STRONZACIDA

È una cosa alla quale non riuscirò mai ad abituarmi.
A volte credo di si, e sono i giorni in cui rido e faccio battute, ma so che non riuscirò mai ad abituarmi.
Ed è la cosa più triste a cui abbia mai pensato.
Più triste persino di provare a dare la colpa a qualcun altro, più triste anche di credere di essere superiore e di non avere bisogno di aiuto, più triste del fatto di confidare nella speranza fine a se stessa.
Che poi la tristezza è un dannato circolo vizioso che si nutre delle battutacce della gente che ti consiglia su come alleviare il tuo dolore, perché se no finisce che nemmeno te ne accorgi e ti osservi trasformarti piano piano in una isterica stronza acida e sai che finirai il resto dei tuoi giorni tutta sola e matta e circondata da centinaia di gatti randagi puzzolenti.
Tutti hanno il loro consiglio per l’occasione.
Tutti tengono i loro scheletri ben chiusi nell’armadio, e sono pronti a sfoderare perle di saggezza quando si presenta l’occasione.

Sventolate al sole il vostro dolore.

SCRIFO

Questo è un momento molto schifo.
Così, scrivo.
E quello che vien fuori è un perfetto equilibrio tra
~scrivo~
e
~schifo~
che traduco con
~scrifo~
Si capisce, no?

E poi vorrei dire del Cervino e di quelli che si porta via come fossero pedine di una scacchiera, di quelli che stanno in un letto d’ospedale, lontani da casa, che non sono nemmeno coscienti e i parenti e gli amici non sanno più quello che devono pensare, e non lo so nemmeno io cosa si dice in questi casi. Mi viene solo da pensare che il Cervino è grande e grosso e possente, ma qualcuno lo risparmia, e io spero che quel qualcuno sia tu. In bocca al lupo, e torna presto.

Devo capire se un’amico, d’improvviso, può non essere più un’amico. Ancora una volta nella mia vita mi trovo davanti a questa cosa impossibile da definire. L’affetto esiste ancora, e non credo che se ne andrà mai, ma l’amico, invece, non c’è più.
Non è giusto.
Così scrifo, continuo a farlo, tanto mi sfogo anche se non vado da nessuna parte, anche se neanche gli altri vanno da nessuna parte.
Un’amico mi ha chiesto del futuro e io non so dire niente del futuro. Immaginare la mia vita da qui al mese prossimo è già un’impresa, non mi ci metto neanche a inventarmi quello che potrebbe essere, mi fa troppa paura, nel bene e nel male.
Non riesco a stare legata a nulla e nessuno, e nessuno e niente riesce ad attecchirmi addosso.
Cercare di trovare in me il ~volermi bene~ è difficile.
Lo è per tutti, e a tratti ci si lascia un po andare, e in questi momenti non riesco ad essere leggera e semplice e solare.
Il futuro, per me, è troppo grosso, è ingestibile. È troppo pieno. Niente futuro, niente come sarà o come dovrebbe essere o come vorrei che fosse. Faccio i conti giorno per giorno, solo dirlo a voce alta mi fa già stare meglio. Conta solo l’adesso.
E poi mi mancano gli amici. Quelli che credevo che conoscersi fosse una cosa da fare insieme, quelli che cambiano opinione e atteggiamento perché non si fanno sempre andare tutto bene per forza, quelli che anche se rimangono più in superficie riescono comunque a sorridere con gli occhi.
Ho la forza, ho la fiducia, ma mi manca qualcosa che adesso non c’è.
Pazienza, sono comunque felice.
Scrifo.
E adesso mi faccio una doccia e stasera mi vado a mangiare i pesci alla griglia con le mie amiche.

PEL DI LUPO

C’era una volta un lupo burlone che amava travestirsi da pecora per ingraziarsi gli abitanti del villaggio nei pressi del bosco dove abitava. Affittò un bel costume bianco candido e una maschera dal muso affabile e passava le giornate mescolandosi alla gente del posto per ottenere una grattatina sul dorso, oppure un buon giaciglio su cui dormire.
Una sera un contadino vide avvicinarsi la pecora e gli fece trovare davanti casa una bella ciotola d’insalata.
Ma alla pecora l’insalata non andava proprio giù, così decise di far finta di mangiarla, aspettò che il contadino andasse a dormire, e rubò nel pollaio una gallina.
La mattina dopo il contadino trovò sul portico la ciotola piena di erbette e una gallina in meno. E visto che il contadino non era mica scemo, stette in guardia, e preparò uno scherzo alla pecora.
Alla sera, quando la pecora arrivava, gli avrebbe fatto trovare una bella ciotola piena di carne succulenta addizionata con un potente sonnifero.
La pecora venne, mangiò e si addormentò di colpo.
Allora il contadino si avvicinò, e vide che indossava un costume, e che sotto il costume c’era solo pelo di lupo. Ma il contadino era un brav’uomo e non ebbe cuore di ammazzare la bestia. Così la trasportò nel bosco e lasciò accanto all’animale una lettera.
~Caro lupo, non sei una bestia cattiva e infida per natura, perciò ho deciso di risparmiarti la vita. Non dovrai mai più indossare costumi da pecora, e ti presenterai davanti alle persone per quello che sei. Un lupo. Molti avranno paura e ti scacceranno e molti ancora vorranno ammazzarti. Ma non importa, tu dovrai sempre mostrarti per come sei. Perché, lupo, la tua natura è questa, e non è una natura da disprezzare. Sono molto peggio certi uomini che indossano molte maschere per ottenere di volta in volta solo ciò che vogliono. Tu sei lupo, vivi da lupo~
Al risveglio il lupo lesse la lettera, rubò un’ultima gallina al contadino, e se ne andò per la sua strada.
E siccome il lupo era anche un po miope, non vide il post scriptum che lasciò il contadino: ricorda, lupo, che la verità è sempre e soltanto una sola.

LA PACCA SULLA SPALLA

Ci sono già i cartigli dei Baci Perugina con le loro frasette del cazzo ad ammorbare un bel momento di comunione fra me e il cioccolato con la nocciola, non è il caso che mi dai pure una pacca sulla spalla. Il gesto di darmi una manata più o meno forte sulla schiena, vicino alla spalla, lo puoi conservare per i tuoi amici, io ne faccio volentieri a meno. Perché tendo a ricambiare senza troppo preoccuparmi della potenza della risposta, poco importa che io sia una donna, se ti do una manata sulla schiena la senti tutta. T’assicuro. Ed è quello l’effetto che fa a me. Mi irrita, mi sposta il baricentro nel momento in cui la ricevo e, soprattutto, mi chiedo sempre: ma chi cazzo te l’ha chiesta? Se nel momento avessi in mano un’accetta la userei. Tac! In mezzo alla schiena, e poi vediamo se fai ancora lo spiritoso.

ETC ETC

Ho la sensazione di aver rotto qualcosa da qualche parte, ma non so bene cosa, forse un piatto, le palle o un’equilibrio.
Mi si confondono in testa le cose che vorrei fare e quelle posso, mi sembra quasi di dover chiedere il permesso, di aver fatto movimenti troppo bruschi, così mi areno sul divano incapace di compiere qualsiasi scelta e mentre Linda scopre di aver paura di Montag arriva dalla finestra aperta il suono di una chitarra e la risata di una ragazzina, chiudo gli occhi e sento il crepitio di un fuoco e la confusione delle chiacchiere e bottiglie di birra che passano di mano e sorrisi e spalle che si toccano e plaid stesi per terra di notte dietro la casetta nel bosco dove stavamo sempre tutti insieme a suonare e a pensare a nulla.
Etc. Etc.

NON SARÀ MICA CHE MI PRENDO TROPPO SUL SERIO

Una non si veste da donna, solo jeans e polo e scarpe da ginnastica; una non si trucca, nemmeno un po di mascara, o lo smalto sulle unghie; una dice sempre parolacce, cerca sempre di essere al centro dell’attenzione, battuta pronta e di solito con un doppio senso volgare; una sa di aver ereditato i tratti del viso dalla madre, e sa quanto fosse bella sua madre, prima di essersi lasciata andare, prima di tutto quello che le è franato addosso, e sa di essere bella a sua volta perché un tratto è innegabile, perché una fascia da miss è innegabile, e maledice l’universo e chiunque nel raggio di chilometri per non aver accesso a quella foto che ritrae sua madre con la fascia, e a tutte le altre foto, le foto della sua famiglia; una cerca di sorridere, di far buon viso a cattivo gioco, e cerca sempre di contare fino a dieci, o almeno fino a tre, prima di sbottare e di investire come un treno merci qualunque cosa incontri sul suo cammino; una cerca di andare avanti, di capire qual’è il passo successivo al perdono, prova a spiegarsi perché non è bastato, spesso non basta, aver perdonato; una si aspetta molte cose e sa perfettamente che deve solo muovere il culo dal divano e andarsele a prendere; una non capisce che a volte ci vuol leggerezza nelle parole, che non sempre tutto è così importante anche per gli altri, che non è con una parola che arriva o meno che si può capire il senso di tutta una frase, di un discorso più ampio che solo il tempo può decidere dove porterà e se porterà da qualche parte; una crede che tiri più un pelo di fica che un carro di buoi e nello stesso tempo spera sempre che non sia così, ed è puntualmente smentita; una si fa un sacco di film, lavora di immaginazione manco fosse una scenografa di sogni, e poi finisce sempre che ci crede, almeno un po, e le facciate non le conta più, che un segno, una cicatrice su un’altra cicatrice, da lontano, sembra sempre una sola cicatrice; una conta un solo amico, una sola persona che da amicizia, col suo modo di essere amico, senza chiedere nulla in cambio, mai; una rimane sempre un po appesa alle parole che legge, e queste parole la contagiano per giorni, le assorbe e le respira quasi fossero vitali; una crede ancora nell’onestà delle sensazioni, crede che si debba essere coraggiosi e provare le cose che si provano fino in fondo, senza adattare gli stati d’animo ad ogni cambio di scenografia; una crede che siano tutti sempre onesti, sinceri, trasparenti; una si è mangiata una fettona di torta con le pesche e la panna e non si è sentita neppure in colpa, e ha capito che questa assenza di colpa è punizione e tristezza; una pensa che sta investendo un po troppo di se stessa, qua dentro.
Una, adesso, si fionda sotto le coperte, sotto il piumone per la precisione, perché siamo al ventotto di maggio è fa un freddo indecente, e si sente sola e vuota e stupida per aver parlato di se in terza persona e per non aver avuto cuore di dire ciò che pensava a quella certa persona, in quel preciso momento, solo per la paura di poterla perdere.

IL COMPENDIO DI PASQUA

Questi sono i giorni dell’antibiotico iniettato sulle chiappe, che fa effetto prima e si porta via il mal di denti. Sono i giorni delle lacrime, perché quando fa così male piangi e pensi solo che non senti altro, ma poi una suora piccolina e gentile mi fa la puntura e un po di male se lo porta via. Sono giorni che queste lacrime sono anche di amarezza. Come quando telefoni a qualcuno, quasi per sbaglio, e allora cerchi di cogliere l’occasione per parlare anche se sei solo tu a farlo. Io dico come stai, tutto bene? lo so che la mamma non c’è, ma non importa è proprio con te che volevo parlare. Come stai. E non dici niente, e allora vabene lo stesso, parlo io, ho un po di mal di denti ma vabene lo stesso, ma dimmi, papà, come stai. No, non riagganciare. Così piango, un po per i denti un po per questa difficoltà che esiste nel comunicare, piango perché un po mi fa bene, non è solo dolore fine a se stesso. Chissà, magari la prossima volta non riagganci, devo solo dilatare l’ottimismo su una tempistica più lunga. E provare a sbagliare di nuovo, sperare che la mamma esca un’altra volta e dimentichi il cellulare.
Sono anche i giorni che dovrei tenere segreti che non sono nemmeno più tanto segreti. Poi lo sanno tutti che non sono capace di tenere per me una cosa bella, ma qui non posso, forse più in la. E sono ancora giorni di lacrime e questa volta di commozione. E la commozione mi sta bagnando i-pad da quanto è tenace. Ti vedo in questo video e penso che sei bella, penso che questa commozione non è più incredulità di una cosa bella già avvenuta, penso che sia l’unico modo di accogliere le cose belle che a volte accadono, soprattutto questa volta, che hai lavorato tanto e ancora lo stai facendo per arrivare dove vuoi, e questa sorta di stupore, ogni volta, nel vederti significa che è così che si dimostra la gioia, perché non ci si può abituare ad una cosa bella, e quando ricapita e anche quando ricapitera sarà ancora così, coi lacrimoni e le risate, con il dialetto dei parenti che chiamano per salutare, con il tuo video mostrato ad amici e colleghi anche se non si fa, anche se “sta male”, non è “elegante”, me ne frego, siamo contadini per fortuna, non c’è ancora troppo filtro fra la gioia e le convenzioni sociali, facciamo le cose un po come ci viene, non ci vergognamo ancora di mostrare la felicità. Questi sono i giorni che le lacrime sono davvero una benedizione, si portano via tutto il dolore e lasciano la gioia delle cose belle. Le lacrime ignorate prima o poi chiedono il conto, e quando lo si paga è un conto salato, ma lasciano spazio anche al resto, alla commozione e ai sorrisi. Questi sono giorni in cui le lacrime mi fanno questo effetto. Se fino a ieri sera mi chiedevo che ci faccio qua, io, perché scrivo le mie cose in un blog, la risposta che mi do adesso è diversa, sono qua perché ne ho bisogno, devo condividere con qualcuno tutto questo dolore e tutta questa gioia, perché ha più senso se non tengo tutto per me, perché se esiste anche solo una persona che si ferma e legge queste mie parole, allora ne varrà ancora di più la pena, perché tutto avrà senso nel momento in cui le cose vengono dette a voce alta, o lasciate su un foglio che tutti possono leggere. Che me ne faccio di tutta la mia gioia se la tengo per me sola. Un bravo scrittore ne avrebbe fatto un romanzo.
Io no, io non ne sono capace, vien fuori tutto un po come viene, praticamente non state leggendo, è come se mi ascoltaste mentre parlo, ma non importa, non potevo non lasciarlo qui, non mi ci sta tutta addosso la mia felicità.
Ed è la stessa cosa quando leggo tanti fra voi, non ho un filtro che mi regola la commozione o la partecipazione che ci metto, mi fate stare bene o male a seconda di quello che passate nel blog, e se da una parte è così che si fa, per un altro verso rimango avvinta dai vari stati d’animo da cui mi faccio contagiare. Ed è bellissimo ma difficile, e nello stesso tempo non vorrei mai leggervi diversamente da come faccio.
Ed anche questa è una cosa che mi chiedo spesso, perché scrivete nei vostri blog? A qualcuno l’ho già chiesto, qualche risposta è stata simile alle mie, altre cose, invece, credo ancora di non averle comprese, ma ancora mi chiedo, perché avete deciso di lasciare le vostre cose qua dentro. Cosa vi rende, a livello personale, il blog. Se avete voglia o possibilità di dirlo, mi farebbe piacere saperlo. Per quanto mi riguarda, il blog non è fine a se stesso, se non ci sono scambi e opinioni, rimane solo un diario, e quelli li vendono in tutte le cartolerie.
P.S. Chiedo scusa, rileggendo mi sono resa conto di aver scritto veramente come viene viene, abbiate pazienza.

ALL IN

Se qualcuno arriva a dirti che sei pazzo, e te lo dice mentre ride, convinto delle sue parole, con tutta probabilità ha ragione.
Solo un’altro pazzo ti può riconoscere per quello che sei.
Così come un drogato capisce subito di trovarsi di fronte ad un’altro tossico, sente l’odore di tutta la chimica che ti scorre nelle vene, poco importa se autoprodotta.
Se qualcuno ti dice che sei pazzo e non sorride mentre lo fa, anzi, ti guarda male, come fossi una bestia rara, ecco, quello è una pecora indistinguibile dalla massa di altre pecore presenti sul pianeta.
Quello non è pazzo, è asservito assente inconsistente uguale ordinario regolare.
Gli altri, i pazzi, spiccano. Li ami o li odi.
Faranno di tutto, fuorché stare nel mezzo.
Non sono capaci di stare nel mezzo, di prendere un po di questo e un po di quello, senza eccedere, un po d’amore, un po di gioia.
No.
Tutto l’amore o la desolazione della solitudine più nera, tutta la felicità del mondo concentrata in un particolare o tutto il dolore condensato in una sola parola.
Tutto, o niente.
E il tutto è strabiliante, e il niente è devastante.
Su e giù, dentro e fuori, vivo e morto, in un ciclo che è l’unico possibile per chi non sa vivere diversamente.
All in, sempre, a volte vinci, a volte perdi.
E ogni volta che si cade ci si chiede per quante altre volte ancora lo si potrà sopportare.
E chi leccherà le ferite.
Le sensazioni diventano droga, l’amore, il sesso, anche l’amicizia, tutto è esaltato dal bisogno di vivere, si arriva a contagiare chi sta intorno, anche quando si cade, rovinosamente, trascinando con se tutto quanto, per poi risorgere, furiosamente, pronti a guardare ancora una volta il mondo sostenuti dalla potenza delle esplosioni chimiche che scorrono nelle vene.
E il down è terribile, una lucida visione della miseria di ciò che ci circonda, il grande peso degli errori commessi, l’impotenza di non poter cambiare le cose, frustrazione vergogna bisogno.
Lo stesso bisogno che spinge a cercare nuova droga, nuova linfa da spremere, calpestare ancora una volta il pezzo di mondo che sta intorno e strappare quasi con violenza tutto ciò che può servire per poter andare avanti.
Perché è ancora forte l’istinto di conservazione.
Perché un’altro modo non si conosce, nessuno lo può insegnare.
All in, a volte vinci, a volte perdi.
Amore oppure odio, non esiste indifferenza.

LA BELLEZZA DI MIRIAM

(La perfezione di Miriam e’ nell’esser quasi palindromo.
Il quasi, l’eccesso, -il difetto?- la rendono reale)

Mi hai guardata, e hai visto qualcosa che non ti e’ piaciuto abbastanza da farti fermare, voltare e allungare una mano verso di me.
È una questione di bellezza, certo, e io non ne possiedo abbastanza,
o la giusta misura, quella che ti avrebbe fatto scattare indietro per fermarmi, per trattenermi.
E ha un bel dire, la gente, che quello che conta sono le qualità di una persona e non l’aspetto fisico.
Non è proprio così.
Conta.
Cazzo se conta.
In una maniera differente rispetto a quello che si indossa o a come ci si pettina o se ci si trucca o si preferisce essere acqua e sapone. La bellezza e’ un tratto somatico, un odore, una sfumatura di colore, un difetto, a volte. La mia bellezza, con te, non ha semplicemente funzionato.
E magari stai con la donna che ami perché hai scorto la sua bellezza mentre ti parla di dagherrotipi la mattina presto e la cosa ti manda in fregola in cinque secondi netti.
Oppure, mentre ti strofina il jhonson’s baby shampoo sotto la doccia,
ti declama Hikmet e ti manda in sollucchero in un nano secondo.
Dico così, io non so nulla della sua bellezza. La sua bellezza particolare, che ti ha fatto voltare a suo tempo.
E ti sarai innamorato, forse, dei suoi occhi così profondi o della piega del suo collo che non smetteresti mai di baciare o della sua voce, così sensuale che vorresti poterla incidere su un vinile o racchiudere nel tuo
i-pod per poterla ascoltare di notte, quando sei solo.
Oppure dei suoi capelli, che ti piacciono lunghi, forse, o della sua camminata che fisseresti per ore, delle sue mani che vorresti sempre addosso.
Conta, la bellezza.
Che svanisce, ma ti marchia il suo ricordo dentro e sulla pelle. Vedrai sempre bellezza nella donna che più hai amato e questo non t’impedirà di vederla anche in altre persone, ma la sua, la sua bellezza, sarà sempre la più ricordata, la più commovente immagine che avrai sempre nei tuoi occhi chiusi. Nessuna potrà mai competere. Non importa quanta bellezza ti si svela ogni giorno, sarà sempre e solo la sua bellezza che abiterà il tuo cuore per il resto dei tuoi giorni sulla terra.
Il resto non conta un cazzo.
La sera, tornerai sempre da lei. E poco importa se lei c’è davvero o se un giorno deciderà semplicemente di non aspettarti più. Se la vita ti ha fatto diventare qualcos’altro da quello che eri fino a ieri, se i sentimenti hanno subito oscillazioni pericolose e ci sono distanze forse irrimediabili. Non importa se i problemi della vita incombono e soffocano tutto il resto, non importa se tutto è diventato terribilmente complicato e quasi ti viene voglia di mandare tutto e tutti affanculo.
Ormai sei marchiato, nessuna prenderà tanto posto nel tuo cuore come ha fatto lei.
Ecco perché non ti sei voltato, non sei tornato indietro a prendermi per mano.
Credo ci si possa innamorare solo una volta nella vita.
La volta in cui trovi l’unica bellezza che non immaginavi neanche nei tuoi sogni più grandiosi di poter trovare.

Come Barney quando trova Miriam.

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“Secondo alcuni hai un pessimo carattere, e quando hai alzato un po’ troppo il gomito, come ora – il che fra parentesi non è molto gratificante -, cominci a cercar rogna”.

“Alcuni chi, McIver?”.

“Si dice il peccato ma non il peccatore”.

“Mi sento poco bene. Sto per vomitare”.

“Ce la fai ad arrivare in bagno?”.

“Che disastro”.

“Vuoi…”.

“Devo stendermi”. Mi accompagnò in camera, dove caddi subito in ginocchio e vomitai nella tazza, mollando una scoreggia devastante. Volevo essere sepolto vivo. O fatto a pezzi. Dilaniato da quattro cavalli da tiro. Miriam bagnò un asciugamano, mi pulì la faccia e mi accompagnò fino al letto.

“Che umiliazione”.

“Ssh”.

“Adesso mi odi e non mi vorrai rivedere mai più”.

“Sta’ un po’ zitto” disse. Poi mi passò dì nuovo sulla faccia l’asciugamano umido e mi fece bere un bicchier d’acqua, reggendomi la testa con la sua mano fresca. Decisi che non mi sarei mai più lavato i capelli in vita mia. Mi coricai e rimasi per un po’ a occhi chiusi, sperando che la stanza smettesse di vorticare. “Tra cinque minuti starò benissimo. Ti prego, non andartene”.

“Prova a dormire un po’”.

“Ti amo”.

“Sì, sì, va bene”.

“Ci sposeremo e avremo dieci figli”. Al risveglio, un paio d’ore dopo, la vidi lì in poltrona, le lunghe gambe accavallate, che leggeva Corri, coniglio. Era talmente assorta che rimasi in silenzio, approfittandone per contemplare la sua infinita bellezza. Avrei pianto. Il cuore era come impazzito. Pensai che se in quel preciso istante il tempo si fosse fermato lo avrei trovato giusto. Alla fine dissi: “Lo so che non vorrai vedermi mai più. E non posso darti torto”.

Tratto da: La versione di Barney. Mordecai Richler

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Ti ho sognata

Ti ho sognata
mi sei apparsa sopra i rami
passando vicino alla luna
tra una nuvola e l’altra
andavi, e io ti seguivo
ti fermavi e io mi fermavo,
mi fermavo, e tu ti fermavi,
mi guardavi e io ti guardavo
ti guardavo e tu mi guardavi
poi tutto è finito.

Nazim Hikmet.

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Ciò che ho scritto di noi

Ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
è la mia nostalgia
cresciuta sul ramo inaccessibile
è la mia sete
tirata su dal pozzo dei miei sogni
è il disegno
tracciato su un raggio di sole

ciò che ho scritto di noi è tutta verità
è la tua grazia
cesta colma di frutti rovesciata sull’erba
è la tua assenza
quando divento l’ultima luce all’ultimo angolo della via
è la mia gelosia
quando corro di notte fra i treni con gli occhi bendati
è la mia felicità
fiume soleggiato che irrompe sulle dighe

ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia
ciò che ho scritto di noi è tutta verità.

Nazim Hikmet.

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Amo è la parola più pericolosa per il pesce e per l’uomo!
Groucho Marx

L’amore eterno dura tre mesi.
Confucio

È necessario che una donna lasci un segno di se, della propria anima, ad un uomo, perché a fare l’amore siamo brave tutte.
Alda Merini

PUNTO E A CAPO

Non ho velleità artistiche, semplicemente non posso più impedire ai miei pensieri di sgocciolare fuori dal cranio. O dal cuore o dallo stomaco o da qualunque altro posto decidano di scivolare. E il fatto di non sentire quasi mai che suono abbiano le mie parole credo che c’entri molto. È comunque non è quello che mi aspettavo. E do sempre per scontato che si capisca perfettamente cosa intendo. E poi la tentazione di una pagina bianca e sempre molto forte. E e e..