IL GIORNO DOPO UN’ACQUAZZONE

Io, la Fede, la porterei a giocare nel fango, perché non si deve insegnare alle bambine ad esser principesse.
Certo non vorrei diventasse un’orco come me, ma nemmeno un’Estella da romanzo.
Una via di mezzo.
Un po graziosa, ma capace di essere forte quando è necessario, dolce e sorridente e che non si prenda mai troppo sul serio.
Piano piano, coi suoi tempi, imparerà a dire le sue parole e saranno quelle più belle da sentire.
Cadrà, e si rialzerà, e siccome avrà già imparato a sporcarsi le manine di terra e fango, non sarà così doloroso, non sarà così terribile, saranno momenti e basta, e lei sarà forte abbastanza da andare avanti, sempre, con gli occhi grandi di stupore e il sorriso sempre aperto.
E non è dello zio che bisogna parlare, come s’era detto in precedenza, è proprio della Fede che bisogna dire.
Ha gli occhi tuoi, la stessa faccia tua di quando eri piccola.
È dolce, simpatica, ubbidiente e felice.
E poi mangia la pizza con le mani che solo gli animi più grandi e sensibili possono fare.
Lo sai.
È tutto davanti a lei, un mazzo enorme di possibilità che solo lei deciderà se scartare o realizzare.
Com’è bella la Fede, come te.
E ogni volta che dici che te ne vai, mi si spezza un po il cuore, anche se capisco le motivazioni, faccio fatica a far sempre, proprio sempre sempre, la ca2zo(na).
E quando si dice che ci si tiene in contatto penso che son le solite parole, e lo so solo io quanto sono stufa delle parole.
Noi continueremo a vederci.
Punto.
Se no vengo a stanarti la dove andrai, chiaro?
Lasciami la Fede un pomeriggio di questi, la devo portare al parco il giorno dopo un’acquazzone.
Ciao bellezze, lazzìa.