STÀ CALM, E FÀ NEN TANT CINE

Quando mi capita di vederti per strada mi esplode nel petto una bomba motivazionale pazzesca.
Si, lo so, lo penso tutte le volte, ma se questa fosse la volta buona?
Dai che lo è! Mi va di pensarlo, oggi sono talmente ottimista che è un peccato non credere che sarà la volta buona.
Ho cancellato tutte le bozze in cui chiedevo scusa per come sono fatta, tutte le mail farcite di giustificazioni per il mio modo di essere, tutte le lettere le ho bruciate (tranne una, è al solito posto) e ho deciso che non esiste niente oltre a quello che devo fare da ora in poi.
La mia vita ha bisogno di tutta la mia piena partecipazione, ed il mio blog, in cui credo molto, ha bisogno di tutta la mia parte vitale e gioiosa, che possiedo, ma non sempre riesco ad esprimere.
Lo stesso sentiero di sempre, tracciato prima con segni delicati, quasi ombre di direzione più che vere tracce, lo stesso sentiero è ora più delineato, non meno difficile, ma più concreto, possibile, giusto.
Mai parola fu più corretta per questo mio percorso: giusto.
Sano, concreto, difficile, si, ma giusto.
Ho difetti? Si, certo. Molti.
Non mi sento all’altezza? Si, mi capita spesso.
E allora? E allora basta, davvero, basta con il passato, basta con la vigliaccheria, i sensi di colpa, l’indolenza, il procrastinare all’infinito, basta con le buone ragioni che m’invento sempre quando non ho voglia di fare qualcosa per me stessa. Basta!
Oh, come sono saggia!
Per favore, non sarsonatemi tutti insieme, prendete il numerino, che c’è la fila, grazie.

Io manifesto.

VORREI

Vorrei dire quello che penso ad alcune persone, vorrei incontrarne altre per guardarle negli occhi e capire, vorrei libri o ancora meglio un uomo lettore. E gran parlatore, possibilmente.
Vorrei tutte le parole che non mi hanno mai detto.
Vorrei sostanza, oltre ai sostantivi ai verbi agli aggettivi, oltre a tutte le coniugazioni che mi aspetto. Sostanza e condivisione.
Vorrei qualcuno che avesse la pazienza di ascoltarmi e la voglia di farlo.
Qualcuno da ascoltare, per capire insieme come si fa a stare al mondo, come si fa ad amare.
Vorrei un progetto che vada oltre il week-end a venire, oltre la bolletta del gas che dovrò pagare alla fine del mese, vorrei momenti, una collezione di momenti che alla fine diventano una storia da raccontare, da ricordare, e boccali di birra chiara, panche su cui sedersi stretti stretti per scoprirsi e imparare gesti nuovi e sorrisi leggeri e mani che si stringono, che si cercano.
Vorrei conoscere meno persone e avere più amici.
Vorrei poter dialogare con mio padre, capire dov’è andato a finire, parlare con mia madre, ritrovarla. Ritrovarsi.
Vorrei qualcuno ad aspettarmi a casa, la sera, quando sono stanca e avrei solo voglia di essere abbracciata, quando ho bisogno di qualcuno che mi stia addosso come una coperta, ma non proprio tutte le sere, che ancora mi piace, qualche volta, star da sola.
Vorrei non avere la sensazione di essere presa in giro che mi bracca da un po’. Vorrei non essere considerata ingenua. Vorrei capire cosa mi spinge a raccontarmi così tanto avendo molto poco indietro. Che non è di matematica che sto parlando, ma di dolore e gioia e affetto e bisogno e sensazioni e desideri e risposte e domande che devo ancora fare.
Vorrei poter piangere. Un pianto lungo e consistente e liberatorio e definitivo. Uno di quei pianti che per forza diventa sorriso.
Vorrei uno stupidissimo mazzo di fiori perché nessuno me lo ha mai regalato. Vorrei imparare come si fa a smettere di bastarsi, che se mai una volta, per un brevissimo istante, smetto di farlo, crolla tutto il castello di zucchero e poi son cazzi a rimontarlo.
Vorrei sapere se quella dannatissima canzone parla di me e non ho il coraggio di chiederlo a K., piuttosto sarei capace di dirgli addio, ma non di domandargli se il suo rimpianto è uguale al mio, se la canzone racconta di me. Vorrei imparare a farmi voler bene e vorrei chiedere a V. se lui ha capito come si fa, se adesso è felice e se c’è un modo giusto per far si che gli altri ti vogliano bene.
Vorrei che qualcuno mi strappasse via le mani da questo dannato i-pad e mi portasse al lago. Adoro i laghi.

L’ACCENDINO PER SAN VALENTINO

Da ragazzina conservavo tutto. Sottobicchieri del pub, frasi dei baci perugina, maglioni trovati per terra ad un festival di artisti di strada in una sera che ho baciato tutti cercando solo L., una fiaschetta per liquori fasciata di lana scozzese, pietroline cercate sulla spiaggia da V. che ha detto che secondo lui avevano delle venature del colore dei miei occhi, nel tentativo di tradurre in parole una sensazione, fiori messi a seccare di nascosto nei libroni di mia sorella che non usava più, i jeans strappati dell’incidente in motorino, pure il motorino, con la scritta tuttora indelebile di E. che dice ti voglio bene sempre. Conservavo tutto, e ora mi restano solo i ricordi. Come questo. Un pomeriggio M. mi chiede di uscire insieme. Avevo quattordici forse quindici anni. Lui due di più. Me lo dice così, ma proprio così, vuoi uscire con me? Si. Passiamo un mese circa insieme, mai da soli, mai mano nella mano, mai un bacio. Eravamo giovani e belli tutti e due. In questo mese, arriva San Valentino e una mattina presto, andando a scuola, mi chiama da parte e mi dice che ha una cosa per me. Ci siamo! Mi regala un accendino di metallo, lungo e stretto, mi abbraccia e mi fa gli auguri. Ecco, un accendino, per il giorno di San Valentino, mai più. Ve ne prego. Son cose che poi, quando hai trentaquattro anni, ti segnano.

MIA

Faccio cose, vedo gente tutto il giorno. Penso e scrivo e prendo appunti e faccio scarabocchi. Ho letto post che parlano d’amore: fraterno, filiale, passionale, romantico, doloroso.. Mi vengono in mente queste due canzoni meravigliose, cantate con tutta la sua anima dalla grande Mia Martini. Ineguagliata. Le dedico a quello che provo io, anche se sta solo soletto nella mia testolina matta.

COSÌ FORSE MI VIEN VOGLIA DI DORMIRE

Sonno zero, ma il lettone si sente solo e così decido di coricarmi. Vorrei sognare di una festa per i vicoli del paese, una festa in maschera. Cammino tranquilla per strade che mi sono familiari, sorseggiando sangria in un bicchiere di plastica. Con il mio vestito nessuno mi riconosce, la maschera mi copre il volto. Le bancarelle espongono bracciali e collane e frittelle e torte fatte in casa e borse multicolori. Si sta facendo buio e decido di tornare a casa. Nel sogno non si capisce bene che strada prendo, ma dopo un po’ che cammino mi rendo conto di essere arrivata in una parte della città che non conosco. Sono quasi arrivata alla macchina, quando sento una voce che mi chiama. La voce ha un volto e un nome e un bel sorriso e due occhi da perdercisi dentro. E a questo punto mi addormenterei volentieri per vedere come va a finire.

LA PRIMA IMPRESSIONE

Prima di tornare a casa si siede sempre sulla panchina in fondo alla via. Prende il suo taccuino e scrive qualche riga. Impressioni, battute, incipit. Gli incipit le riescono sempre molto bene, non sono mai un problema. E’ la storia che non va mai avanti. Sono sempre solo incipit, prime impressioni. Ora sta scrivendo e non si accorge che Lui la sta guardando. Da lontano, in fondo alla scalinata, la guarda scrivere e pensa che sia bellissima. Si è tagliata i capelli e sembrano anche un po’ più chiari del solito. Oggi ha deciso di mettersi quel suo cappottino coloratissimo, che la fa spiccare in mezzo alla gente. Lei e’ assorta nelle sue prime impressioni e Lui si perde nei suoi dettagli. Le gambe accavallate, il capo chino sui suoi pensieri. Non ha mai il coraggio di chiamarla, di distoglierla dalle sue pagine. Forse, in fondo, anche a Lui piacciono le prime impressioni.

LA PRIMA IMPRESSIONE

Tubino rosso china lungo al ginocchio con scollo a barchetta, di satin. Ciondolo con iniziale e catenina così sottile che quasi non s’intuisce. Due piccole perle bianche ai lobi. Mary Jane in camoscio color petrolio chiaro, un tacco vertiginoso. Clutch di seta carta da zucchero. Uno chignon leggerissimo, con una piccola rosa bianca tra i capelli. Occhiali con montatura in legno nero. Lui: completo grigio molto scuro, di lana leggera. Informale, una t-shirt sempre grigia con scritta rosso laccata che pretende: ANCORA UNO. Calzini scuri, scarpe di pelle con lacci, abbastanza eleganti. Un biondo finto spettinato, più riccio che mosso. I capelli sono corti. Gli occhi talmente azzurri che sgomentano. Un old fashioned per lei, una barbera per lui. E direi che come prima impressione non c’è male. Meglio andare via ora perché se cominciassero a parlare diventerebbe irreale.