A.A.A.

“Desperately seeking Paolo”
Francesca.

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ELETTRICA VIOLANTE, GRIDA!

Non me ne frega un cazzo di cosa mangi, di come ti vesti, che merdosa auto guidi, del tuo stipendio che serve solo a comprare puttanate inutili, io voglio sapere di te.

Tutto.

Scoperchia la tua anima, esponila nuda qui davanti a me e fattela guardare e toccare.

Voglio sentirla sulla mia bocca.

Chiudi gli occhi e non perdere tempo a balbettare un’inconsistente reprimenda edificante contro la volgarità.

La faccia che esponi al mondo, e’ volgare, la tua faccia da animale sociale, una maschera per ogni occasione, pur di non vivere in prima persona.

Io voglio guardarti dentro, giù, fino in fondo e cercare nel tuo torbido qualche traccia che somigli a me.

Non e’ un’opportunità che concedo a molti.

Metti le mani sulla mia faccia, attorno al mio collo, e dimmi di che colore sono le tue notti, quando ti rivolti nel letto senza poter dormire.

Le tinte del tuo tormento, del tuo dolore, delle tue passioni e del tuo peccato privato, i toni e le mezze gradazioni dei tuoi incubi inconfessabili.

Io lo so di che colore sono, sono appena tornata dall’inferno e, credimi, conosco i tuoi colori molto meglio di quanto pensi.

E sta zitto, mi stanno uccidendo le tue chiacchiere sulla famiglia e le mattine e la luna di notte e i sogni del cazzo che fai.. E vaffanculo!

Si, vaffanculo a tutte le famiglie felici del cazzo, che non esiste nessuna famiglia felice del cazzo!

In piazza, la domenica col vestito della festa, e a casa, tutti i giorni a menare le mani e pulire il culo dei vecchi e la bava ai matti chiusi nei salotti, occhi che guardano fra i teli delle tende le strade brulicanti di imitazioni di esseri umani.

Chiuso in casa, dentro la tua testa, a guardare i muri scrostati dalla noia.

Salvati, puoi ancora, se mi guardi davvero, se apri il tuo petto senza vergogna, hai ancora una possibilità, fammi guardare nel tuo cuore e in fondo allo stomaco, e fammi rivoltare tutto all’esterno, perché è solo così che si può davvero vivere: esposti.

Non è vero che sei fragile, dentro.

Sei fatto di fibre guizzanti e pulsanti, di materia che assorbe e rilascia fluido come respirasse, ed è la vita che traspira al tuo interno che ti rende umano.

Esponiti, è l’unico modo per rimanerlo.

Mostrati al mondo, fiero, brucia la tua anima per sfolgorare, butta fuori i brandelli ancora frementi del tuo io ingabbiato e vivi e contagia altri col tuo vivere e insegna loro queste tue nuove parole, perché non vadano perdute.

Vivi, respira, ama, grida, combatti, salva te stesso!

Vivi, o soffoca nell’inferno che ha contagiato tutti gli altri.

Vivi!

VORREI

Vorrei dire quello che penso ad alcune persone, vorrei incontrarne altre per guardarle negli occhi e capire, vorrei libri o ancora meglio un uomo lettore. E gran parlatore, possibilmente.
Vorrei tutte le parole che non mi hanno mai detto.
Vorrei sostanza, oltre ai sostantivi ai verbi agli aggettivi, oltre a tutte le coniugazioni che mi aspetto. Sostanza e condivisione.
Vorrei qualcuno che avesse la pazienza di ascoltarmi e la voglia di farlo.
Qualcuno da ascoltare, per capire insieme come si fa a stare al mondo, come si fa ad amare.
Vorrei un progetto che vada oltre il week-end a venire, oltre la bolletta del gas che dovrò pagare alla fine del mese, vorrei momenti, una collezione di momenti che alla fine diventano una storia da raccontare, da ricordare, e boccali di birra chiara, panche su cui sedersi stretti stretti per scoprirsi e imparare gesti nuovi e sorrisi leggeri e mani che si stringono, che si cercano.
Vorrei conoscere meno persone e avere più amici.
Vorrei poter dialogare con mio padre, capire dov’è andato a finire, parlare con mia madre, ritrovarla. Ritrovarsi.
Vorrei qualcuno ad aspettarmi a casa, la sera, quando sono stanca e avrei solo voglia di essere abbracciata, quando ho bisogno di qualcuno che mi stia addosso come una coperta, ma non proprio tutte le sere, che ancora mi piace, qualche volta, star da sola.
Vorrei non avere la sensazione di essere presa in giro che mi bracca da un po’. Vorrei non essere considerata ingenua. Vorrei capire cosa mi spinge a raccontarmi così tanto avendo molto poco indietro. Che non è di matematica che sto parlando, ma di dolore e gioia e affetto e bisogno e sensazioni e desideri e risposte e domande che devo ancora fare.
Vorrei poter piangere. Un pianto lungo e consistente e liberatorio e definitivo. Uno di quei pianti che per forza diventa sorriso.
Vorrei uno stupidissimo mazzo di fiori perché nessuno me lo ha mai regalato. Vorrei imparare come si fa a smettere di bastarsi, che se mai una volta, per un brevissimo istante, smetto di farlo, crolla tutto il castello di zucchero e poi son cazzi a rimontarlo.
Vorrei sapere se quella dannatissima canzone parla di me e non ho il coraggio di chiederlo a K., piuttosto sarei capace di dirgli addio, ma non di domandargli se il suo rimpianto è uguale al mio, se la canzone racconta di me. Vorrei imparare a farmi voler bene e vorrei chiedere a V. se lui ha capito come si fa, se adesso è felice e se c’è un modo giusto per far si che gli altri ti vogliano bene.
Vorrei che qualcuno mi strappasse via le mani da questo dannato i-pad e mi portasse al lago. Adoro i laghi.

L’ACCENDINO PER SAN VALENTINO

Da ragazzina conservavo tutto. Sottobicchieri del pub, frasi dei baci perugina, maglioni trovati per terra ad un festival di artisti di strada in una sera che ho baciato tutti cercando solo L., una fiaschetta per liquori fasciata di lana scozzese, pietroline cercate sulla spiaggia da V. che ha detto che secondo lui avevano delle venature del colore dei miei occhi, nel tentativo di tradurre in parole una sensazione, fiori messi a seccare di nascosto nei libroni di mia sorella che non usava più, i jeans strappati dell’incidente in motorino, pure il motorino, con la scritta tuttora indelebile di E. che dice ti voglio bene sempre. Conservavo tutto, e ora mi restano solo i ricordi. Come questo. Un pomeriggio M. mi chiede di uscire insieme. Avevo quattordici forse quindici anni. Lui due di più. Me lo dice così, ma proprio così, vuoi uscire con me? Si. Passiamo un mese circa insieme, mai da soli, mai mano nella mano, mai un bacio. Eravamo giovani e belli tutti e due. In questo mese, arriva San Valentino e una mattina presto, andando a scuola, mi chiama da parte e mi dice che ha una cosa per me. Ci siamo! Mi regala un accendino di metallo, lungo e stretto, mi abbraccia e mi fa gli auguri. Ecco, un accendino, per il giorno di San Valentino, mai più. Ve ne prego. Son cose che poi, quando hai trentaquattro anni, ti segnano.

LADRA DI SGUARDI ALTRUI

Lei e Lui, separati da un vetro. Ho cercato il tuo viso tutte le notti da quando te ne sei andato via, lontano. Le tue labbra impresse sulle mie, bagnate, ruvide. Le mani che mi avvolgono il viso. C’è solo la tua bocca sulla mia, la tua lingua, il tuo sapore. Prima uno sguardo lungo come una vita di farfalla, le mani sul vetro non si possono toccare. Se mi guardi negli occhi abbastanza a lungo puoi riuscire a capire che cosa si nasconde dietro l’azzurro, dietro il grigio, dietro tutto quello che non si può dire con le parole, che non si può tradurre in manoscritto, che non rimane impresso sopra un nastro. E’ tutto li, stipato in fondo ai miei occhi, in fondo ai tuoi occhi. Se solo avessi il coraggio di infilzarti col mio sguardo, di sradicare tutti i preconcetti che ti appannano il vedere, che ti offuscano i sensi. Oh, quanta bellezza vedresti. Quale incanto si nasconde dietro un cielo azzurro, innocente. Dopo sarebbe solo perfezione e tempo immobile. Dopo arriverebbero i baci e le parole accarezzate sulla pelle e la felicità che vibra nella pancia. Ma prima guardami, guardami negli occhi e vieni a perderti qui da me. Possiamo.