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…e così arrivo a casa e trovo, nell’ordine: Duke che fa le feste e tira a saltarmi in braccio, che se non fosse un boxer di trenta chili gioioso come un petardo andrebbe pure bene; Sorella in camera con i Sepultura a manetta perché è in quel Terrificante Periodo Adolescenziale in cui il metallo non è una roba che si usa per fare le padelle, ma una risposta ai problemi dell’universo; Nonna in evidente stato confusionale davanti a mila chili di agnolotti rigorosamente fatti a mano che si domanda se ha messo abbastanza noce moscata nel ripieno; Papà che sta copiando le soluzioni della settimana enigmistica; Mamma che sta plaudendo e vezzeggiando Tigre, la gatta, che ha portato in casa una biscia, viva, come gesto di riconoscenza verso la famiglia.
Però, poteva andare peggio.
Poteva finire che me ne tornavo a casa e l’unico cane psaico che abbaiava era quello del vicino. Poteva finire che mi si chiudeva lo stomaco. Il peggio non sarebbe stato entrare in una casa vuota, senza nemmeno una birra in frigo. O sentire un’onda di piena, di fiume grosso, proprio tra lo sterno e la bocca dello stomaco, come se i Sepultura suonassero dal vivo nella mia cassa toracica.
Ogni lacrima che ricaccio indietro è un ricordo più o meno elaborato, un modo come un’altro per distogliere i pensieri e disegnare un mondo più a misura. O forse è solo l’ennesima, piccola vigliaccheria che mi concedo.
Parlare mi costa fatica, molto meglio immaginare.

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