ISOLAMENTO, PESSIMISMO E FASTIDIO

Casa lavoro, lavoro casa.
Deviazioni per la pizza al taglio nei momenti di maggior sconforto.
Serie tv fantascientifiche, quelle per quando si è sul fondo del barile, a fondo proprio, roba tipo la serie classica di Star Trek, con Kirk, Spock e compagnia bella.
(Sospiro di rassegnazione).
Lasagne al ragù in bianco della mamma. (Ricordo).
Quintalate di nippon. (Realtà).
Bottiglione formato famiglia di crema di limoncello. Bello fresco.
Tablet a prendere polvere sul comò.
Libri. Quelli con meno di cinquecento pagine non mi ci metto neanche, ho bisogno di durature evasioni dalla realtà, anche a costo di rischiare la mia (ormai già precaria) sanità mentale cercando di mandare a memoria tutti quei nomi russi assurdi, tra abbreviazioni, soprannomi, patronimici e cazzonesò. Ma io sono più cazzuta di qualunque russo logorroico, e quindi leggerò tutto Anna Karenina nonostante gli ottomila nomi presenti nel testo senza sapere mai con certezza di chi stia parlando quel burlone di Tolstoj, ma vabene così.
Sigarette al mentolo.
Si, proprio al mentolo.
Ok, la situazione è grossomodo questa, se riemergo vi avverto.

NON COMPRENDO, FRAINTENDO, MISTIFICO E RINUNCIO

Assodato il fatto che non si dovrebbero regalare accendini il giorno di San Valentino, trovo irritanti commenti che trasudano stupore e meraviglia.

Sei fantastica.
Davvero, non ho mai conosciuto nessuna come te.
Ma come fai?
Sei sorprendente!

Io arrossisco. Davvero, mi capita spesso, ed è molto imbarazzante. E mi capita dopo commenti del genere ‘troppo meraviglioso perché sia vero’, così arrossisco e per cercare di togliermi dall’imbarazzo espello minchiate a ripetizione.
Piano piano mi calmo, e torno ad essere La Regina delle Nevi Perenni.
Mi va di culo perché una buona parte delle minchiate che dico, di solito, fanno ridere, così finisce tutto in una bella sghignazzata collettiva e dopo poco il mondo riprende a girare nella direzione corretta.
Ciò non toglie che non sopporto più facce sbalordite, bocche semiaperte e toni meravigliati nel pronunciare le suddette, irritanti frasi.
Che poi non è che le abbia sentite così spesso, e credo anche sia giusto dire che il più delle volte sono giunte da soggetti più o meno ubriachi, sotto sostanze psicotrope (a volte entrambe le cose), da persone di cui non ho nessuna stima, e da altri di cui non immaginavo l’esistenza.

Saggiamente, me ne vado a dormire.

MOTO IMPERFETTO

È cambiato qualcosa.
Ma sono sempre sulla riga di mezzeria della strada che è solo mia, e nella corsia di sinistra c’è la mia vecchia me, e nella corsia di destra c’è la mia nuova me, e io sto proprio li nel mezzo e con passi piccoli e il minor dispendio possibile di energia proseguo avanti piena di dubbi, qualche certezza e svariate carogne poggiate sulle spalle che mi fanno pericolosamente inclinare ora verso sinistra, ora verso destra, in un’eterno dilemma esistenziale.
Dove cazzo sto andando?
Ma ho imparato che fermarsi è anche peggio, perché andare avanti bisogna.
In questa lenta marcia trovo difficile la gestione del mio tempo, ci sono giorni in cui vorrei un collare bianco, di quelli che mettono ai cani per evitare che si grattino dove non devono, o meglio ancora un paio di paraocchi che impediscono la visone periferica. Come per i cavalli delle carrozze. Per evitare che si distraggano, così proseguono dritti.
E ci sono giorni che il sole è così caldo e luminoso che le zone d’ombra ai lati della riga di mezzeria non si intravedono neppure, e sono i giorni che la gente che mi incontra per strada mi dice che sono raggiante, che così non mi si vede spesso.
Qualcosa è cambiato, questo è certo.
Non so bene di cosa si tratti, ma qualcosa è cambiato.
Nulla di simile ad uno di quegli istanti che ti cambiano la vita. Le cose, qui da me, si corrodono piano e lasciano segni evidenti. Ci si mette un po a capire, vedi il cratere lasciato dalla bomba esplosa, ma non senti né il rumore, né vedi la scia di fumo che ne preannuncia l’arrivo. È come una scena del crimine da ricostruire, a volte ci vogliono anni prima che il quadro sia chiaro. E dopo, una volta che hai messo insieme i pezzi, dopo il suono dell’esplosione non conta più. Ti lasci il cratere sordo alle spalle e vai avanti.
A piccoli passi, come un funambolo sulla riga di mezzeria.
Ma senza rete sotto, se no è troppo facile.

SCRIFO

Questo è un momento molto schifo.
Così, scrivo.
E quello che vien fuori è un perfetto equilibrio tra
~scrivo~
e
~schifo~
che traduco con
~scrifo~
Si capisce, no?

E poi vorrei dire del Cervino e di quelli che si porta via come fossero pedine di una scacchiera, di quelli che stanno in un letto d’ospedale, lontani da casa, che non sono nemmeno coscienti e i parenti e gli amici non sanno più quello che devono pensare, e non lo so nemmeno io cosa si dice in questi casi. Mi viene solo da pensare che il Cervino è grande e grosso e possente, ma qualcuno lo risparmia, e io spero che quel qualcuno sia tu. In bocca al lupo, e torna presto.

Devo capire se un’amico, d’improvviso, può non essere più un’amico. Ancora una volta nella mia vita mi trovo davanti a questa cosa impossibile da definire. L’affetto esiste ancora, e non credo che se ne andrà mai, ma l’amico, invece, non c’è più.
Non è giusto.
Così scrifo, continuo a farlo, tanto mi sfogo anche se non vado da nessuna parte, anche se neanche gli altri vanno da nessuna parte.
Un’amico mi ha chiesto del futuro e io non so dire niente del futuro. Immaginare la mia vita da qui al mese prossimo è già un’impresa, non mi ci metto neanche a inventarmi quello che potrebbe essere, mi fa troppa paura, nel bene e nel male.
Non riesco a stare legata a nulla e nessuno, e nessuno e niente riesce ad attecchirmi addosso.
Cercare di trovare in me il ~volermi bene~ è difficile.
Lo è per tutti, e a tratti ci si lascia un po andare, e in questi momenti non riesco ad essere leggera e semplice e solare.
Il futuro, per me, è troppo grosso, è ingestibile. È troppo pieno. Niente futuro, niente come sarà o come dovrebbe essere o come vorrei che fosse. Faccio i conti giorno per giorno, solo dirlo a voce alta mi fa già stare meglio. Conta solo l’adesso.
E poi mi mancano gli amici. Quelli che credevo che conoscersi fosse una cosa da fare insieme, quelli che cambiano opinione e atteggiamento perché non si fanno sempre andare tutto bene per forza, quelli che anche se rimangono più in superficie riescono comunque a sorridere con gli occhi.
Ho la forza, ho la fiducia, ma mi manca qualcosa che adesso non c’è.
Pazienza, sono comunque felice.
Scrifo.
E adesso mi faccio una doccia e stasera mi vado a mangiare i pesci alla griglia con le mie amiche.

DI RUOTA CHE TORNA A GIRARE, DI PREZZEMOLO, DI JEANS, DI PERCORSO ED OBIETTIVO E DI PARAGONI DEL CAZZO

Ah, che bestia strana è il cibo, e quanta volontà ci vuole per non soccombere ogni volta. Mangiare regolarmente, seduta a tavola, la pasta pesata e la carne magra con le verdure alla griglia, il minestrone, un pezzetto di pane, ma integrale, un frutto dopo il pasto e niente banane, una margherita al sabato sera, che sembra quasi domenica, una di quelle domeniche passate a Olivola e la peperonata dello zio e i friciulin della nonna, il risotto alla milanese e il prezzemolo nella canottiera per non soffrire il mal d’auto…ma è solo una margherita. Con tanti ricordi dentro. Scrivere, pensare, pronunciare la parola ~dieta~ mi fa subito venire in mente privazione, tristezza, pastasciutta senza formaggio grattugiato e con un cucchiaino d’olio, pesce al vapore, broccoli. Io odio i broccoli. Mi è concesso un dolce alla settimana. Uno qualunque, quello che preferisco, la panna cotta, una fetta di torta, il frappè col gelato. E a me questa concessione fa paura. Se metti un alcolizzato davanti ad un bicchiere di vino, quanta forza gli ci vorrà per non berlo. Perché è un po la stessa cosa, per me, se e quando avrò nel piatto una porzione di panna cotta, saprò regolarmi? La vendono dappertutto, ho occasioni quotidiane per poterla comprare e mangiare. Come il vino. Lo trovi a poco in qualunque supermercato. Ma quanta forza ci vuole per non metterlo, ogni volta, nel carrello. Perché il cibo da la stessa dipendenza, ma è tollerato, è dannoso in modo meno invasivo, è conforto che tutti ci permettiamo di quando in quando, ed è una cosa difficile da gestire. Ad un certo punto la volontà che prevale sull’ennesima fetta di pizza o sul pacchetto di fieste, è positiva, è una cosa che bisogna coltivare, come le verdure dell’orto. Ma è difficile. Subentra il senso di colpa, prima inesistente, anche solo all’idea di mangiare una panna cotta. Ho paura di farlo perché non so se dopo sarò capace di contenere il senso di colpa e di fermarmi.
E non stancarmi, per non avere poi il buco allo stomaco, come se dovessi morire di fame da un momento all’altro, se cammino, se penso troppo forte.
E penso alla salute, penso anche un po alla taglia di jeans che mettevo a diciott’anni, penso ai vestiti che non metto più da una vita, penso che questo mio peso mi lega troppo, che non sono più io, non mi sento più me stessa. Da tanto tempo.
Allora metto su i fagiolini per domani, che torno tardi dal lavoro e me li trovo già pronti, solo da scaldare, nel frigo c’è il petto di pollo da fare con le erbette, che se non ci metto un po di gusti sopra mi sembra di morsicare una suola, domattina prendo un panino integrale dal panettiere e una bottiglia d’acqua che bisogna bere molto, che fa bene.
E mi consolo pensando che un giorno diventerò una strafiga da cinema. Tzè.

STÀ CALM, E FÀ NEN TANT CINE

Quando mi capita di vederti per strada mi esplode nel petto una bomba motivazionale pazzesca.
Si, lo so, lo penso tutte le volte, ma se questa fosse la volta buona?
Dai che lo è! Mi va di pensarlo, oggi sono talmente ottimista che è un peccato non credere che sarà la volta buona.
Ho cancellato tutte le bozze in cui chiedevo scusa per come sono fatta, tutte le mail farcite di giustificazioni per il mio modo di essere, tutte le lettere le ho bruciate (tranne una, è al solito posto) e ho deciso che non esiste niente oltre a quello che devo fare da ora in poi.
La mia vita ha bisogno di tutta la mia piena partecipazione, ed il mio blog, in cui credo molto, ha bisogno di tutta la mia parte vitale e gioiosa, che possiedo, ma non sempre riesco ad esprimere.
Lo stesso sentiero di sempre, tracciato prima con segni delicati, quasi ombre di direzione più che vere tracce, lo stesso sentiero è ora più delineato, non meno difficile, ma più concreto, possibile, giusto.
Mai parola fu più corretta per questo mio percorso: giusto.
Sano, concreto, difficile, si, ma giusto.
Ho difetti? Si, certo. Molti.
Non mi sento all’altezza? Si, mi capita spesso.
E allora? E allora basta, davvero, basta con il passato, basta con la vigliaccheria, i sensi di colpa, l’indolenza, il procrastinare all’infinito, basta con le buone ragioni che m’invento sempre quando non ho voglia di fare qualcosa per me stessa. Basta!
Oh, come sono saggia!
Per favore, non sarsonatemi tutti insieme, prendete il numerino, che c’è la fila, grazie.

Io manifesto.

IL COMPENDIO DI PASQUA

Questi sono i giorni dell’antibiotico iniettato sulle chiappe, che fa effetto prima e si porta via il mal di denti. Sono i giorni delle lacrime, perché quando fa così male piangi e pensi solo che non senti altro, ma poi una suora piccolina e gentile mi fa la puntura e un po di male se lo porta via. Sono giorni che queste lacrime sono anche di amarezza. Come quando telefoni a qualcuno, quasi per sbaglio, e allora cerchi di cogliere l’occasione per parlare anche se sei solo tu a farlo. Io dico come stai, tutto bene? lo so che la mamma non c’è, ma non importa è proprio con te che volevo parlare. Come stai. E non dici niente, e allora vabene lo stesso, parlo io, ho un po di mal di denti ma vabene lo stesso, ma dimmi, papà, come stai. No, non riagganciare. Così piango, un po per i denti un po per questa difficoltà che esiste nel comunicare, piango perché un po mi fa bene, non è solo dolore fine a se stesso. Chissà, magari la prossima volta non riagganci, devo solo dilatare l’ottimismo su una tempistica più lunga. E provare a sbagliare di nuovo, sperare che la mamma esca un’altra volta e dimentichi il cellulare.
Sono anche i giorni che dovrei tenere segreti che non sono nemmeno più tanto segreti. Poi lo sanno tutti che non sono capace di tenere per me una cosa bella, ma qui non posso, forse più in la. E sono ancora giorni di lacrime e questa volta di commozione. E la commozione mi sta bagnando i-pad da quanto è tenace. Ti vedo in questo video e penso che sei bella, penso che questa commozione non è più incredulità di una cosa bella già avvenuta, penso che sia l’unico modo di accogliere le cose belle che a volte accadono, soprattutto questa volta, che hai lavorato tanto e ancora lo stai facendo per arrivare dove vuoi, e questa sorta di stupore, ogni volta, nel vederti significa che è così che si dimostra la gioia, perché non ci si può abituare ad una cosa bella, e quando ricapita e anche quando ricapitera sarà ancora così, coi lacrimoni e le risate, con il dialetto dei parenti che chiamano per salutare, con il tuo video mostrato ad amici e colleghi anche se non si fa, anche se “sta male”, non è “elegante”, me ne frego, siamo contadini per fortuna, non c’è ancora troppo filtro fra la gioia e le convenzioni sociali, facciamo le cose un po come ci viene, non ci vergognamo ancora di mostrare la felicità. Questi sono i giorni che le lacrime sono davvero una benedizione, si portano via tutto il dolore e lasciano la gioia delle cose belle. Le lacrime ignorate prima o poi chiedono il conto, e quando lo si paga è un conto salato, ma lasciano spazio anche al resto, alla commozione e ai sorrisi. Questi sono giorni in cui le lacrime mi fanno questo effetto. Se fino a ieri sera mi chiedevo che ci faccio qua, io, perché scrivo le mie cose in un blog, la risposta che mi do adesso è diversa, sono qua perché ne ho bisogno, devo condividere con qualcuno tutto questo dolore e tutta questa gioia, perché ha più senso se non tengo tutto per me, perché se esiste anche solo una persona che si ferma e legge queste mie parole, allora ne varrà ancora di più la pena, perché tutto avrà senso nel momento in cui le cose vengono dette a voce alta, o lasciate su un foglio che tutti possono leggere. Che me ne faccio di tutta la mia gioia se la tengo per me sola. Un bravo scrittore ne avrebbe fatto un romanzo.
Io no, io non ne sono capace, vien fuori tutto un po come viene, praticamente non state leggendo, è come se mi ascoltaste mentre parlo, ma non importa, non potevo non lasciarlo qui, non mi ci sta tutta addosso la mia felicità.
Ed è la stessa cosa quando leggo tanti fra voi, non ho un filtro che mi regola la commozione o la partecipazione che ci metto, mi fate stare bene o male a seconda di quello che passate nel blog, e se da una parte è così che si fa, per un altro verso rimango avvinta dai vari stati d’animo da cui mi faccio contagiare. Ed è bellissimo ma difficile, e nello stesso tempo non vorrei mai leggervi diversamente da come faccio.
Ed anche questa è una cosa che mi chiedo spesso, perché scrivete nei vostri blog? A qualcuno l’ho già chiesto, qualche risposta è stata simile alle mie, altre cose, invece, credo ancora di non averle comprese, ma ancora mi chiedo, perché avete deciso di lasciare le vostre cose qua dentro. Cosa vi rende, a livello personale, il blog. Se avete voglia o possibilità di dirlo, mi farebbe piacere saperlo. Per quanto mi riguarda, il blog non è fine a se stesso, se non ci sono scambi e opinioni, rimane solo un diario, e quelli li vendono in tutte le cartolerie.
P.S. Chiedo scusa, rileggendo mi sono resa conto di aver scritto veramente come viene viene, abbiate pazienza.

AH! UN ENORME, GIOIOSO AH!

Se c’è ancora una cosa a sto mondo che ancora mi fa credere all’amore è vedere due persone che si annusano quando tornano a casa la sera, e lo fanno da tutta la vita.
Abbaiano anche, a volte.
Che di solito mi fa pure un po senso, ma mi fan sorridere sempre.
Un sorriso che è puro affetto, e che mi rimanda sempre indietro amore.
(Potrete mai perdonarmi R. e R. per questa divulgazione fuori controllo? E’ dettata solo dal profondo affetto.)
Due che son sposati da tutta la vita, che hanno i loro alti e bassi, che son belli e mi vogliono bene.
Ecco, questo e amore.
No, AMORE.
Si, tutto maiuscolo.
Se, ad oggi, ancora credo all’amore è grazie a queste due persone che si amano, che mi danno affetto.
E’ l’amore “giusto” quello che provano loro.
Quando dico che l’amore non basta, come in un mio recente post, loro lo sanno bene cosa intendo, e hanno sempre applicato questa piccola verità al loro rapporto, alla loro vita insieme.
Se l’amore non esiste, loro sono la mia personale eccezione che conferma la regola.
Oggi ho imparato regolette nuove!
1 l’amore vuole indietro amore.
2 l’amore venduto a buon mercato, non perde il suo valore, lascia
solo, all’incauto compratore, la stessa aridità che aveva prima.
3 ci vuole impegno e passione e costanza e mila e mila altre cose
perché due persone possano essere felici insieme.
4 ergo, l’amore non basta.

P.S. Frogman è solo per voi.

LA SVIZZERA

La Svizzera non è troppo lontana, ci vogliono solo tre ore o poco più da dove sto io. New York e’ lontana. Questo e’ un fatto. La paura sta nella lontananza e la lontananza non comprende la Svizzera. Ecco, insomma, più o meno il concetto e’ questo. Il concetto e’ la felicità delle persone. Non conta, forse, dove vivono, conta di più dove vivono felici. Conta che facciano le cose che devono fare, conta che le facciano quando le devono fare, non conta dove le fanno. Conta l’amore, i salti nel vuoto fatti per amore, conta che ci sia qualcuno che ti vuole bene anche se ha solo le parole per dirlo. Anzi, manco quelle. Allora allunga una mano e stringe la tua. Quello conta. Se potessi dilatare il tempo lo farei, per far si che tu possa fare tutto senza fretta. Immagine