STÀ CALM, E FÀ NEN TANT CINE

Quando mi capita di vederti per strada mi esplode nel petto una bomba motivazionale pazzesca.
Si, lo so, lo penso tutte le volte, ma se questa fosse la volta buona?
Dai che lo è! Mi va di pensarlo, oggi sono talmente ottimista che è un peccato non credere che sarà la volta buona.
Ho cancellato tutte le bozze in cui chiedevo scusa per come sono fatta, tutte le mail farcite di giustificazioni per il mio modo di essere, tutte le lettere le ho bruciate (tranne una, è al solito posto) e ho deciso che non esiste niente oltre a quello che devo fare da ora in poi.
La mia vita ha bisogno di tutta la mia piena partecipazione, ed il mio blog, in cui credo molto, ha bisogno di tutta la mia parte vitale e gioiosa, che possiedo, ma non sempre riesco ad esprimere.
Lo stesso sentiero di sempre, tracciato prima con segni delicati, quasi ombre di direzione più che vere tracce, lo stesso sentiero è ora più delineato, non meno difficile, ma più concreto, possibile, giusto.
Mai parola fu più corretta per questo mio percorso: giusto.
Sano, concreto, difficile, si, ma giusto.
Ho difetti? Si, certo. Molti.
Non mi sento all’altezza? Si, mi capita spesso.
E allora? E allora basta, davvero, basta con il passato, basta con la vigliaccheria, i sensi di colpa, l’indolenza, il procrastinare all’infinito, basta con le buone ragioni che m’invento sempre quando non ho voglia di fare qualcosa per me stessa. Basta!
Oh, come sono saggia!
Per favore, non sarsonatemi tutti insieme, prendete il numerino, che c’è la fila, grazie.

Io manifesto.

DI CAROGNE, DI SUCCHI GASTRICI E DI AMICIZIA

A volte non so se sono capace di dare una connotazione reale ad una amicizia virtuale, mi sembra che manchi qualcosa di essenziale come la presenza, come gli occhi che si guardano e la birra che se si beve ad un tavolo condiviso è più buona. Così com’è mi sembra solo uno scarico emotivo che per quanto importante e ricercato non è abbastanza per far si che possa definire amicizia. Perché di solito è a senso unico, come mettersi davanti ad un pc e lasciare nero su bianco un problema o un pensiero assillante e scaricarlo addosso a qualcun’altro, lasciarlo li è non averlo più dentro. Tu lo fai con qualcuno, e altri lo fanno con te, se vabene c’è uno scambio se no rimane tutto li, appeso, come qualcosa che viene detto e poi messo da parte, come una pagina che ormai letta si può riporre.
La parte essenziale, quello che conta, comprende un pochino anche l’involucro. È vero che senza il filtro dell’apparenza, del corpo, si è più liberi di essere se stessi, si è più portati a farsi scoprire per come si è realmente, ma la carogna che vive nei succhi gastrici del mio stomaco mi porta a pensare che questo filtro a cui affidiamo la nostra vera essenza abbia anche lo scopo di celare ciò che è apparenza, il nostro corpo, insomma. E per come sono fatta io, questo filtro mi sta un po stretto. Al posto del mio gravatar, che pure ha un senso, dovrei mettere la mia faccia, è come se una parte di me lo ritenesse un gesto doveroso, come a dire che non mi nascondo da nessuna parte, io sono così come mi vedi. Non credo di essere capace di spiegarlo meglio di così, è solo una mia sensazione. Ed è stata una sensazione forte, da subito, dal primo post che ho pubblicato, la voglia, il bisogno di metterci la faccia, di far sapere che quello che viene letto lo ha scritto proprio lei, quella faccia.
Ma poi subentra una sorta di istinto di conservazione, penso che quello che scrivo, spesso, è davvero molto personale, e devo in qualche modo tutelarmi, mettendo un mandala al posto della faccia, per esempio.
Ed è anche vero che la mia faccia qualcuno l’ha vista, e altri mi hanno già detto che non è quella che conta, che conta solo quello che si legge, quello che c’è scritto tra le righe, che non è vero che un’amicizia virtuale ha meno valore di una frequentazione dal vivo.
E mi sono resa conto anche io che è proprio così.
Lo scambio che ho avuto qui con alcuni è l’amicizia più profonda che abbia mai provato in vita mia. Il sentimento di gratitudine che ho verso le persone che mi hanno letta è letteralmente indescrivibile.
E le amicizie virtuali che sto imparando a gestire qui, sono la cosa più bella che mi potesse capitare nella vita.
Allora la mia faccia è il mio gravatar, e io sono qui per intero, fra un commento e l’altro, tra le righe dei miei post, tra le faccine, nelle battute, nelle canzoni, tra le critiche e dichiarazioni di stima e affetto.
La mia faccia, in effetti la leggete almeno due volte a settimana.
E poi dicono che i bloggers d’oggi non sono pazienti!

PERCHE DUE NON FA TRE

Perché quando devo partire per una gitarella, puntualmente il giorno prima buco una gomma della macchina.

Perché non esistono autostrade che vanno dal punto A al punto B senza tutti quegli svincoli del cazzo che servono solo a far dubitare la gente delle proprie conoscenze geografiche. Anche se mi rendo conto che ogni linea che parte da A e arriva a B, intersecandosi, crea incroci, del cazzo, che fuorviano l’automobilista convinto di dover andare verso Genova per tornare a casa, facendolo materializzare, incredibilmente, a Tortona, ancora chiedendosi se in fondo non fosse poi giusto andare verso Genova, perché casina si trova proprio prima di Genova, allora come mai io seguo la direzione Genova sui cartelli verdi, del cazzo, e arrivo a Tortona? Perché? Provateci un po voi a tornare a casa in direzione, indovinate un po, e ritrovarvi, magicamente, a Tortona. Poi mi dite.

Perché una volta abbandonata l’autostrada in favore della statale, mentre ancora un fondo di dubbio mi lacera, e se avessi fatto bene a proseguire per Genova…mentre tu mi dici, serafica, no no, dovevi uscire prima, mentre mi chiedo ma tu, Mò, dove cazzo guardavi, e tu, invece? mentre smadonno che sembro un portuale e mi attraversa come un lampo il pensiero di legarti fuori, sul portapacchi per il resto del tragitto nel preciso istante in cui ti escono le paroline magiche dalla bocca, Fra, dovevi uscire a quella prima…daicazzo, e non me lo potevi palesare tipo venti chilometri fa?
E in tre, due, uno, dalla radio arriva lui, Giuliano Sangiorgi, e mentre ci guardiamo in faccia scoppiamo a ridere così forte che ci sentono fino a Genova, mentre ridiamo, cantiamo, in fondo sono solo una cinquantina di chilometri di statale, un’avventura! ci siamo noi, e tutto quello che ha reso oggi una giornata indimenticabile.
Perché c’era il piccoletto che non voleva saperne di dormire, c’erano la pasta coi pesci e il fritto di mare, c’erano anche le parole che non vi siete detti, c’era l’otturazione che mi si è incastrata nel cicles, o viceversa, ma chennesò, c’erano la torta, la coca cola e le zanzare c’era la pioggia, ma solo una nuvoletta sulla macchina, e c’eravamo pure noi.
Ti voglio bene, Mò.
E grazie, o magnificentissimo creatore di svincoli autostradali del cazzo.

Perché?
Perché due non fa tre.

L’AMORE MI FA MOLTO MOLTO RIDERE

Ho un indice di massa corporea terrificante.
Avete presente, peso per altezza per il cubo di stocazzo…ci sono anche dei siti apposta che lo calcolano per chi come me non è in grado di fare due più due senza contare con le dita.
Ma nonostante questo, sono sempre quella che si ferma a ballare in mezzo alla strada quando sento una musica che mi piace.
Tipo Caterina Caselli.
Nel senso che oggi al bar, ad un certo punto, hanno sparato i’m a believer nella versione degli Smash Mouth e a me è venuta in mente Caterina Caselli che balla in quel suo video del sessantasette, con il suo taglio di capelli molto anni sessanta e tutte le sue pose sempre molto anni sessanta, e mi sono messa a ballare nel dehor del bar davanti alle mie amiche sbigottite. E pure i clienti erano un po sbigottiti, ma siccome non me ne è mai fregato una cippa dello sbigottimento altrui, io ballavo, all’aperto, e cantavo.
E fanculo pure all’indice di massa corporea.
Mi sentivo felice e bella.
Che non è proprio come esserlo, bella, ma mi ci sentivo.
M’immagino se lo fossi davvero, bella.
E mentre ballo, bella come sono, la gente che mi guarda non rimane così sbigottita, forse un po divertita, ma di certo non così sbigottita.
Che forse lo erano più per il fatto che somigliavo ad una pazza che balla in un dehor all’aperto cantando Caterina Caselli sugli Smash Mouth, ma tant’è.
Amiche mie, ballate.
Siamo tutte bellissime, quando lo facciamo.
Sopratutto quando lo facciamo per noi stesse.
E non importa se siamo stonate, è solo più divertente.
Quindi, una sera di queste si va a ballare, sapevatelo.
E fanculo pure alle vampire degli affetti, esseri egoisti che ti succhiano via la vita, regalando in cambio frustrazioni, problemi che non esistono, e chili di troppo, fanculo a chi non gliene frega un cazzo di cose che considerano stronzate ma che per me sono importanti, perché non capiscono, e non ci mettono la testa per farlo, perché la tengono già occupata nelle loro di stronzate, fanculo alle donne che trattano male le altre donne, alle donne che abusano del proprio potere calpestando altre donne, alle donne che si vendono per così poco, solo per avere in cambio potere che usano per svilire e prevaricare altre donne. Queste sono donne che non sanno, o hanno dimenticato, come sia bello essere una donna.
Fanculo alle donne che credono che prostrandosi e compiacendo sessualmente un uomo possano trovare la felicità e rendere felice un uomo. Fanculo alle donne che credono si debba essere delle troie per tenersi un uomo. Con tutto il rispetto per chi si prostituisce per bisogno o per passione. Le puttane si schiferebbero di certe donne.
E comunque, l’amore mi fa molto molto ridere, che è la cosa più bella del mondo.

CHE PECCATO CHE PECCATO

Chi ha perso la speranza e la voglia di credere che la felicità può esistere, ora si ritrova legato ad un’amore che non credeva possibile.

Chi ha perso la fiducia nel futuro e si rende conto che non è per niente come lo immaginavamo da ragazzi, si concentra sui ricordi del passato, come antidoto al troppo dolore che è costretto a digerire ogni giorno.

Chi riempie le proprie settimane con decine di impegni perché vivere acquista significato solo in questo modo, arriva alla fine della giornata chiedendosi perché l’unica cosa che realmente da significato a tutto quanto sia così delicata e potente insieme da far dubitare della reale importanza del resto.

Chi ha fatto del cinismo un manto sgargiante che si porta addosso con malcelato orgoglio, finisce per ricercare una sorta di serenità scrivendo dell’amore che ha provato un tempo e che ora deprezza così ostentatamente.

Chi non riesce a godere di un sogno d’amore che fa risvegliare la mattina dopo fra lenzuola umide, arriva prima o poi a darsi ragioni più o meno plausibili sul perché l’amore sarebbe così sopravvalutato.
Magari finisce per cercare un’amore più asettico e impersonale, in un video porno o in una notte di sesso a pagamento. O in qualche relazione occasionale i cui presupposti sono basati solo sul sesso. Perché così è più facile. Forse. O forse, ad un certo punto, si arriva davvero a credere che l’amore è proprio sopravvalutato.

Chi vive solo per molti anni, finisce per aver paura di lasciarsi andare con un’altro essere umano, perché se ci si lascia andare e poi non funziona, non si è ricambiati, quello che rimane è un’angoscia ancora più dolorosa della speranza d’amore. Si finisce per chiedersi se il gioco vale la candela. Questo, dopo un tot di delusioni. Si, ma quante, esattamente, non saprei dire. Perché qualunque cosa si voglia dire, la speranza, a volte, è davvero tenace.

Io sono esattamente divisa a metà fra vetrocolato e me stessa e non so se sia un bene o un male. E non so più se sono vetrocolato oppure io, se ad un certo punto mi sono fusa in lei o lei si è discosta da me per emergere.
Le cose che vorrei sono molte, ma più di tutto vorrei poter pensare solo a me stessa e a quello che mi serve ora.
Non pensare, fare.
Eppure, non riesco a concentrarmi, lascio sempre che vada tutto in vacca, me ne frego e sopravvivo lamentandomi invece di reagire.
Che gran testadicazzo.

IL COMPENDIO DI PASQUA

Questi sono i giorni dell’antibiotico iniettato sulle chiappe, che fa effetto prima e si porta via il mal di denti. Sono i giorni delle lacrime, perché quando fa così male piangi e pensi solo che non senti altro, ma poi una suora piccolina e gentile mi fa la puntura e un po di male se lo porta via. Sono giorni che queste lacrime sono anche di amarezza. Come quando telefoni a qualcuno, quasi per sbaglio, e allora cerchi di cogliere l’occasione per parlare anche se sei solo tu a farlo. Io dico come stai, tutto bene? lo so che la mamma non c’è, ma non importa è proprio con te che volevo parlare. Come stai. E non dici niente, e allora vabene lo stesso, parlo io, ho un po di mal di denti ma vabene lo stesso, ma dimmi, papà, come stai. No, non riagganciare. Così piango, un po per i denti un po per questa difficoltà che esiste nel comunicare, piango perché un po mi fa bene, non è solo dolore fine a se stesso. Chissà, magari la prossima volta non riagganci, devo solo dilatare l’ottimismo su una tempistica più lunga. E provare a sbagliare di nuovo, sperare che la mamma esca un’altra volta e dimentichi il cellulare.
Sono anche i giorni che dovrei tenere segreti che non sono nemmeno più tanto segreti. Poi lo sanno tutti che non sono capace di tenere per me una cosa bella, ma qui non posso, forse più in la. E sono ancora giorni di lacrime e questa volta di commozione. E la commozione mi sta bagnando i-pad da quanto è tenace. Ti vedo in questo video e penso che sei bella, penso che questa commozione non è più incredulità di una cosa bella già avvenuta, penso che sia l’unico modo di accogliere le cose belle che a volte accadono, soprattutto questa volta, che hai lavorato tanto e ancora lo stai facendo per arrivare dove vuoi, e questa sorta di stupore, ogni volta, nel vederti significa che è così che si dimostra la gioia, perché non ci si può abituare ad una cosa bella, e quando ricapita e anche quando ricapitera sarà ancora così, coi lacrimoni e le risate, con il dialetto dei parenti che chiamano per salutare, con il tuo video mostrato ad amici e colleghi anche se non si fa, anche se “sta male”, non è “elegante”, me ne frego, siamo contadini per fortuna, non c’è ancora troppo filtro fra la gioia e le convenzioni sociali, facciamo le cose un po come ci viene, non ci vergognamo ancora di mostrare la felicità. Questi sono i giorni che le lacrime sono davvero una benedizione, si portano via tutto il dolore e lasciano la gioia delle cose belle. Le lacrime ignorate prima o poi chiedono il conto, e quando lo si paga è un conto salato, ma lasciano spazio anche al resto, alla commozione e ai sorrisi. Questi sono giorni in cui le lacrime mi fanno questo effetto. Se fino a ieri sera mi chiedevo che ci faccio qua, io, perché scrivo le mie cose in un blog, la risposta che mi do adesso è diversa, sono qua perché ne ho bisogno, devo condividere con qualcuno tutto questo dolore e tutta questa gioia, perché ha più senso se non tengo tutto per me, perché se esiste anche solo una persona che si ferma e legge queste mie parole, allora ne varrà ancora di più la pena, perché tutto avrà senso nel momento in cui le cose vengono dette a voce alta, o lasciate su un foglio che tutti possono leggere. Che me ne faccio di tutta la mia gioia se la tengo per me sola. Un bravo scrittore ne avrebbe fatto un romanzo.
Io no, io non ne sono capace, vien fuori tutto un po come viene, praticamente non state leggendo, è come se mi ascoltaste mentre parlo, ma non importa, non potevo non lasciarlo qui, non mi ci sta tutta addosso la mia felicità.
Ed è la stessa cosa quando leggo tanti fra voi, non ho un filtro che mi regola la commozione o la partecipazione che ci metto, mi fate stare bene o male a seconda di quello che passate nel blog, e se da una parte è così che si fa, per un altro verso rimango avvinta dai vari stati d’animo da cui mi faccio contagiare. Ed è bellissimo ma difficile, e nello stesso tempo non vorrei mai leggervi diversamente da come faccio.
Ed anche questa è una cosa che mi chiedo spesso, perché scrivete nei vostri blog? A qualcuno l’ho già chiesto, qualche risposta è stata simile alle mie, altre cose, invece, credo ancora di non averle comprese, ma ancora mi chiedo, perché avete deciso di lasciare le vostre cose qua dentro. Cosa vi rende, a livello personale, il blog. Se avete voglia o possibilità di dirlo, mi farebbe piacere saperlo. Per quanto mi riguarda, il blog non è fine a se stesso, se non ci sono scambi e opinioni, rimane solo un diario, e quelli li vendono in tutte le cartolerie.
P.S. Chiedo scusa, rileggendo mi sono resa conto di aver scritto veramente come viene viene, abbiate pazienza.

._ _. . ._. _._. …. . _ _ . _. _ .. ._. . .._ _.. O DI RIFLESSIONI DA JÉROBOAM DI SMIRNOFF

Come mi sento piccola e insignificante in questo momento!
Sono una formichina che scrive su aipad i suoi pensieri ed ogni tasto da sfiorare son centimetri da camminare con fatica, che si sommano e diventano chilometri, tutti i chilometri che ci vogliono per lasciare in questo spazio quel che provo.
Ho dita fragili che cercano di tradurre il peso di essere diventata nuovamente insensibile e incapace di comprendere le variazioni di climi interne e le temperature emotive di chi mi circonda.
Non comprendo neppure me stessa, sono tornata all’assenza di sensazioni vitali e mi rimane solo il disagio dell’essere incompiuta e senza risposte alle mie incessanti domande. Anche se, forse, le risposte ci sono state e sono solo io che non capisco.
Come sono stupida e superficiale!
Non riesco a vedere oltre ciò che è palese e concreto, non so dare il giusto nome alle sfumature di colore che appena intuisco fra le emozioni primarie che mi sfiorano.
Non capisco perché due parole così simili come amore e innamoramento possano essere così diverse, non capisco ciò che non mi viene spiegato con pazienza, non capisco perché mi si vuol prendere al contrario, io, che sono così binaria, non capisco perché il risultato di questo mio non comprendere sia uno spegnimento così repentino e definitivo. Che a riaccendere l’interruttore non basta più un pulsante. Arriva il dolore, improvvisamente, di pomeriggio, con una parola a voce alta oppure per sms, e scivola via la sera, se ne va chissà dove lasciando solo spazio vuoto.
Sono stanca e conto un cazzo, ne più ne meno di altri.
Scivolo ed esisto, ne più ne meno di altri.
Ed ho capito che quello che nasce nel mio cuore e che traduco come posso in questo foglio virtuale, ha confini ben precisi dettati dal contesto che ho scelto.
Ciò che nasce, arriva, e si crea qui, rimane qui.
E qui s’impoverisce, perde vigore, si mescola e si confonde con mille altre parole e pensieri che diventano un mare grande, fatto di milioni di gocce, soggetto alle tempeste emotive di chi ha deciso di annegarcisi dentro.
Non posso neppure dire tutto quello che penso.
Inizio quest’avventura del blog con le migliori intenzioni di raccontarmi e raccontare, e capisco solo ora quanto sia vincolante e necessario saper dire senza dire. Sempre con ben chiaro in testa che quello che dico, penso e scrivo conta un cazzo, ne più ne meno di quello che scrivono altri.
L’auto-affermazione non passa di qui.

Scavare dentro, sempre, anche scendendo a cazzo, come faccio io, dicono serva a far uscire fuori la luce, ad accettarsi e capirsi. Un concetto che Jung ha decisamente espresso meglio, ma che riesco a far passare solo a mio modo. In fondo, a cliccare su wikipedia e leggere qualche libro, siamo capaci tutti. E conosco persone più intelligenti di me, che a scavare sono anche più capaci, che hanno trivellato le loro viscere ben bene e la conclusione cui sono giunti è che non serve ad una beata mazza tutta sta discesa nello sprofondo.
E allora che si fa?

VORREI

Vorrei dire quello che penso ad alcune persone, vorrei incontrarne altre per guardarle negli occhi e capire, vorrei libri o ancora meglio un uomo lettore. E gran parlatore, possibilmente.
Vorrei tutte le parole che non mi hanno mai detto.
Vorrei sostanza, oltre ai sostantivi ai verbi agli aggettivi, oltre a tutte le coniugazioni che mi aspetto. Sostanza e condivisione.
Vorrei qualcuno che avesse la pazienza di ascoltarmi e la voglia di farlo.
Qualcuno da ascoltare, per capire insieme come si fa a stare al mondo, come si fa ad amare.
Vorrei un progetto che vada oltre il week-end a venire, oltre la bolletta del gas che dovrò pagare alla fine del mese, vorrei momenti, una collezione di momenti che alla fine diventano una storia da raccontare, da ricordare, e boccali di birra chiara, panche su cui sedersi stretti stretti per scoprirsi e imparare gesti nuovi e sorrisi leggeri e mani che si stringono, che si cercano.
Vorrei conoscere meno persone e avere più amici.
Vorrei poter dialogare con mio padre, capire dov’è andato a finire, parlare con mia madre, ritrovarla. Ritrovarsi.
Vorrei qualcuno ad aspettarmi a casa, la sera, quando sono stanca e avrei solo voglia di essere abbracciata, quando ho bisogno di qualcuno che mi stia addosso come una coperta, ma non proprio tutte le sere, che ancora mi piace, qualche volta, star da sola.
Vorrei non avere la sensazione di essere presa in giro che mi bracca da un po’. Vorrei non essere considerata ingenua. Vorrei capire cosa mi spinge a raccontarmi così tanto avendo molto poco indietro. Che non è di matematica che sto parlando, ma di dolore e gioia e affetto e bisogno e sensazioni e desideri e risposte e domande che devo ancora fare.
Vorrei poter piangere. Un pianto lungo e consistente e liberatorio e definitivo. Uno di quei pianti che per forza diventa sorriso.
Vorrei uno stupidissimo mazzo di fiori perché nessuno me lo ha mai regalato. Vorrei imparare come si fa a smettere di bastarsi, che se mai una volta, per un brevissimo istante, smetto di farlo, crolla tutto il castello di zucchero e poi son cazzi a rimontarlo.
Vorrei sapere se quella dannatissima canzone parla di me e non ho il coraggio di chiederlo a K., piuttosto sarei capace di dirgli addio, ma non di domandargli se il suo rimpianto è uguale al mio, se la canzone racconta di me. Vorrei imparare a farmi voler bene e vorrei chiedere a V. se lui ha capito come si fa, se adesso è felice e se c’è un modo giusto per far si che gli altri ti vogliano bene.
Vorrei che qualcuno mi strappasse via le mani da questo dannato i-pad e mi portasse al lago. Adoro i laghi.

AMARE COMUNQUE

Dentro una bolla di plastica trasparente, in un tempo sospeso, con l’ossigeno misurato.
Ci si può star dentro solo pochi minuti, dopo si deve tornare a respirare normalmente al di fuori, se no si soffoca.
Non importa dove, non importa quando.
Nessun avvertimento, nessuna premessa, solo parole che vengon fuori quasi sussurrate.
Occhi velati che guardano davanti, lo stesso velo ricopre anche la testa della persona che parla.
È un’altro mondo, quello della bolla.
Lo spettatore se ne accorge subito, e fatica a capire che quel velo è importante, che serve, a chi parla, come appiglio.
Il velo permette di plasmare la realtà a proprio piacimento.
Probabilmente a discapito di altri, anzi sicuramente.
Ma rende plausibile la possibilità di un’auto-giustificazione.
Sotto il velo va bene così. È più facile così.
Da sotto il velo, chi parla, può ancora amare.
Lo spettatore non starà qui a giudicare quanto sia sbagliato quel modo, quanto sia distruttivo e irreale.
Lo spettatore comprenderà che anche amare nel modo sbagliato, significa pur sempre amare, amare comunque.
E si farà bastare questo, e con un sorriso un po tremolante se ne uscirà dalla bolla per tornare alla vita di tutti i giorni.

(F, ti voglio più bene adesso di quando eri piccola, perché adesso sei giusta, è più facile volerti bene.
Da piccola eri difficile, eri una bambina terribile e non ti teneva ferma nessuno, solo io. A volte.
Ora vai proprio bene così.
E non importa se sei nata per seconda, sai?
Ora sei perfetta).

AH! UN ENORME, GIOIOSO AH!

Se c’è ancora una cosa a sto mondo che ancora mi fa credere all’amore è vedere due persone che si annusano quando tornano a casa la sera, e lo fanno da tutta la vita.
Abbaiano anche, a volte.
Che di solito mi fa pure un po senso, ma mi fan sorridere sempre.
Un sorriso che è puro affetto, e che mi rimanda sempre indietro amore.
(Potrete mai perdonarmi R. e R. per questa divulgazione fuori controllo? E’ dettata solo dal profondo affetto.)
Due che son sposati da tutta la vita, che hanno i loro alti e bassi, che son belli e mi vogliono bene.
Ecco, questo e amore.
No, AMORE.
Si, tutto maiuscolo.
Se, ad oggi, ancora credo all’amore è grazie a queste due persone che si amano, che mi danno affetto.
E’ l’amore “giusto” quello che provano loro.
Quando dico che l’amore non basta, come in un mio recente post, loro lo sanno bene cosa intendo, e hanno sempre applicato questa piccola verità al loro rapporto, alla loro vita insieme.
Se l’amore non esiste, loro sono la mia personale eccezione che conferma la regola.
Oggi ho imparato regolette nuove!
1 l’amore vuole indietro amore.
2 l’amore venduto a buon mercato, non perde il suo valore, lascia
solo, all’incauto compratore, la stessa aridità che aveva prima.
3 ci vuole impegno e passione e costanza e mila e mila altre cose
perché due persone possano essere felici insieme.
4 ergo, l’amore non basta.

P.S. Frogman è solo per voi.