FEED YOUR DREAMS

La materia di cui è intessuto un sogno è fibra elastica e malleabile, dilata e comprende tutti i tempi insieme, mescolandoli, espandendoli, assottigliandoli. La fantasia è rifugio e medicamento, i desideri creati dalle sinapsi del cervello addormentato sono benzina che brucia, carburante, veleno e solido appiglio e roccia, anche, che si sgretola sotto i piedi. Nel sogno si creano isole di circostanze inesplorate che diventano rifugio e santuario, che proteggono, sostengono e celebrano la fantasia che non sarebbe altrimenti possibile.
Nel sogno è fattibile la magia che può sconfiggere la paura, nel sogno s’impara a esplorare se stessi e a dare sfogo alle proprie potenzialità. O ci si lascia andare giù, per cadere nei più profondi orridi che non saremmo mai capaci di esplorare con gli occhi aperti.
La fantasia permette al reale di potersi compiere, getta le basi, segna un tracciato che consente all’interiorità di espandersi e all’involucro esterno, fatto di carne e ossa, di non accartocciarsi troppo in fretta su se stesso.
La fantasia dona tempo.
Il tempo che regala un sogno è prezioso e salvifico. Si ha il desiderio di trasportare nero su bianco quello che avviene all’interno del proprio cranio iperattivo e ci si dispera, e ci si angoscia di fronte all’evidente, reale carenza di tempo fisico che non si misura con lo stesso metro con cui si misura il tempo di un sogno.
E la vera dannazione sta nell’imparare a convivere sulla linea di confine sottile e fragile che tiene separati il mondo fisico dal mondo grandioso e interminabile della fantasia.

FERMO IMMAGINE

Colpa della carenza d’alcool nei miei giorni ricchi di fibre e proteine e poveri di grassi aggiunti, una roba che chiamano ~essere a dieta~ io chiudo gli occhi e m’immagino spiagge deserte, musica anni sessanta e ritmo pigro di vacanza. Immagino di essere altrove e chiudo fuori il mondo che continua a girare storto, all’incontrario, mentre io mi godo il mare e un cocktail verdazzurro che sa di anice. Lascio in bozza le invettive, che mi son tornate nelle dita, lascio fuori la distribuzione delle colpe, lascio fuori tutto quanto.
Ci sono solo io e la musica.

SFRUTTATE L’EREZIONE MATTUTINA

Metti in un bacio tutte le parole che sarebbe inutile dire a voce.
Come se fosse la carezza che non hanno mai saputo darti.
Stringi forte il suo corpo tra le braccia, che ti senta vicino, e un po baciala e un po sorridi, con gli occhi aperti e poi chiusi e poi di nuovo aperti. E ancora sorridi.
Mentre le labbra si sfiorano, prendile il viso tra le mani, e mescolatevi le parole direttamente attraverso la lingua, con tutto il peso del corpo che si tende verso l’altro.
Stringi forte.
Come se potesse scivolare via, come se fosse importante rimanere attaccati ad un’altra persona, come se fosse un’appiglio per non scivolare a tua volta.
E adesso senti il cuore pompare più veloce.
Sei ancora addosso a lei e lei si aggrappa alle tue spalle.
Non c’è piu nessun rumore intorno, solo lo sfregare un po ruvido di pelle su altra pelle. Lei è nella tua bocca e tu nella sua.
E staccarsi per guardarsi un momento diventa intollerabile, le bocche si cercano come per volontà loro, gli occhi si chiudono ancora una volta per meglio sentire il sapore dell’altro, le mani già calde cercano lembi di pelle sotto i vestiti e la testa rimane attaccata al collo, ma scivola via, mentre la bocca sta cercando nuovi spazi in cui nascondersi, la lampo dei jeans scende in un’attimo, la camicetta si sbottona facile, le tue mani sono dentro il reggiseno e le sue sono appoggiate al tavolo della cucina, e non sai più se è la sua bocca che vuoi o tutto il resto, così passi in rassegna tutto il campionario di accessori in bella mostra sotto di te, mentre lei sorride e si aggrappa un po di più alle tue natiche, e fate tutto quello che c’è da fare. Ma alla fine, proprio nel momento in cui culmina il piacere, è di nuovo con la bocca che vi cercate.
Tutto inizia con un bacio.
E poi suona la sveglia, occhio che fai tardi al lavoro.

ELETTRICA VIOLANTE, GRIDA!

Non me ne frega un cazzo di cosa mangi, di come ti vesti, che merdosa auto guidi, del tuo stipendio che serve solo a comprare puttanate inutili, io voglio sapere di te.

Tutto.

Scoperchia la tua anima, esponila nuda qui davanti a me e fattela guardare e toccare.

Voglio sentirla sulla mia bocca.

Chiudi gli occhi e non perdere tempo a balbettare un’inconsistente reprimenda edificante contro la volgarità.

La faccia che esponi al mondo, e’ volgare, la tua faccia da animale sociale, una maschera per ogni occasione, pur di non vivere in prima persona.

Io voglio guardarti dentro, giù, fino in fondo e cercare nel tuo torbido qualche traccia che somigli a me.

Non e’ un’opportunità che concedo a molti.

Metti le mani sulla mia faccia, attorno al mio collo, e dimmi di che colore sono le tue notti, quando ti rivolti nel letto senza poter dormire.

Le tinte del tuo tormento, del tuo dolore, delle tue passioni e del tuo peccato privato, i toni e le mezze gradazioni dei tuoi incubi inconfessabili.

Io lo so di che colore sono, sono appena tornata dall’inferno e, credimi, conosco i tuoi colori molto meglio di quanto pensi.

E sta zitto, mi stanno uccidendo le tue chiacchiere sulla famiglia e le mattine e la luna di notte e i sogni del cazzo che fai.. E vaffanculo!

Si, vaffanculo a tutte le famiglie felici del cazzo, che non esiste nessuna famiglia felice del cazzo!

In piazza, la domenica col vestito della festa, e a casa, tutti i giorni a menare le mani e pulire il culo dei vecchi e la bava ai matti chiusi nei salotti, occhi che guardano fra i teli delle tende le strade brulicanti di imitazioni di esseri umani.

Chiuso in casa, dentro la tua testa, a guardare i muri scrostati dalla noia.

Salvati, puoi ancora, se mi guardi davvero, se apri il tuo petto senza vergogna, hai ancora una possibilità, fammi guardare nel tuo cuore e in fondo allo stomaco, e fammi rivoltare tutto all’esterno, perché è solo così che si può davvero vivere: esposti.

Non è vero che sei fragile, dentro.

Sei fatto di fibre guizzanti e pulsanti, di materia che assorbe e rilascia fluido come respirasse, ed è la vita che traspira al tuo interno che ti rende umano.

Esponiti, è l’unico modo per rimanerlo.

Mostrati al mondo, fiero, brucia la tua anima per sfolgorare, butta fuori i brandelli ancora frementi del tuo io ingabbiato e vivi e contagia altri col tuo vivere e insegna loro queste tue nuove parole, perché non vadano perdute.

Vivi, respira, ama, grida, combatti, salva te stesso!

Vivi, o soffoca nell’inferno che ha contagiato tutti gli altri.

Vivi!