GAIA

“Accompagnami al pronto soccorso, devo farmi medicare.
Non chiamare l’ambulanza, riesco a camminare, mi metto una
maglia e andiamo”

Vado in bagno cercando di evitare accuratamente lo specchio
e chiudo la porta.
Ho paura. Non ho mai avuto così tanta paura in tutta la vita.
Tremo di paura, piango di paura, ho la testa piena di paura.
Mi vesto lentamente, ogni gesto mi procura dolore e fa montare
ancora di più il mio fottuto orrore di essere appena morta e di
dover fare i conti con quello che mi rimane davanti.
Di la c’è Marco.

La prima volta che ho visto la sua bocca aprirsi in un sorriso ero già persa. È bastato un attimo. Non ho mai smesso di amare la sua faccia, così dolce, e subito l’ho desiderato dentro di me.
Sorrideva e mi amava.
Come se fossi la cosa più bella della sua vita.

La prima volta che mi ha picchiata è stata anche la prima volta che
non l’ho visto sorridere. Qualcosa nel suo viso si era spezzato, i suoi lineamenti così morbidi si contrassero brutalmente e mi fece sbattere con violenza per terra. Poi i calci al ventre, le mani che mi sollevano per
i capelli, il sangue nella bocca, il vomito per terra.
Il dolore è arrivato dopo, mi ha privata lentamente di qualsiasi altra percezione.
Quando mi rendo conto di essere ancora viva apro gli occhi a fatica
e so di essere sola, Marco non c’è.
Non riesco ad alzarmi, mi trascino al lavello della cucina e vomito ancora sangue e bile. Non ho cognizione del tempo, della luce.
Mi sento tirare per le braccia, un’attimo di vertigine e vedo Marco che mi stende sul letto, Marco che mi tampona il sangue sulla faccia, Marco che sorride, Marco che sorride, Marco che sorride.
Tempo dopo mi sveglio con una fasciatura sul ventre e riesco
a camminare fino in bagno.
Ho dei punti sulla guancia destra e il colore del mio viso non è naturale, non sono io quella nello specchio. Non riesco ad aprire la bocca, la lingua tocca le gengive e sento che manca un dente. Mi sento svenire.

Non mi ha mai più picchiata così forte.
Dopo la prima volta solo schiaffi, e più raramente pugni, come oggi.
Sulla faccia. Sempre sulla faccia.
Esco dal bagno e Marco sorride.
Mi porge la giacca e mi prende per le spalle, per sorreggermi,
per accompagnarmi fuori, all’ospedale.
E io lo guardo sorridere.

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L’8 marzo è tutti i giorni.
L’8 marzo è un giorno come un altro per ricordarlo.

Gaia è la mia parola per la vita, contro ogni violenza.