MALEFICA

Il Tempo si è fermato con stridore d’ingranaggi arrugginiti e tutto si è coperto di polvere; la vernice si scrosta dai mobili con una lentezza esasperante eppure tutto è fermo e niente lascia tracce.
Non conosco la meccanica degli orologi, non so come si ripara quel maledetto Segnatempo inutile appeso al muro della sala.
Si tratta di Malefica. È caduta in disgrazia. Non farebbe paura nemmeno a una mosca e sta diventando ridicola. Si affanna fra misture e pozioni senza più capirci il verso ed è patetico assistere alle sue messinscene cercando di rimanere impassibili e mostrando quella meraviglia che fino a poco tempo fa non avremmo dovuto simulare.
È un dato di fatto, non è più lei. Povera Malefica! Non sa più come essere se stessa.
Il Tempo Fermo sottolinea meglio la sensazione di immobilità, è un velo pesante come un lenzuolo buttato sui mobili per ripararli dalla polvere. Ma il Tempo non si fermato davvero, permette solo alcuni momenti di consapevolezza prima di riprendere a vorticare instancabile.
Il Tempo conosce solamente questo trucco da feste dei bambini, non saprebbe farne altri, ma è un trucco che riesce tutte le volte. Si blocca e poi riparte. Non sai quando si bloccherà, non sai quando ripartirà, ma puoi star certo che prima o poi ricomincerà a macinare istanti.
Io mi sono accorta di Malefica solo in questo momento di Tempo Fermo e mi sono resa conto anche di altre cose che subito ho nascosto per bene in fondo, schiacciandole giù per impedire che possano prendere aria, ossigenarsi e uscire.
Perché non ho più tempo, ha già ripreso a scorrere.
Domani, si ricomincia.

SCRIFO

Questo è un momento molto schifo.
Così, scrivo.
E quello che vien fuori è un perfetto equilibrio tra
~scrivo~
e
~schifo~
che traduco con
~scrifo~
Si capisce, no?

E poi vorrei dire del Cervino e di quelli che si porta via come fossero pedine di una scacchiera, di quelli che stanno in un letto d’ospedale, lontani da casa, che non sono nemmeno coscienti e i parenti e gli amici non sanno più quello che devono pensare, e non lo so nemmeno io cosa si dice in questi casi. Mi viene solo da pensare che il Cervino è grande e grosso e possente, ma qualcuno lo risparmia, e io spero che quel qualcuno sia tu. In bocca al lupo, e torna presto.

Devo capire se un’amico, d’improvviso, può non essere più un’amico. Ancora una volta nella mia vita mi trovo davanti a questa cosa impossibile da definire. L’affetto esiste ancora, e non credo che se ne andrà mai, ma l’amico, invece, non c’è più.
Non è giusto.
Così scrifo, continuo a farlo, tanto mi sfogo anche se non vado da nessuna parte, anche se neanche gli altri vanno da nessuna parte.
Un’amico mi ha chiesto del futuro e io non so dire niente del futuro. Immaginare la mia vita da qui al mese prossimo è già un’impresa, non mi ci metto neanche a inventarmi quello che potrebbe essere, mi fa troppa paura, nel bene e nel male.
Non riesco a stare legata a nulla e nessuno, e nessuno e niente riesce ad attecchirmi addosso.
Cercare di trovare in me il ~volermi bene~ è difficile.
Lo è per tutti, e a tratti ci si lascia un po andare, e in questi momenti non riesco ad essere leggera e semplice e solare.
Il futuro, per me, è troppo grosso, è ingestibile. È troppo pieno. Niente futuro, niente come sarà o come dovrebbe essere o come vorrei che fosse. Faccio i conti giorno per giorno, solo dirlo a voce alta mi fa già stare meglio. Conta solo l’adesso.
E poi mi mancano gli amici. Quelli che credevo che conoscersi fosse una cosa da fare insieme, quelli che cambiano opinione e atteggiamento perché non si fanno sempre andare tutto bene per forza, quelli che anche se rimangono più in superficie riescono comunque a sorridere con gli occhi.
Ho la forza, ho la fiducia, ma mi manca qualcosa che adesso non c’è.
Pazienza, sono comunque felice.
Scrifo.
E adesso mi faccio una doccia e stasera mi vado a mangiare i pesci alla griglia con le mie amiche.

NON SARÀ MICA CHE MI PRENDO TROPPO SUL SERIO

Una non si veste da donna, solo jeans e polo e scarpe da ginnastica; una non si trucca, nemmeno un po di mascara, o lo smalto sulle unghie; una dice sempre parolacce, cerca sempre di essere al centro dell’attenzione, battuta pronta e di solito con un doppio senso volgare; una sa di aver ereditato i tratti del viso dalla madre, e sa quanto fosse bella sua madre, prima di essersi lasciata andare, prima di tutto quello che le è franato addosso, e sa di essere bella a sua volta perché un tratto è innegabile, perché una fascia da miss è innegabile, e maledice l’universo e chiunque nel raggio di chilometri per non aver accesso a quella foto che ritrae sua madre con la fascia, e a tutte le altre foto, le foto della sua famiglia; una cerca di sorridere, di far buon viso a cattivo gioco, e cerca sempre di contare fino a dieci, o almeno fino a tre, prima di sbottare e di investire come un treno merci qualunque cosa incontri sul suo cammino; una cerca di andare avanti, di capire qual’è il passo successivo al perdono, prova a spiegarsi perché non è bastato, spesso non basta, aver perdonato; una si aspetta molte cose e sa perfettamente che deve solo muovere il culo dal divano e andarsele a prendere; una non capisce che a volte ci vuol leggerezza nelle parole, che non sempre tutto è così importante anche per gli altri, che non è con una parola che arriva o meno che si può capire il senso di tutta una frase, di un discorso più ampio che solo il tempo può decidere dove porterà e se porterà da qualche parte; una crede che tiri più un pelo di fica che un carro di buoi e nello stesso tempo spera sempre che non sia così, ed è puntualmente smentita; una si fa un sacco di film, lavora di immaginazione manco fosse una scenografa di sogni, e poi finisce sempre che ci crede, almeno un po, e le facciate non le conta più, che un segno, una cicatrice su un’altra cicatrice, da lontano, sembra sempre una sola cicatrice; una conta un solo amico, una sola persona che da amicizia, col suo modo di essere amico, senza chiedere nulla in cambio, mai; una rimane sempre un po appesa alle parole che legge, e queste parole la contagiano per giorni, le assorbe e le respira quasi fossero vitali; una crede ancora nell’onestà delle sensazioni, crede che si debba essere coraggiosi e provare le cose che si provano fino in fondo, senza adattare gli stati d’animo ad ogni cambio di scenografia; una crede che siano tutti sempre onesti, sinceri, trasparenti; una si è mangiata una fettona di torta con le pesche e la panna e non si è sentita neppure in colpa, e ha capito che questa assenza di colpa è punizione e tristezza; una pensa che sta investendo un po troppo di se stessa, qua dentro.
Una, adesso, si fionda sotto le coperte, sotto il piumone per la precisione, perché siamo al ventotto di maggio è fa un freddo indecente, e si sente sola e vuota e stupida per aver parlato di se in terza persona e per non aver avuto cuore di dire ciò che pensava a quella certa persona, in quel preciso momento, solo per la paura di poterla perdere.

IL MIO BICCHIERE È MEZZO PIENO E IL TUONO SONO IO

Se vuoi sapere qual’è il mio colore preferito lo devi solo chiedere.
Quant’è alto il mio cuscino, cosa provo durante un temporale, cosa vuol dire non aver mai convissuto con nessuno, a parte la famiglia d’origine. Quando penso che non è stata solo l’unica decisione possibile quella di essere andata a vivere da sola, ma è stata la decisione giusta.
Quando ho voglia di cioccolata, quando penso che avere un bagno non condiviso sia la più grande fortuna dell’universo.
Quando non riesco ad addormentarmi, la notte, perché allungo il braccio cercando qualcuno che non c’è e non c’è mai stato.
Quando non so stare tutta dentro ad una frase, perché non lascio mai troppo spazio anche se può sembrare il contrario.
Quando m’immagino il profumo che vorrei sentire dentro il naso, quando provo a ricordare che cos’è la sensazione di una mano calda sulla schiena, quando vedo il cielo diventare scuro e ripenso a me stessa e alle reazioni che ho avuto negli anni di fronte ai temporali.
Dalla paura, passando per la rassegnazione, arrivando, oggi, alla consapevolezza che è solo un temporale.
E che durasse pure tutta la vita, non importa, noi si dura meno.
Quando l’odore dell’acqua che sta cadendo non mi provoca dolore, ma diventa tolleranza, quasi serena, di cose che vanno come devono andare, di propositi che forse questa volta, l’ennesima, dureranno più dell’entusiasmo iniziale e soffocheranno le paure, le angosce inutili e insane che si prospettano ad ogni nuovo cambiamento.
Quando penso che potrei ancora dire di essere innamorata di qualcuno, che potrebbe ancora succedere, che sembra troppo vuoto quel famoso bicchiere se penso che sia vuoto per metà.
Perché per me è più facile pensare che sia mezzo pieno.
È semplicemente più facile.
Quando penso che tutte le lacrime che mi lascio scivolare sulla faccia possano essere specchio in cui qualcuno può intravedere bellezza e non rinuncia.
Quando ancora tremo mentre sento un tuono fragoroso e roboante e impongo a me stessa e alle mie gambe di andare sul terrazzo per sconfiggere quella stupida paura.
E la scarica, per un momento, mi paralizza, ma è più forte la consapevolezza di essere ancora qui, intera, di esistere ancora dopo il tuono. E non è gioia quella che si prova a vincere sul tuono, è solo un’altra cosa che ho dovuto imparare a gestire.
Quando penso che posso fare tutto, e lo posso fare da sola.
Quando penso che non stanno arrivando le cose che mi aspetto, e penso che gran parte della colpa sia mia.
Quando penso che il più delle volte sono davvero insopportabile.
Quando penso tutte le mie cose che lascio in bozza in qualche cassetto.
Quando penso che il mio bicchiere è mezzo pieno, il mio bagno non è condiviso, e io posso fare tutto. Perché il tuono sono io.

CHE PECCATO CHE PECCATO

Chi ha perso la speranza e la voglia di credere che la felicità può esistere, ora si ritrova legato ad un’amore che non credeva possibile.

Chi ha perso la fiducia nel futuro e si rende conto che non è per niente come lo immaginavamo da ragazzi, si concentra sui ricordi del passato, come antidoto al troppo dolore che è costretto a digerire ogni giorno.

Chi riempie le proprie settimane con decine di impegni perché vivere acquista significato solo in questo modo, arriva alla fine della giornata chiedendosi perché l’unica cosa che realmente da significato a tutto quanto sia così delicata e potente insieme da far dubitare della reale importanza del resto.

Chi ha fatto del cinismo un manto sgargiante che si porta addosso con malcelato orgoglio, finisce per ricercare una sorta di serenità scrivendo dell’amore che ha provato un tempo e che ora deprezza così ostentatamente.

Chi non riesce a godere di un sogno d’amore che fa risvegliare la mattina dopo fra lenzuola umide, arriva prima o poi a darsi ragioni più o meno plausibili sul perché l’amore sarebbe così sopravvalutato.
Magari finisce per cercare un’amore più asettico e impersonale, in un video porno o in una notte di sesso a pagamento. O in qualche relazione occasionale i cui presupposti sono basati solo sul sesso. Perché così è più facile. Forse. O forse, ad un certo punto, si arriva davvero a credere che l’amore è proprio sopravvalutato.

Chi vive solo per molti anni, finisce per aver paura di lasciarsi andare con un’altro essere umano, perché se ci si lascia andare e poi non funziona, non si è ricambiati, quello che rimane è un’angoscia ancora più dolorosa della speranza d’amore. Si finisce per chiedersi se il gioco vale la candela. Questo, dopo un tot di delusioni. Si, ma quante, esattamente, non saprei dire. Perché qualunque cosa si voglia dire, la speranza, a volte, è davvero tenace.

Io sono esattamente divisa a metà fra vetrocolato e me stessa e non so se sia un bene o un male. E non so più se sono vetrocolato oppure io, se ad un certo punto mi sono fusa in lei o lei si è discosta da me per emergere.
Le cose che vorrei sono molte, ma più di tutto vorrei poter pensare solo a me stessa e a quello che mi serve ora.
Non pensare, fare.
Eppure, non riesco a concentrarmi, lascio sempre che vada tutto in vacca, me ne frego e sopravvivo lamentandomi invece di reagire.
Che gran testadicazzo.

MORE THAN WORDS

Certi giorni non ne vale proprio la pena.
Quando mi rendo conto che è tutto qua.
Non esiste altro.
Non esiste un posto in cui posso andare a rifugiarmi.
Dal mondo, da me stessa. È tutto qua.
Ed è proprio quando me ne accorgo che rimango sola.
Come tutti gli altri.

Quando mi accorgo che la mia maschera preferita mi si è incollata al volto, e vorrei strapparmela di dosso, ma non so più come si vive senza. Senza dubbi, senza apprensione, senza timore di sbagliare, di aver giudicato male. Senza più odio verso i nemici, senza i falsi sorrisi, senza trucchi, senza ostentazioni di forza.

E se fosse possibile essere felici?
Se davvero, come scriveva Pavese, l’amore fosse come la grazia di Dio? Quale sarebbe il peccato più grande?
Non accoglierlo.
Se le parole fossero il preludio di un’azione, e non solo esternazioni, se le parole inducessero un’inizio di nuove possibilità, quale sarebbe l’errore più grande?
Rimanere seduta a leggerle.
Se lo sperare e il credere spingessero davvero le gambe verso il punto lontano, verso la fonte delle attese di sempre, allora non sarebbe più vano sperare.
E credere.
Invece i sogni sono diventati acquerelli che appendo alle pareti, a prendere polvere e indifferenza. Dopo un po non li guardo neanche più, sono sempre gli stessi, e la polvere finirà per velarne i colori e diventeranno come negativi di vecchie foto dimenticate in un cassetto.

Sono adesso, quei giorni, quei giorni in cui mi rendo conto che scrivere è una grande menzogna, la più grande di tutte.
Perché non conta la verità che metto nel mio scritto, perché non contano le parole che scelgo, conta solo il mio essere immobile dietro una scrivania mentre decido il vocabolo che mi sembra migliore, e immagino e tento di tradurre sensazioni intraducibili, mentre scrivo dell’amore, o della solitudine. Mentre leggo l’amore di altri, la disperazione, l’incapacità di amare.
Sono tutte menzogne. Lo scritto vanifica il reale sentimento. Rimane solo un pezzo di carta, o una pagina virtuale che non lascia niente a nessuno, dopo cinque minuti svanisce.
Perché finirò per dimenticarmi del volto che mi ha ispirato se continuo solo ad immaginarlo. Perché comincerò a chiamare solitudine una sensazione che non conosco davvero, perché non sono sola, sono circondata da persone che mi amano. Non immagino nemmeno cosa sia la solitudine.
Lo scritto mente perché è un’elaborazione.
Lo scritto mistifica. È dolo. Una frode con belle parole.
Ed è un artificio abusato.

Contano solo gli occhi che si guardano e le mani che si toccano.
E le bocche incollate, finalmente in silenzio.
Le orecchie che si saziano solo del rumore un po ruvido della pelle che si sfrega con altra pelle.
Conta molto di più il silenzio.

Sono proprio adesso, quei giorni.
Quei giorni in cui penso che ho ancora molte cose da dire, ma che scriverle non serve a niente.

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“Stringi tra i denti
quei tuoi pensieri
che lisci come l’olio
vanno in fondo alla pancia.
Quelli di ieri
speri non risalgano
mai più nella gola
per non dover poi dire
mai più
quel che pensi
a me che non so capire”

Your eyes~La finestra
Negramaro

 

VORREI

Vorrei dire quello che penso ad alcune persone, vorrei incontrarne altre per guardarle negli occhi e capire, vorrei libri o ancora meglio un uomo lettore. E gran parlatore, possibilmente.
Vorrei tutte le parole che non mi hanno mai detto.
Vorrei sostanza, oltre ai sostantivi ai verbi agli aggettivi, oltre a tutte le coniugazioni che mi aspetto. Sostanza e condivisione.
Vorrei qualcuno che avesse la pazienza di ascoltarmi e la voglia di farlo.
Qualcuno da ascoltare, per capire insieme come si fa a stare al mondo, come si fa ad amare.
Vorrei un progetto che vada oltre il week-end a venire, oltre la bolletta del gas che dovrò pagare alla fine del mese, vorrei momenti, una collezione di momenti che alla fine diventano una storia da raccontare, da ricordare, e boccali di birra chiara, panche su cui sedersi stretti stretti per scoprirsi e imparare gesti nuovi e sorrisi leggeri e mani che si stringono, che si cercano.
Vorrei conoscere meno persone e avere più amici.
Vorrei poter dialogare con mio padre, capire dov’è andato a finire, parlare con mia madre, ritrovarla. Ritrovarsi.
Vorrei qualcuno ad aspettarmi a casa, la sera, quando sono stanca e avrei solo voglia di essere abbracciata, quando ho bisogno di qualcuno che mi stia addosso come una coperta, ma non proprio tutte le sere, che ancora mi piace, qualche volta, star da sola.
Vorrei non avere la sensazione di essere presa in giro che mi bracca da un po’. Vorrei non essere considerata ingenua. Vorrei capire cosa mi spinge a raccontarmi così tanto avendo molto poco indietro. Che non è di matematica che sto parlando, ma di dolore e gioia e affetto e bisogno e sensazioni e desideri e risposte e domande che devo ancora fare.
Vorrei poter piangere. Un pianto lungo e consistente e liberatorio e definitivo. Uno di quei pianti che per forza diventa sorriso.
Vorrei uno stupidissimo mazzo di fiori perché nessuno me lo ha mai regalato. Vorrei imparare come si fa a smettere di bastarsi, che se mai una volta, per un brevissimo istante, smetto di farlo, crolla tutto il castello di zucchero e poi son cazzi a rimontarlo.
Vorrei sapere se quella dannatissima canzone parla di me e non ho il coraggio di chiederlo a K., piuttosto sarei capace di dirgli addio, ma non di domandargli se il suo rimpianto è uguale al mio, se la canzone racconta di me. Vorrei imparare a farmi voler bene e vorrei chiedere a V. se lui ha capito come si fa, se adesso è felice e se c’è un modo giusto per far si che gli altri ti vogliano bene.
Vorrei che qualcuno mi strappasse via le mani da questo dannato i-pad e mi portasse al lago. Adoro i laghi.

AMARE COMUNQUE

Dentro una bolla di plastica trasparente, in un tempo sospeso, con l’ossigeno misurato.
Ci si può star dentro solo pochi minuti, dopo si deve tornare a respirare normalmente al di fuori, se no si soffoca.
Non importa dove, non importa quando.
Nessun avvertimento, nessuna premessa, solo parole che vengon fuori quasi sussurrate.
Occhi velati che guardano davanti, lo stesso velo ricopre anche la testa della persona che parla.
È un’altro mondo, quello della bolla.
Lo spettatore se ne accorge subito, e fatica a capire che quel velo è importante, che serve, a chi parla, come appiglio.
Il velo permette di plasmare la realtà a proprio piacimento.
Probabilmente a discapito di altri, anzi sicuramente.
Ma rende plausibile la possibilità di un’auto-giustificazione.
Sotto il velo va bene così. È più facile così.
Da sotto il velo, chi parla, può ancora amare.
Lo spettatore non starà qui a giudicare quanto sia sbagliato quel modo, quanto sia distruttivo e irreale.
Lo spettatore comprenderà che anche amare nel modo sbagliato, significa pur sempre amare, amare comunque.
E si farà bastare questo, e con un sorriso un po tremolante se ne uscirà dalla bolla per tornare alla vita di tutti i giorni.

(F, ti voglio più bene adesso di quando eri piccola, perché adesso sei giusta, è più facile volerti bene.
Da piccola eri difficile, eri una bambina terribile e non ti teneva ferma nessuno, solo io. A volte.
Ora vai proprio bene così.
E non importa se sei nata per seconda, sai?
Ora sei perfetta).

L’AMORE NON BASTA

Il vecchio divano di pelle marrone divideva la stanza ingombra di mobili. Il caminetto a sinistra, il tavolino di vimini con qualche rivista e La Stampa. Il posacenere di legno lucido, imbottito di cicche, era appoggiato sul bracciolo, in bilico. L’uomo seduto sul divano era mio padre e io ero seduta vicina a lui. Mio padre e’ sempre stato avaro di parole, ma quel giorno di quasi quindici anni fa me ne disse alcune che non avrei mai più scordato. Me le disse fra il ronzio basso della televisione e gli sbuffi di fumo delle sue sigarette. Disse che l’amore non sarebbe bastato. Non aggiunse altro, non diede spiegazioni. L’amore non basta. Non capivo le sue ragioni, seguii solo il suo consiglio. Ruppi con il ragazzo con cui stavo all’epoca, perché lui mi chiese di farlo. Volevo bene a B., fu doloroso lasciarlo andare, e ancora oggi non capisco come possa non bastare l’amore. Così ho provato senza amore. Per otto anni. Sono stata otto anni con un uomo che non amavo. Un uomo avaro di parole. Una relazione sterile e superficiale, che non mi ha lasciato niente da ricordare. Otto anni in cui ho dovuto affrontare problemi inaspettati, otto anni in cui ho scelto di non affrontare la mia vita, cercando di occuparmi dei problemi di altri, cercando al contempo di non farmi travolgere e fallendo. Poi ho lasciato anche lui. Questa primavera ho deciso di provare a riprendere in mano la mia vita. Colpa dell’amore. L’amore che manca nella mia vita mi ha fatto alzare il capo dallo stagno melmoso in cui volontariamente mi sono affogata e mi ha tirata via per i capelli. Ma l’amore non basta. Anche provandolo, anche solo immaginandolo, so che non basta. Non mi è mai stato spiegato il perché, ma so che è così. L’amore non basta.

UNA POLTRONA DI SHIRO KURAMATA

Non baciarmi sulla bocca. Questo non è negoziabile, puoi fare tutto, puoi avere tutto, ma non puoi baciarmi sulla bocca. Siediti sulla poltrona, abbassa le luci. No, non spegnerle, ecco, così, come fossero candele. Rilassati, bevi un sorso di birra. La musica parte lenta, un sax in sottofondo, la voce roca della cantante sembra sussurrare parole di viaggi, di aeroporti. Tieni gli occhi bene aperti, guardami davvero. Mi spoglio lentamente, sfilo le scarpe, poi la maglietta e i jeans e sono perfetta davanti a te. Ora puoi usare le mani, posa la birra sul pavimento. Prendo il foulard che indossavo e ti bendo gli occhi di modo che tu possa sentire meglio. Parto dal collo, ti bacio sulla vena che pulsa sotto la pelle. Tu sei già più avanti, ma ti fermo. Scendo al petto, uso anch’io le mani. Provi a baciarmi con un’ostinazione che mi fa quasi tenerezza, ma non posso, lo sai. Non puoi avere le mie labbra, accontentati del resto. Così e’ perfetto, vorrei che questo istante potesse non finire mai. Non puoi baciarmi perché non rimarrei integra se le tue labbra dovessero sfiorare le mie. La sensazione della tua bocca sopra la mia, il sapore della tua lingua, della birra che hai bevuto mescolata alle sigarette e alle parole che mi hai sussurrato sempre, incessantemente, all’orecchio. Tu sei mia, tu sei mia.. Non puoi baciarmi perché il contatto con le tue labbra mi frantumerebbe. Rimarrei sfinita, di uno sfinimento definitivo, intollerabile. Non puoi baciarmi, accontentati del resto.