L’AMORE NON BASTA

Il vecchio divano di pelle marrone divideva la stanza ingombra di mobili. Il caminetto a sinistra, il tavolino di vimini con qualche rivista e La Stampa. Il posacenere di legno lucido, imbottito di cicche, era appoggiato sul bracciolo, in bilico. L’uomo seduto sul divano era mio padre e io ero seduta vicina a lui. Mio padre e’ sempre stato avaro di parole, ma quel giorno di quasi quindici anni fa me ne disse alcune che non avrei mai più scordato. Me le disse fra il ronzio basso della televisione e gli sbuffi di fumo delle sue sigarette. Disse che l’amore non sarebbe bastato. Non aggiunse altro, non diede spiegazioni. L’amore non basta. Non capivo le sue ragioni, seguii solo il suo consiglio. Ruppi con il ragazzo con cui stavo all’epoca, perché lui mi chiese di farlo. Volevo bene a B., fu doloroso lasciarlo andare, e ancora oggi non capisco come possa non bastare l’amore. Così ho provato senza amore. Per otto anni. Sono stata otto anni con un uomo che non amavo. Un uomo avaro di parole. Una relazione sterile e superficiale, che non mi ha lasciato niente da ricordare. Otto anni in cui ho dovuto affrontare problemi inaspettati, otto anni in cui ho scelto di non affrontare la mia vita, cercando di occuparmi dei problemi di altri, cercando al contempo di non farmi travolgere e fallendo. Poi ho lasciato anche lui. Questa primavera ho deciso di provare a riprendere in mano la mia vita. Colpa dell’amore. L’amore che manca nella mia vita mi ha fatto alzare il capo dallo stagno melmoso in cui volontariamente mi sono affogata e mi ha tirata via per i capelli. Ma l’amore non basta. Anche provandolo, anche solo immaginandolo, so che non basta. Non mi è mai stato spiegato il perché, ma so che è così. L’amore non basta.

L’ACCENDINO PER SAN VALENTINO

Da ragazzina conservavo tutto. Sottobicchieri del pub, frasi dei baci perugina, maglioni trovati per terra ad un festival di artisti di strada in una sera che ho baciato tutti cercando solo L., una fiaschetta per liquori fasciata di lana scozzese, pietroline cercate sulla spiaggia da V. che ha detto che secondo lui avevano delle venature del colore dei miei occhi, nel tentativo di tradurre in parole una sensazione, fiori messi a seccare di nascosto nei libroni di mia sorella che non usava più, i jeans strappati dell’incidente in motorino, pure il motorino, con la scritta tuttora indelebile di E. che dice ti voglio bene sempre. Conservavo tutto, e ora mi restano solo i ricordi. Come questo. Un pomeriggio M. mi chiede di uscire insieme. Avevo quattordici forse quindici anni. Lui due di più. Me lo dice così, ma proprio così, vuoi uscire con me? Si. Passiamo un mese circa insieme, mai da soli, mai mano nella mano, mai un bacio. Eravamo giovani e belli tutti e due. In questo mese, arriva San Valentino e una mattina presto, andando a scuola, mi chiama da parte e mi dice che ha una cosa per me. Ci siamo! Mi regala un accendino di metallo, lungo e stretto, mi abbraccia e mi fa gli auguri. Ecco, un accendino, per il giorno di San Valentino, mai più. Ve ne prego. Son cose che poi, quando hai trentaquattro anni, ti segnano.

NELLA TANA PER L’INVERNO

Aspettare la neve e’ un po’ come aspettare che torni il buio, che torni la quiete, l’assenza di rumori. La neve amplifica la sensazione ovattata che ti lascia la solitudine, la estende al di fuori degli abituali confini quotidiani. Quindi l’aspetto, per farmi avvolgere da questa sensazione estesa di tranquillità. Spero che venga di notte, a nascondere la febbre dei sogni che non ricordo mai, a coprire d’innocenza i pensieri che s’ingarbugliano sotto le coperte. Aspettare la neve per nasconderci sotto le cose che non vuoi più vedere, le foto solo immaginate, le lettere sbiadite, i vestiti démodé. Io sto ferma immobile, aspetto la neve.