SFRUTTATE L’EREZIONE MATTUTINA

Metti in un bacio tutte le parole che sarebbe inutile dire a voce.
Come se fosse la carezza che non hanno mai saputo darti.
Stringi forte il suo corpo tra le braccia, che ti senta vicino, e un po baciala e un po sorridi, con gli occhi aperti e poi chiusi e poi di nuovo aperti. E ancora sorridi.
Mentre le labbra si sfiorano, prendile il viso tra le mani, e mescolatevi le parole direttamente attraverso la lingua, con tutto il peso del corpo che si tende verso l’altro.
Stringi forte.
Come se potesse scivolare via, come se fosse importante rimanere attaccati ad un’altra persona, come se fosse un’appiglio per non scivolare a tua volta.
E adesso senti il cuore pompare più veloce.
Sei ancora addosso a lei e lei si aggrappa alle tue spalle.
Non c’è piu nessun rumore intorno, solo lo sfregare un po ruvido di pelle su altra pelle. Lei è nella tua bocca e tu nella sua.
E staccarsi per guardarsi un momento diventa intollerabile, le bocche si cercano come per volontà loro, gli occhi si chiudono ancora una volta per meglio sentire il sapore dell’altro, le mani già calde cercano lembi di pelle sotto i vestiti e la testa rimane attaccata al collo, ma scivola via, mentre la bocca sta cercando nuovi spazi in cui nascondersi, la lampo dei jeans scende in un’attimo, la camicetta si sbottona facile, le tue mani sono dentro il reggiseno e le sue sono appoggiate al tavolo della cucina, e non sai più se è la sua bocca che vuoi o tutto il resto, così passi in rassegna tutto il campionario di accessori in bella mostra sotto di te, mentre lei sorride e si aggrappa un po di più alle tue natiche, e fate tutto quello che c’è da fare. Ma alla fine, proprio nel momento in cui culmina il piacere, è di nuovo con la bocca che vi cercate.
Tutto inizia con un bacio.
E poi suona la sveglia, occhio che fai tardi al lavoro.

SONO APERTE LE DANZE

Sono aperte le danze, e allora via, cene, pranzi, brindisi, sorrisi forzati, abbracci affettuosi, tanti bla bla bla, regali inutili quindi molto apprezzati, biglietti d’auguri scritti alle quattro di mattina, mascarpone in quantità industriale, parenti mostruosi, famiglie quasi al completo, sms come abbracci, nessuno che vuole giocare a tombola a un euro a cartella, insulti se propongo di giocare a tombola a cinque euro a cartella, rischio il linciaggio anche solo se accenno vagamente al concetto di tombola, e mi chiedo ma come fa a non piacere la tombola!? Con i fagioli secchi e i bottoni vecchi a coprire i numeri, con il sacchetto di velluto che ne manca sempre uno, con quello che sfuria perché non esce mai il diciassette, e ci credo, il diciassette si è perso l’anno che mi sono diplomata, e mi viene da pensare che diffido istintivamente delle persone che non giocano a tombola. E siccome il natale e’ un grande circo, uno spettacolo ignobile e grottesco, sono matematicamente certa che capiteranno anche attese che diventeranno assenze, telefonate che so di non poter piu fare, lettere che non mi verranno spedite, canzoni che sceglierò da sola, ore sul terrazzo a guardar le stelle perché sotto sotto ho un’animo predisposto, muri vuoti che mi ricordano quello che non ho, voci che non sento da tanto tempo, silenzi che diventeranno ingombranti, baci che non darò. E tante aspettative. Aspettative frantumate come i mattoni rossi che da bambina polverizzavo nel cortile della scuola elementare del paese nel vano tentativo d’inserirmi in un gruppetto di una classe avanti alla mia comandato a bacchetta da una più grande, una di quinta, che ci faceva sbriciolar sti mattoni tutto il pomeriggio, pena l’isolamento. Si accedeva alla piccola setta indovinando il significato di una parola scelta di volta in volta dalla bambina prepotente che imperava su tutte. A me tocco’ -calvo-. Niente, vuoto completo. Chiesi alla maestra e tornai dalla compagna con un sorriso così. “Non vale” mi disse, “l’hai chiesto”. Mi fece sedere con la faccia rivolta al muro come punizione per la mia insolenza. Piansi. E come scese la prima lacrima mi alzai, andai da lei risoluta e calma e fiera e molto più alta di lei, e la guardai negli occhi per almeno un minuto. Da quel momento spaccai mattoni con grande soddisfazione. Per almeno dieci minuti. Poi presi per mano le altre bambine e andammo sotto l’albero del cortile a giocare a strega comanda colore. La bambina prepotente? Venne da noi piangendo, accompagnata dalla maestra. Per quel che mi ricordo nessuno spacco’ più mattoni. Se chiudo gli occhi mi sembra di riuscire a ricordare quell’angolo di cortile, vicino alla scalinata che portava alle classi, dove la polvere rossa macchiava i sassi e le nostre manine. E tutto si confonde in queste particelle colorate che mi annebbiano la testa, e non distinguo più il ricordare, il sognare e lo sperare.