SCRIFO

Questo è un momento molto schifo.
Così, scrivo.
E quello che vien fuori è un perfetto equilibrio tra
~scrivo~
e
~schifo~
che traduco con
~scrifo~
Si capisce, no?

E poi vorrei dire del Cervino e di quelli che si porta via come fossero pedine di una scacchiera, di quelli che stanno in un letto d’ospedale, lontani da casa, che non sono nemmeno coscienti e i parenti e gli amici non sanno più quello che devono pensare, e non lo so nemmeno io cosa si dice in questi casi. Mi viene solo da pensare che il Cervino è grande e grosso e possente, ma qualcuno lo risparmia, e io spero che quel qualcuno sia tu. In bocca al lupo, e torna presto.

Devo capire se un’amico, d’improvviso, può non essere più un’amico. Ancora una volta nella mia vita mi trovo davanti a questa cosa impossibile da definire. L’affetto esiste ancora, e non credo che se ne andrà mai, ma l’amico, invece, non c’è più.
Non è giusto.
Così scrifo, continuo a farlo, tanto mi sfogo anche se non vado da nessuna parte, anche se neanche gli altri vanno da nessuna parte.
Un’amico mi ha chiesto del futuro e io non so dire niente del futuro. Immaginare la mia vita da qui al mese prossimo è già un’impresa, non mi ci metto neanche a inventarmi quello che potrebbe essere, mi fa troppa paura, nel bene e nel male.
Non riesco a stare legata a nulla e nessuno, e nessuno e niente riesce ad attecchirmi addosso.
Cercare di trovare in me il ~volermi bene~ è difficile.
Lo è per tutti, e a tratti ci si lascia un po andare, e in questi momenti non riesco ad essere leggera e semplice e solare.
Il futuro, per me, è troppo grosso, è ingestibile. È troppo pieno. Niente futuro, niente come sarà o come dovrebbe essere o come vorrei che fosse. Faccio i conti giorno per giorno, solo dirlo a voce alta mi fa già stare meglio. Conta solo l’adesso.
E poi mi mancano gli amici. Quelli che credevo che conoscersi fosse una cosa da fare insieme, quelli che cambiano opinione e atteggiamento perché non si fanno sempre andare tutto bene per forza, quelli che anche se rimangono più in superficie riescono comunque a sorridere con gli occhi.
Ho la forza, ho la fiducia, ma mi manca qualcosa che adesso non c’è.
Pazienza, sono comunque felice.
Scrifo.
E adesso mi faccio una doccia e stasera mi vado a mangiare i pesci alla griglia con le mie amiche.

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NON SARÀ MICA CHE MI PRENDO TROPPO SUL SERIO

Una non si veste da donna, solo jeans e polo e scarpe da ginnastica; una non si trucca, nemmeno un po di mascara, o lo smalto sulle unghie; una dice sempre parolacce, cerca sempre di essere al centro dell’attenzione, battuta pronta e di solito con un doppio senso volgare; una sa di aver ereditato i tratti del viso dalla madre, e sa quanto fosse bella sua madre, prima di essersi lasciata andare, prima di tutto quello che le è franato addosso, e sa di essere bella a sua volta perché un tratto è innegabile, perché una fascia da miss è innegabile, e maledice l’universo e chiunque nel raggio di chilometri per non aver accesso a quella foto che ritrae sua madre con la fascia, e a tutte le altre foto, le foto della sua famiglia; una cerca di sorridere, di far buon viso a cattivo gioco, e cerca sempre di contare fino a dieci, o almeno fino a tre, prima di sbottare e di investire come un treno merci qualunque cosa incontri sul suo cammino; una cerca di andare avanti, di capire qual’è il passo successivo al perdono, prova a spiegarsi perché non è bastato, spesso non basta, aver perdonato; una si aspetta molte cose e sa perfettamente che deve solo muovere il culo dal divano e andarsele a prendere; una non capisce che a volte ci vuol leggerezza nelle parole, che non sempre tutto è così importante anche per gli altri, che non è con una parola che arriva o meno che si può capire il senso di tutta una frase, di un discorso più ampio che solo il tempo può decidere dove porterà e se porterà da qualche parte; una crede che tiri più un pelo di fica che un carro di buoi e nello stesso tempo spera sempre che non sia così, ed è puntualmente smentita; una si fa un sacco di film, lavora di immaginazione manco fosse una scenografa di sogni, e poi finisce sempre che ci crede, almeno un po, e le facciate non le conta più, che un segno, una cicatrice su un’altra cicatrice, da lontano, sembra sempre una sola cicatrice; una conta un solo amico, una sola persona che da amicizia, col suo modo di essere amico, senza chiedere nulla in cambio, mai; una rimane sempre un po appesa alle parole che legge, e queste parole la contagiano per giorni, le assorbe e le respira quasi fossero vitali; una crede ancora nell’onestà delle sensazioni, crede che si debba essere coraggiosi e provare le cose che si provano fino in fondo, senza adattare gli stati d’animo ad ogni cambio di scenografia; una crede che siano tutti sempre onesti, sinceri, trasparenti; una si è mangiata una fettona di torta con le pesche e la panna e non si è sentita neppure in colpa, e ha capito che questa assenza di colpa è punizione e tristezza; una pensa che sta investendo un po troppo di se stessa, qua dentro.
Una, adesso, si fionda sotto le coperte, sotto il piumone per la precisione, perché siamo al ventotto di maggio è fa un freddo indecente, e si sente sola e vuota e stupida per aver parlato di se in terza persona e per non aver avuto cuore di dire ciò che pensava a quella certa persona, in quel preciso momento, solo per la paura di poterla perdere.

I WISH YOU COULD SWIM

Salgo in macchina e parto, non importa dove vado, la radio a tutto volume, non importa cosa sento, mi serve solo il rumore di qualcuno che grida più forte di me, seguo strade familiari e schiaccio il pedale dell’acceleratore fino in fondo, fino a consumarlo, spingendo al massimo la scatoletta che guido per vedere fino a dove posso arrivare prima che mi fermi il buonsenso o una pattuglia dei carabinieri.
E il cervello non si spegne neanche per un’attimo, anche se la musica del cazzo che stanno passando in radio è veramente alta e quasi mi ferisce le orecchie, la testa non si sconnette e continua a macinare come la pietra di un mulino, lento e inesorabile il mio cervello produce pensieri come una catena di montaggio, senza alcun filo logico, senza connessione alcuna con il tempo e il momento che sto vivendo e allora canto, canto a squarciagola La isla bonita e dove non ricordo le parole ne invento di nuove e dopo arriva Tiziano Ferro e penso che è troppo, che mi devo fermare e allora inchiodo e la macchina si spegne di colpo e la radio non canta più.
Respiro, e alzo la testa per capire dove sono.
Sposto la macchina dietro un edificio che non riconosco e mi metto a camminare per il paese che comincia dietro la curva.
Non basta leggere Romain Gary per saper scrivere come lui.
Non basta aver qualcosa da dire per saperlo scrivere come vorrei.
Penso che bei libri me ne siano capitati molti sotto gli occhi e ogni volta che leggo qualcosa che mi lascia dentro un segno mi ritraggo umilmente e penso che vorrei uscisse da me nello stesso modo.
Penso che chi sa scrivere bene abbia un dono che una lettrice come me può solo apprezzare, penso che se fossi capace a far uscire quello che voglio dire senza farlo sembrare solo vomito che devo espellere sarebbe un piccolo regalo che posso lasciare da qualche parte in attesa che qualcuno ne tragga le sue conclusioni.
Ho scritto un post, lasciato in bozza, per un’amico che sta soffrendo.
Prima di pubblicarlo l’ho riletto e mi sono resa conto che ho trovato il modo di parlare di me anche se avrei voluto parlare di lui, anche se ho iniziato a scrivere per cercare di capire cosa stia passando il mio amico. E ho capito di non avere la più pallida idea di cosa senta lui, non so cosa voglia dire aver dei figli, ritrovarsi a crescerli da soli, non so cosa significhi andare al cimitero a posare fiori sulla tomba di una moglie che non c’è più. E se mai parole possono avere un senso in questo caso, le mie di certo non contano un cazzo. È stato più forte il mio amico, che è venuto in ufficio da me con un piccolo regalo e molti sorrisi e abbracci stretti. E allora ho capito che un’abbraccio è importante, che un sorriso sincero può essere consolatorio anche se dura un’attimo, ma ne rimane la traccia negli occhi e il ricordo nella testa, per quei momenti più difficili, più neri, si chiudono gli occhi e si ritrova il negativo dei sorrisi all’interno delle palpebre e, forse, quelli bastano ancora. E immagino il mio amico che guarda le sue foto, con lei, con i ragazzi, e immagino che si ricordi quanto fosse bella, e che pensi che non è mica giusto che se ne sia andata così. Ho guardato il mio amico e l’ho visto continuare a sorridere, anche se quello che gli è stato tolto gli ha lasciato un segno indelebile e distintivo sulla faccia, allora ho capito che posso sorridergli anche io, che devo sorridergli anche io, perché nulla di meno si deve aspettare da me.
Ciao N. Per quel che vale, sto sorridendo.

 

MORE THAN WORDS

Certi giorni non ne vale proprio la pena.
Quando mi rendo conto che è tutto qua.
Non esiste altro.
Non esiste un posto in cui posso andare a rifugiarmi.
Dal mondo, da me stessa. È tutto qua.
Ed è proprio quando me ne accorgo che rimango sola.
Come tutti gli altri.

Quando mi accorgo che la mia maschera preferita mi si è incollata al volto, e vorrei strapparmela di dosso, ma non so più come si vive senza. Senza dubbi, senza apprensione, senza timore di sbagliare, di aver giudicato male. Senza più odio verso i nemici, senza i falsi sorrisi, senza trucchi, senza ostentazioni di forza.

E se fosse possibile essere felici?
Se davvero, come scriveva Pavese, l’amore fosse come la grazia di Dio? Quale sarebbe il peccato più grande?
Non accoglierlo.
Se le parole fossero il preludio di un’azione, e non solo esternazioni, se le parole inducessero un’inizio di nuove possibilità, quale sarebbe l’errore più grande?
Rimanere seduta a leggerle.
Se lo sperare e il credere spingessero davvero le gambe verso il punto lontano, verso la fonte delle attese di sempre, allora non sarebbe più vano sperare.
E credere.
Invece i sogni sono diventati acquerelli che appendo alle pareti, a prendere polvere e indifferenza. Dopo un po non li guardo neanche più, sono sempre gli stessi, e la polvere finirà per velarne i colori e diventeranno come negativi di vecchie foto dimenticate in un cassetto.

Sono adesso, quei giorni, quei giorni in cui mi rendo conto che scrivere è una grande menzogna, la più grande di tutte.
Perché non conta la verità che metto nel mio scritto, perché non contano le parole che scelgo, conta solo il mio essere immobile dietro una scrivania mentre decido il vocabolo che mi sembra migliore, e immagino e tento di tradurre sensazioni intraducibili, mentre scrivo dell’amore, o della solitudine. Mentre leggo l’amore di altri, la disperazione, l’incapacità di amare.
Sono tutte menzogne. Lo scritto vanifica il reale sentimento. Rimane solo un pezzo di carta, o una pagina virtuale che non lascia niente a nessuno, dopo cinque minuti svanisce.
Perché finirò per dimenticarmi del volto che mi ha ispirato se continuo solo ad immaginarlo. Perché comincerò a chiamare solitudine una sensazione che non conosco davvero, perché non sono sola, sono circondata da persone che mi amano. Non immagino nemmeno cosa sia la solitudine.
Lo scritto mente perché è un’elaborazione.
Lo scritto mistifica. È dolo. Una frode con belle parole.
Ed è un artificio abusato.

Contano solo gli occhi che si guardano e le mani che si toccano.
E le bocche incollate, finalmente in silenzio.
Le orecchie che si saziano solo del rumore un po ruvido della pelle che si sfrega con altra pelle.
Conta molto di più il silenzio.

Sono proprio adesso, quei giorni.
Quei giorni in cui penso che ho ancora molte cose da dire, ma che scriverle non serve a niente.

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“Stringi tra i denti
quei tuoi pensieri
che lisci come l’olio
vanno in fondo alla pancia.
Quelli di ieri
speri non risalgano
mai più nella gola
per non dover poi dire
mai più
quel che pensi
a me che non so capire”

Your eyes~La finestra
Negramaro

 

L’IMPORTANTE È DIRE

Di solito mi vengono in mente un sacco di bei titoli, ma di sostanza poca. Mi emoziono con nulla, mi basta un “mi piace” al momento giusto e vado in brodo di giuggiole! Lavoro troppo di fantasia e sono poco realistica. Me ne catafotto di quel che pensa la gente eppure se sono incoraggiata funziono molto meglio, almeno per un po. Il mio cervello lavora solo in divenire, progetto sogno penso e scrivo ed ho già tutto ben chiaro in testa, ma finito l’inchiostro mi rendo conto di essere rimasta ferma al punto di partenza e non so perché il pensiero mi venga così libero e l’azione invece così difficile. Nonostante tutto, sono ancora qui a fare le stesse vecchie cose, in una veste grafica decisamente più affascinante, ma il tempo e’ passato e io mi sono ritrovata in un “qui e ora” che mi ha sorpresa senza che me ne rendessi conto. Non e’ tanto per gli anni che sono rotolati come massi e sono invecchiata e ingrassata e inacidita e e e e.. Mi chiedo come ci sono arrivata!? Ho avuto uno stand-by decennale, mi hanno ibernata, mi han dato una botta in testa?  Adesso sono qui, proprio qui, e siccome l’importante e’ dire, io dico che i miei pensieri son tutto ciò che sono e spingono per uscir fuori a prendere una boccata d’aria e non so se sarò in grado di trattenerli e neppure se lo voglio fare, e non credo che sarò capace di dargli una parvenza di coerenza, un filo logico, ma non m’importa di come verranno fuori, voglio solo che escano, e ci sto lavorando. Ecco quello che voglio dire.