PEL DI LUPO

C’era una volta un lupo burlone che amava travestirsi da pecora per ingraziarsi gli abitanti del villaggio nei pressi del bosco dove abitava. Affittò un bel costume bianco candido e una maschera dal muso affabile e passava le giornate mescolandosi alla gente del posto per ottenere una grattatina sul dorso, oppure un buon giaciglio su cui dormire.
Una sera un contadino vide avvicinarsi la pecora e gli fece trovare davanti casa una bella ciotola d’insalata.
Ma alla pecora l’insalata non andava proprio giù, così decise di far finta di mangiarla, aspettò che il contadino andasse a dormire, e rubò nel pollaio una gallina.
La mattina dopo il contadino trovò sul portico la ciotola piena di erbette e una gallina in meno. E visto che il contadino non era mica scemo, stette in guardia, e preparò uno scherzo alla pecora.
Alla sera, quando la pecora arrivava, gli avrebbe fatto trovare una bella ciotola piena di carne succulenta addizionata con un potente sonnifero.
La pecora venne, mangiò e si addormentò di colpo.
Allora il contadino si avvicinò, e vide che indossava un costume, e che sotto il costume c’era solo pelo di lupo. Ma il contadino era un brav’uomo e non ebbe cuore di ammazzare la bestia. Così la trasportò nel bosco e lasciò accanto all’animale una lettera.
~Caro lupo, non sei una bestia cattiva e infida per natura, perciò ho deciso di risparmiarti la vita. Non dovrai mai più indossare costumi da pecora, e ti presenterai davanti alle persone per quello che sei. Un lupo. Molti avranno paura e ti scacceranno e molti ancora vorranno ammazzarti. Ma non importa, tu dovrai sempre mostrarti per come sei. Perché, lupo, la tua natura è questa, e non è una natura da disprezzare. Sono molto peggio certi uomini che indossano molte maschere per ottenere di volta in volta solo ciò che vogliono. Tu sei lupo, vivi da lupo~
Al risveglio il lupo lesse la lettera, rubò un’ultima gallina al contadino, e se ne andò per la sua strada.
E siccome il lupo era anche un po miope, non vide il post scriptum che lasciò il contadino: ricorda, lupo, che la verità è sempre e soltanto una sola.

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._ _. . ._. _._. …. . _ _ . _. _ .. ._. . .._ _.. O DI RIFLESSIONI DA JÉROBOAM DI SMIRNOFF

Come mi sento piccola e insignificante in questo momento!
Sono una formichina che scrive su aipad i suoi pensieri ed ogni tasto da sfiorare son centimetri da camminare con fatica, che si sommano e diventano chilometri, tutti i chilometri che ci vogliono per lasciare in questo spazio quel che provo.
Ho dita fragili che cercano di tradurre il peso di essere diventata nuovamente insensibile e incapace di comprendere le variazioni di climi interne e le temperature emotive di chi mi circonda.
Non comprendo neppure me stessa, sono tornata all’assenza di sensazioni vitali e mi rimane solo il disagio dell’essere incompiuta e senza risposte alle mie incessanti domande. Anche se, forse, le risposte ci sono state e sono solo io che non capisco.
Come sono stupida e superficiale!
Non riesco a vedere oltre ciò che è palese e concreto, non so dare il giusto nome alle sfumature di colore che appena intuisco fra le emozioni primarie che mi sfiorano.
Non capisco perché due parole così simili come amore e innamoramento possano essere così diverse, non capisco ciò che non mi viene spiegato con pazienza, non capisco perché mi si vuol prendere al contrario, io, che sono così binaria, non capisco perché il risultato di questo mio non comprendere sia uno spegnimento così repentino e definitivo. Che a riaccendere l’interruttore non basta più un pulsante. Arriva il dolore, improvvisamente, di pomeriggio, con una parola a voce alta oppure per sms, e scivola via la sera, se ne va chissà dove lasciando solo spazio vuoto.
Sono stanca e conto un cazzo, ne più ne meno di altri.
Scivolo ed esisto, ne più ne meno di altri.
Ed ho capito che quello che nasce nel mio cuore e che traduco come posso in questo foglio virtuale, ha confini ben precisi dettati dal contesto che ho scelto.
Ciò che nasce, arriva, e si crea qui, rimane qui.
E qui s’impoverisce, perde vigore, si mescola e si confonde con mille altre parole e pensieri che diventano un mare grande, fatto di milioni di gocce, soggetto alle tempeste emotive di chi ha deciso di annegarcisi dentro.
Non posso neppure dire tutto quello che penso.
Inizio quest’avventura del blog con le migliori intenzioni di raccontarmi e raccontare, e capisco solo ora quanto sia vincolante e necessario saper dire senza dire. Sempre con ben chiaro in testa che quello che dico, penso e scrivo conta un cazzo, ne più ne meno di quello che scrivono altri.
L’auto-affermazione non passa di qui.

Scavare dentro, sempre, anche scendendo a cazzo, come faccio io, dicono serva a far uscire fuori la luce, ad accettarsi e capirsi. Un concetto che Jung ha decisamente espresso meglio, ma che riesco a far passare solo a mio modo. In fondo, a cliccare su wikipedia e leggere qualche libro, siamo capaci tutti. E conosco persone più intelligenti di me, che a scavare sono anche più capaci, che hanno trivellato le loro viscere ben bene e la conclusione cui sono giunti è che non serve ad una beata mazza tutta sta discesa nello sprofondo.
E allora che si fa?

DI RAGNI E DI MOSCHE

Il ragno di mestiere tesse tele.
Le piazza ovunque e le stende con solerzia e zampe esperte.
Lo fa per istinto e per sopravvivenza, che nelle sue tele ci si appiccicano tante mosche stupide!
Le mosche volano con le loro traiettorie di sghimbescio e apprezzano il fermarsi dappertutto, anche sulle tele di ragno.
Perché sono impavide, le mosche!
E il ragno le guarda.
A lui piace così, le guarda per ore e le studia per bene e poi ne fa ritratti che le mosche osservano senza capire dove voglia andare a parare ‘sto ragno un po sui generis.
Che gli verrebbe voglia di dirgli: mangiami! Son mosca, tu ragno, inghiottimi!
Il ragno, poi, la libera un pochettino, di modo che la mosca possa anche scappare se ne ha voglia, ma la libertà, a questo punto, interessa meno della curiosità.
Allora il ragno cambia la sua pelle e si fa specchio e la mosca vede il riflesso di un altro se’ e rimane affascinata e sbalordita.
Possibile?! Dove prima vedevo un ragno ora vedo una mosca come me, con i miei stessi colori e pensieri.
E la mosca non si è neppure accorta di aver ripreso a volare, libera, e di essere rimasta avvinta a quest’incantesimo di ragno che la tiene prigioniera più di mille fili di bava collosa.
Il ragno allora parla parole che sono il riflesso di quelle della mosca, che non sa di aver parlato nel suo sonno agitato mentre era ancora schiacciata dalla tela. E le sembrano parole nuove eppure così familiari e adatte a lei, al suo essere mosca e al suo essere speciale.
Così la mosca si avvicina e prova a baciare il ragno.
Han bocche diverse, che non combaciano bene.
Ma la mosca pensa di aver baciato un’altra mosca!
Passano i giorni e l’incanto si affievolisce, perché il ragno conosce solo questa di magia, e dopo un po anche la mosca più stupida si accorge dello specchio nascosto, e dei piccoli trucchi usati per rendere più scenografico lo spettacolo.
Così la mosca vola via, sempre di sghimbescio, e andrà a posarsi su una nuova tela di ragno, finché qualche ragno senza magia non la mangerà, o finché non troverà un ragno con la magia giusta per il suo essere mosca.

BUONGIORNO E CASOMAI NON VI RIVEDESSI BUON POMERIGGIO, BUONA SERA E BUONANOTTE

Sono stanca di sentire sempre lamentele. Un continuo ronzio nelle orecchie di insoddisfazione, malcontento, frustrazione. Le attese sono snervanti, gli impiegati sono lenti, non ci sono più tubetti di concentrato di pomodoro sullo scaffale, scusi ma come faccio io a preparare il sugo stasera eh? Me lo dice lei come faccio a cucinare senza il concentrato?! Non è possibile, ma in che mondo viviamo? Ho appena visto quel signore laggiu’ che e stato servito senza il numerino! E non è possibile un atteggiamento del genere, io devo portare la macchina dal carrozziere e sono già in ritardo! Ma anche lei, signora, perché non lo ha sgridato che non aveva il numerino? Prego, compili il modulo e dopo torni che le sbrigo la pratica. Si signora, le prendo subito la carta igienica al profumo di borotalco. E si ma faccia in fretta che ho la macchina in doppia fila, se no poi la multa gliela faccio recapitare a casa. No grazie, la mandi direttamente al commercialista, che la mette in conto. Oggi la nuova e stata dieci minuti in bagno. Ah si? Beh domani le mettiamo il sale nel caffè cosi’ capisce subito chi comanda. I direttori sbraitano, i colleghi si guardano in cagnesco, le commesse svengono, i clienti brontolano, i cani pisciano nei vasi, i clienti pretendono, gli spazzini han perso la voglia di tenerlo pulito sto mondo. Dobbiamo ricordarci che, a turno, siamo tutti clienti e siamo tutti impiegati, commessi, segretarie, e direttori e quant’altro. Abbiamo disimparato la gentilezza, le cortesie, i piccoli gesti che rendono migliore una giornata qualunque. Non si preoccupi, passi pure avanti, oggi non ho fretta, mi godo questa bella giornata di sole! La prego, lasci che le ceda il mio sedile, sono già arrivato. Per favore e grazie e prego e arrivederla e le auguro una bella giornata. Basterebbe così poco.