visto come parlo bene? La treccani on line fa miracoli, perché non è che sono al secondo negroni tutte le volte che tiro giù due righe. Sapevatelo.
E comunque ho sentito dire che l’amore è per i coraggiosi, tutto il resto è coppia.
Coraggio, forse, ne possiedo in quantità sufficiente, ma non sbalorditiva. L’amore l’ho intravisto un paio di volte, le gioie della coppia sono più che altro reminiscenze lievemente urticanti che non mi spingono a un così grande desiderio e/o attesa.
Ammettiamolo, le libertà di un single che non divide il bagno con nessuno sono molteplici. Non ci si rinuncia facilmente.
Saluti dal solito divano azzurroviscì.

IL VECCHIO SAGGIO

Altro che Bridget Jones.
Se lei, sbadata com’è, si versasse un bicchiere di vino addosso, arriverebbe subito Mr. Darcy a tamponare col fazzolettino e gira che ti rigira, nonostante i mutandoni contenitivi, si arriverebbe al dunque.
Io, quando mi sbrodolo col negroni, faccio immancabilmente la figura dell’alcolizzata e mi rimane un macchione che non va via nemmeno col Bio Shout. Ma nessun Mr. Darcy all’orizzonte.
“È che non puoi puntare tutto sulla simpatia”, mi fa notare Il Vecchio Saggio.
Mavaffanculo, dico io.
E penso le seguenti cose

1 se sei gnocca e simpatica hai vinto la lotteria. Che ve lo dico a fare.

2 se sei un cesso e simpatica non ti si fila nessuno, ma ti chiedono il numero di telefono della tua amica gnocca e simpatica.

3 se sei media e simpatica ti offrono birre e negroni come fossi un compagno di bevute, ti danno certe pacche sulle spalle che nell’immediato fai fatica a ritrovare il baricentro, si mostrano in mutande: tanto è come star con la sorella in bagno.

Il comune denominatore è la simpatia.
La bellezza, o la sua assenza, è il peso relativo che aggiunge, o toglie, qualcosa al quadro generale. Ed è un peso mica da ridere. Oggettivo o soggettivo che sia.
Puntare tutto sulla simpatia è una mano persa in partenza.
Perciò si beve. Capito? La bellezza è una truffa organizzata dai produttori di alcolici.

PADRONI DEL PROPRIO DESTINO

Fra pochi mesi compirò trentasei anni, e mi ci sono voluti tutti per riuscire ad essere certa che avere la consapevolezza di essere padroni del proprio destino non conta un cazzo. Sempre per la storia che nella vita ci vuole anche del culo.
Forse è per questo motivo che oscillo perennemente tra una sfrenata voglia di vivere e un’irresistibile attaccamento a divano e cibo spazzatura in ogni momento libero.
Non mi capacito.
O forse, probabilmente, sono solo terribilmente pigra.
Vi ricordate del laureato, il film?
Proprio le scene finali, quando Ben e Elaine scappano dalla chiesa e riescono ad infilarsi su un pullman, sorridenti e felici come solo una potente scarica di adrenalina può far sentire di essere. E l’ultima inquadratura che si si stringe sulle loro facce, sempre meno sorridenti, sempre più consapevoli. Sempre più come a dire: e adesso che facciamo?
Ecco, così. E adesso che abbiamo capito di essere padroni del nostro destino?
Ma in fondo un divano lo abbiamo tutti, o una sedia preferita, una panchina, un dondolo, un trespolo. E tutti finiamo per cercare sempre quel solito posto isolato e lontano da tutti per poter riflette in pace, metterci una pietra sopra e continuare.

ISOLAMENTO, PESSIMISMO E FASTIDIO

Casa lavoro, lavoro casa.
Deviazioni per la pizza al taglio nei momenti di maggior sconforto.
Serie tv fantascientifiche, quelle per quando si è sul fondo del barile, a fondo proprio, roba tipo la serie classica di Star Trek, con Kirk, Spock e compagnia bella.
(Sospiro di rassegnazione).
Lasagne al ragù in bianco della mamma. (Ricordo).
Quintalate di nippon. (Realtà).
Bottiglione formato famiglia di crema di limoncello. Bello fresco.
Tablet a prendere polvere sul comò.
Libri. Quelli con meno di cinquecento pagine non mi ci metto neanche, ho bisogno di durature evasioni dalla realtà, anche a costo di rischiare la mia (ormai già precaria) sanità mentale cercando di mandare a memoria tutti quei nomi russi assurdi, tra abbreviazioni, soprannomi, patronimici e cazzonesò. Ma io sono più cazzuta di qualunque russo logorroico, e quindi leggerò tutto Anna Karenina nonostante gli ottomila nomi presenti nel testo senza sapere mai con certezza di chi stia parlando quel burlone di Tolstoj, ma vabene così.
Sigarette al mentolo.
Si, proprio al mentolo.
Ok, la situazione è grossomodo questa, se riemergo vi avverto.

CÈLO BUSO MANCA

L’ultima, mitica steam-punk season pure lievemente nerd del Dottor Who.
CÈLO
Caschetto da paggio di corte francese rivisitato in chiave trash con ciuffone sul capo stile primi anni ottanta.
CÈLO
Citazione profonda sul senso della vita scaturita dalla parte vagamente alcolica del Grand Marnier presumibilmente contenuto nella porzione di delicatessen della nostra astemia commensale.
CÈLO Eccovela:
Sola, abbandonata e piena di buoni pasto. Fine citazione.
Ciò concretizza pienamente il senso del nostro essere.
Rimango ancora dubbiosa sul nuovo taglio di capelli, non mi si confà, credo che domattina andrò da un’altra parrucchiera a farmi rapare. Anche se ho la faccia troppo rotonda. Chissenefrega.
A questo punto pare evidente la massiccia presenza di CÈLO e la manifesta scarsezza di MANCA, e si evince quanto segue: sono fondamentalmente un cuor contento, me ne sbatto allegramente di quello che non va e trovo sempre un buon motivo per sorridere. O per farmi un Grand Marnier.
Ecco, mi pare sia tutto, fine comunicazione.

DOPO LO STUPORE

…e come si fa, che le storie non le so raccontare mica così bene, che mi manca quella roba lì che voialtri avete, che non so bene definire ma che riesco a cogliere dalle vostre righe; io che credo fermamente nel bicchiere mezzo pieno, che so trovare il lato comico dappertutto, che mi auto convinco della simpatia delle mie battute quasi con commozione, che mi tengo insieme con un po di nastro isolante per paura di scoperchiare un vaso di Pandora che solo l’idea mi fa scappare veloce nella direzione opposta.
Eh? Come si fa?
Più leggerezza, dice qualcuno.
Troppa leggerezza, dicono altri.
Ma io vorrei solo saper raccontare, mediare un’emozione attraverso carta e inchiostro, incanalare frustrazioni in eroine un po tragiche e un po vittoriose, parlare di me in terza persona singolare usando metafore appropriate e tempi verbali corretti, descrivere situazioni, le più disparate, e inventare mille finali alternativi alla realtà di un solo colore.
Questo, vorrei.
E magari vorrei anche una Magica-Gomma-Cancella-Minchiate, se avanza.

SMELLS LIKE TEEN SPIRIT

Milady, con Banale Analcolico Verdazzurro, stravince di brutto su Trilly con Doppio Barbera in Bicchierone Faigo e la sottoscritta con una Tripletta di Caipiroske ai mirtilli, al miele e alla marmellata, quest’ultima in dose shottino, che non è che sono sempre e solo io l’alcolizzata.
(Santo subito il barman, le caipiroske erano superlative).
La chiacchiera si srotola da sola, le mie guance sono rosse come un peperone e tutto quello che non va è temporaneamente parcheggiato anni luce fuori dal locale, lontano e inascoltato.
Milady vince svelando i suoi nobili natali, e noi povero volgo, plebaglia indegna della sua munificenza, ce ne torniamo a casa con la coda tra le gambe, le mascelle semi slogate dal troppo ridere e un paio di bastoncini colorati presi dai cocktail.
Auguriamo a Milady l’improvvisa comparsa d’uno zio, nobile anch’egli, magari pure molto vecchio e in procinto di procombere, ma non prima d’aver intestato tutti i suoi averi alla suddetta, di modo che si possa godere anche noi, almeno di luce riflessa, di cotante e incommensurabili ricchezze. Chessò, una villa in riviera per le ferie estive, un castello in Francia come residenza primaverile, una villa con piscina ai Parioli.
Ci si accontenterebbe di poco, noi.
E grazie per questa serata che aveva l’odore di una vita fa.