FEED YOUR DREAMS

La materia di cui è intessuto un sogno è fibra elastica e malleabile, dilata e comprende tutti i tempi insieme, mescolandoli, espandendoli, assottigliandoli. La fantasia è rifugio e medicamento, i desideri creati dalle sinapsi del cervello addormentato sono benzina che brucia, carburante, veleno e solido appiglio e roccia, anche, che si sgretola sotto i piedi. Nel sogno si creano isole di circostanze inesplorate che diventano rifugio e santuario, che proteggono, sostengono e celebrano la fantasia che non sarebbe altrimenti possibile.
Nel sogno è fattibile la magia che può sconfiggere la paura, nel sogno s’impara a esplorare se stessi e a dare sfogo alle proprie potenzialità. O ci si lascia andare giù, per cadere nei più profondi orridi che non saremmo mai capaci di esplorare con gli occhi aperti.
La fantasia permette al reale di potersi compiere, getta le basi, segna un tracciato che consente all’interiorità di espandersi e all’involucro esterno, fatto di carne e ossa, di non accartocciarsi troppo in fretta su se stesso.
La fantasia dona tempo.
Il tempo che regala un sogno è prezioso e salvifico. Si ha il desiderio di trasportare nero su bianco quello che avviene all’interno del proprio cranio iperattivo e ci si dispera, e ci si angoscia di fronte all’evidente, reale carenza di tempo fisico che non si misura con lo stesso metro con cui si misura il tempo di un sogno.
E la vera dannazione sta nell’imparare a convivere sulla linea di confine sottile e fragile che tiene separati il mondo fisico dal mondo grandioso e interminabile della fantasia.

SCRIFO

Questo è un momento molto schifo.
Così, scrivo.
E quello che vien fuori è un perfetto equilibrio tra
~scrivo~
e
~schifo~
che traduco con
~scrifo~
Si capisce, no?

E poi vorrei dire del Cervino e di quelli che si porta via come fossero pedine di una scacchiera, di quelli che stanno in un letto d’ospedale, lontani da casa, che non sono nemmeno coscienti e i parenti e gli amici non sanno più quello che devono pensare, e non lo so nemmeno io cosa si dice in questi casi. Mi viene solo da pensare che il Cervino è grande e grosso e possente, ma qualcuno lo risparmia, e io spero che quel qualcuno sia tu. In bocca al lupo, e torna presto.

Devo capire se un’amico, d’improvviso, può non essere più un’amico. Ancora una volta nella mia vita mi trovo davanti a questa cosa impossibile da definire. L’affetto esiste ancora, e non credo che se ne andrà mai, ma l’amico, invece, non c’è più.
Non è giusto.
Così scrifo, continuo a farlo, tanto mi sfogo anche se non vado da nessuna parte, anche se neanche gli altri vanno da nessuna parte.
Un’amico mi ha chiesto del futuro e io non so dire niente del futuro. Immaginare la mia vita da qui al mese prossimo è già un’impresa, non mi ci metto neanche a inventarmi quello che potrebbe essere, mi fa troppa paura, nel bene e nel male.
Non riesco a stare legata a nulla e nessuno, e nessuno e niente riesce ad attecchirmi addosso.
Cercare di trovare in me il ~volermi bene~ è difficile.
Lo è per tutti, e a tratti ci si lascia un po andare, e in questi momenti non riesco ad essere leggera e semplice e solare.
Il futuro, per me, è troppo grosso, è ingestibile. È troppo pieno. Niente futuro, niente come sarà o come dovrebbe essere o come vorrei che fosse. Faccio i conti giorno per giorno, solo dirlo a voce alta mi fa già stare meglio. Conta solo l’adesso.
E poi mi mancano gli amici. Quelli che credevo che conoscersi fosse una cosa da fare insieme, quelli che cambiano opinione e atteggiamento perché non si fanno sempre andare tutto bene per forza, quelli che anche se rimangono più in superficie riescono comunque a sorridere con gli occhi.
Ho la forza, ho la fiducia, ma mi manca qualcosa che adesso non c’è.
Pazienza, sono comunque felice.
Scrifo.
E adesso mi faccio una doccia e stasera mi vado a mangiare i pesci alla griglia con le mie amiche.

NON SARÀ MICA CHE MI PRENDO TROPPO SUL SERIO

Una non si veste da donna, solo jeans e polo e scarpe da ginnastica; una non si trucca, nemmeno un po di mascara, o lo smalto sulle unghie; una dice sempre parolacce, cerca sempre di essere al centro dell’attenzione, battuta pronta e di solito con un doppio senso volgare; una sa di aver ereditato i tratti del viso dalla madre, e sa quanto fosse bella sua madre, prima di essersi lasciata andare, prima di tutto quello che le è franato addosso, e sa di essere bella a sua volta perché un tratto è innegabile, perché una fascia da miss è innegabile, e maledice l’universo e chiunque nel raggio di chilometri per non aver accesso a quella foto che ritrae sua madre con la fascia, e a tutte le altre foto, le foto della sua famiglia; una cerca di sorridere, di far buon viso a cattivo gioco, e cerca sempre di contare fino a dieci, o almeno fino a tre, prima di sbottare e di investire come un treno merci qualunque cosa incontri sul suo cammino; una cerca di andare avanti, di capire qual’è il passo successivo al perdono, prova a spiegarsi perché non è bastato, spesso non basta, aver perdonato; una si aspetta molte cose e sa perfettamente che deve solo muovere il culo dal divano e andarsele a prendere; una non capisce che a volte ci vuol leggerezza nelle parole, che non sempre tutto è così importante anche per gli altri, che non è con una parola che arriva o meno che si può capire il senso di tutta una frase, di un discorso più ampio che solo il tempo può decidere dove porterà e se porterà da qualche parte; una crede che tiri più un pelo di fica che un carro di buoi e nello stesso tempo spera sempre che non sia così, ed è puntualmente smentita; una si fa un sacco di film, lavora di immaginazione manco fosse una scenografa di sogni, e poi finisce sempre che ci crede, almeno un po, e le facciate non le conta più, che un segno, una cicatrice su un’altra cicatrice, da lontano, sembra sempre una sola cicatrice; una conta un solo amico, una sola persona che da amicizia, col suo modo di essere amico, senza chiedere nulla in cambio, mai; una rimane sempre un po appesa alle parole che legge, e queste parole la contagiano per giorni, le assorbe e le respira quasi fossero vitali; una crede ancora nell’onestà delle sensazioni, crede che si debba essere coraggiosi e provare le cose che si provano fino in fondo, senza adattare gli stati d’animo ad ogni cambio di scenografia; una crede che siano tutti sempre onesti, sinceri, trasparenti; una si è mangiata una fettona di torta con le pesche e la panna e non si è sentita neppure in colpa, e ha capito che questa assenza di colpa è punizione e tristezza; una pensa che sta investendo un po troppo di se stessa, qua dentro.
Una, adesso, si fionda sotto le coperte, sotto il piumone per la precisione, perché siamo al ventotto di maggio è fa un freddo indecente, e si sente sola e vuota e stupida per aver parlato di se in terza persona e per non aver avuto cuore di dire ciò che pensava a quella certa persona, in quel preciso momento, solo per la paura di poterla perdere.

PER AVERE COSE MAI AVUTE BISOGNA FARE COSE MAI FATTE

Partendo dal presupposto che non te ne fotte una mazza, potrei dirti che:

~bevo la sera quando esco con gli amici
~faccio uso di tetraidrocannabinolo saltuariamente anche senza la presenza di amici
~mi stanno sul cazzo i bambini che frignano ogni tre secondi, li chiuderei in casa fino alla maggiore età, ed anche allora, al diciottesimo, dovrebbero passare svariati test psicologici prima di poter mettere piede nel mondo reale
~mi piace il gelato solo se c’è un quintale di panna dentro, fuori e dappertutto
~vado matta per le polpette al sugo
~mi piace scrivere mentre sono a tavola a mangiare e me sbatto se non è educato
~metto scarpe di colori diversi
~mi pettino solo quando mi ricordo dove ho lasciato la spazzola
~ho un sacco di libri di ricette e non so fare niente in cucina, al massimo un risottino se m’impegno molto e se ne vale la pena
~scrivo i miei appuntamenti su qualunque foglietto, pezzo di carta o post-it mi capiti sotto mano nonostante compri agende come se non ci fosse un domani
~sono lunatica come un dobermann quando comincia a schiumare, per via di quella leggenda che hanno il cervello troppo grosso rispetto alla scatola cranica, invece è tutto vero
~mi fanno schifo le zucchine bollite, ma quelle fanno schifo a tutti
~se non dormo almeno otto ore per notte qualcuno passerà una brutta giornata
~mi mancano persone che non ho mai incontrato; è come quando leggi un post e credi di conoscere la persona che lo ha scritto, perché ne ha scritti tanti e allora inizi a pensare che sai com’è fatta quella persona, credi di poter assorbire tutto quello che c’è da sapere attraverso quello che decide di lasciare qui, anche se è solo un post, magari un’episodio, un’aneddoto, una battuta, un ricordo, ma niente, sei lo stesso convinta di conoscerlo/a e -addirittura- di essere importante per chi lo ha scritto, per quel che conta qui su wordpress, ma niente, mi mancano lo stesso, mi mancano molto
~ e come chicca finale, senti questa, credo di essermi…
Che poi sarebbe un po come cercare di capire se ho davvero fame tutte le volte che mangio. Quasi impossibile

È tutta una questione di punteggiatura.

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“Fra, non te lo dico più, alzati da quel cazzo di divano e fa quello che devi fare”

“Allora non hai capito un cazzo”

ASSO DI COPPE, FANTE DI COPPE, E IL SIGNIFICATO DEL DIAVOLO

Stasera guardo attraverso un velo scuro di amarezza i tarocchi sul tavolo che dovrebbero raccontare il mio futuro per immagini. La Maga dice cose senza senso, di cavalieri di coppe e fanti di spade, di simboli sulla cappa dell’eremita che traducono il suo essere ai margini del mondo, e io che vorrei parlare di tutt’altro mi ritrovo a cercare segni e disegni fra i semi delle carte e i discorsi sconclusionati della Maga. Faccio fatica, non c’è coerenza nelle sue parole, non ho fiducia nelle carte sparse davanti a me. Un mazzo di tarocchi di Marsiglia sono l’unica cosa che mi tiene legata a lei, e per quanto sciocco e vano sia tentare di decifrare il destino in qualche figurina di carta, mi faccio bastare quel che c’è. È quasi commovente vedere nei suoi occhi la delusione per delle spade che escono a tradimento a inficiare i buoni auspici dell’asso di coppe. Ora scopre il diavolo, e il diavolo rappresenta l’amore di qualcuno che non c’è più, e tutte e due pensiamo alla stessa persona, ma non diciamo niente, lei non vuole e io mi trattengo, e so che prima o poi non riuscirò più a trattenermi, ma stasera, ancora, riesco. Quando esce il fante di coppe è certa che ci sia qualcuno che mi sta aspettando, e siccome il fante di coppe è meglio di quello di bastoni, ne è anche felice. Ed è certa che io voglia tenere per me le mie cose. Mi dice vabene, ormai sei grande. E le chiedo, ammesso e non concesso che un fante esista, cosa dice la carta successiva. A quel punto smette di mescolare il mazzo, mi prende la mano e mi dice di lasciar bruciare il fuoco, anche se è di paglia, perché i conti si possono fare solo dopo, con quello che rimane. Lei non si accorge della mia commozione e torna a girare altre carte. Poi basta, troppa roba, abbiamo fatto troppe parole, dice. I tarocchi non andrebbero discussi.

E la Maga torna a casa sua e io vado sul terrazzo a fumare una sigaretta sotto la pioggia. Non sono capace di catalogare i pensieri e di viverli nel giusto ordine. Ammesso che un’ordine debba esserci. Ma sento la mancanza di un filo conduttore a cui aggrapparmi.

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..e in mezz’ora l’acqua diventa neve, sulla strada ce ne sono già tre dita, cade giù roba come fosse lana di pecora, pesante e avvolgente. Il ragazzo con la sindrome di Tourette sta bestemmiando tutta la sua gioia dal balcone di fianco al mio. E il cielo nevica i suoi quintali di neve e sento tuonare in lontananza e mi pare incredibile perché non ho mai visto niente di simile prima d’ora, la neve e i tuoni. E quello che c’è fuori c’è anche dentro, la roba che cola e la voce che grida dissonante, la gioia di star mezzo metro sopra il suolo e il dolore di prendere facciate ricadendo di colpo sul pavimento. La paura di non essere quel tutto che vorrei, la perfezione del mio sentire, cui accordo una fiducia spropositata, manco credessi davvero nel lieto fine. Figuriamoci, l’hanno tolto anche dai film, per lo meno da quelli che val la pena vedere. E tutto quel che sta nel mezzo, fra il soffitto e il parquet, sono i miei discorsi il più delle volte insensati, e le mie battute che strappano un sorriso e mi fanno arrivare alla fine di ogni giornata. Se provaste a star qualche ora dentro la mia testa.. Tolstoj ha scritto quella cosa sulla felicità delle famiglie, che si somiglia sempre, mentre il dolore è diverso per ognuna, e io credo che anche le felicità siano diverse le une dalle altre. La mia è felicità sta nel lasciarmi andare, almeno coi pensieri, cedere alle mie sensazioni fino a farmi girare la testa, e riassorbire poi l’adrenalina e tornare a quel mezzo che dovrebbe essere il vivere quotidiano. Io non sono come mi descrive la gente, io non ho bisogno di quello che dice la gente, io voglio solo essere me stessa e posso farlo solo in alcuni posti, con alcune persone. E penso di essere fortunata. E penso di essere felice. E penso che quando la gente non capisce è solo perché non so spiegarmi come vorrei, solo perché quello che dico è in contrasto con quello che faccio. Ma ho visto dei lampi negli occhi di alcuni, e quei lampi sono pieni di comprensione amarezza saggezza pazienza amore gentilezza frustrazione e.. Son lampi che rischiarano per un attimo il cielo denso e scuro. Amo i lampi, amo i tuoni, amo gli occhi di chi mi guarda mentre parla, amo il singolo momento in cui sono perfettamente me stessa.

MEFISTOFELICA

Meraviglia. Due giorni che non fumo e non ho ancora capito come possano essersi salvati gli esseri umani che mi circondano. Sono il demonio. In piu, quel marcione di auto che mi è capitata in sorte, fa un rumoraccio terrificante a livello marmitta. Tecnicamente, dovrei essere pure a dieta, ma vabbe’, non parliamone.. Oggi la scusa per non essere andata in palestra e’ valida! Ho dovuto dare disponibilità al lavoro per il pomeriggio, quindi, palestra no, attesa vicino al telefono si. Domani vado, giuro giuro. Ora merendina come si deve, the latte limone e tortina paradiso, tanto domani brucio un sacco di grassi. Già, tappeto bici tappeto bici per un’oretta. Poi docciona rigenerante. Che, diciamocelo, e’ la parte che preferisco dell’allenamento. Ok, ora mi tocca sguazzare nel Mar di Panni da Stirare, che si trova proprio vicino vicino alla Sala da Bagno Insudiciata, dietro il Corridoio delle Polveri Millenarie. Ma ho sempre la speranza che mi chiamino dal lavoro.

ALMENO NON MANGIUCCHIO

Non riesco a dormire. Avrei anche sonno, ma niente, occhioni spalancati nel buio. Allora prendo i-pad, e leggiucchio, scrivacchio, cazzeggio. La metterei anche una bella canzone, ma il copia e incolla di i-pad mi è ancora un po’ ostico. Beh, provateci voi a fare copia e incolla con i-pad.. Uf, frustrantissimo. Ho di nuovo in testa troppi pensieri, di nuovo troppe promesse fatte a me stessa che non riuscirò a mantenere. Dunque.. Interno, notte. Non la posso bloggare, ma la colonna sonora e’ Pezzi di Vetro di De Gregori, se volete ve la canticchio. Lettone sfatto, caldone ancora tiepido. Lei si alza per andare a bere un bicchier d’acqua. Torna a dormire per poter continuare il sogno che stava facendo, per cercare di riprenderlo. Un’autostrada nel bosco. Non chiedetele il perché di un’autostrada nel bosco, e’ un sogno e basta. Ecco, un’autostrada nel bosco, tre corsie asfaltate con foglie di banano. Macchina rossa, guida un collega taciturno e placido. Lei dietro, con una vecchia amica di famiglia. Si fida del collega, e’ uno che parla poco e ispira fiducia. Non che si sia sempre fidata di chi parla poco, ma è sempre lo stesso sogno di prima, quindi meno domande e scorrete avanti. Via, si fida, e il mansueto collega ci pianta secca una frenata per evitare una scimmia che non ha attraversato sulle strisce. Mentre fa retromarcia per ripartire cadiamo senza fretta in un lago freddissimo. Sono attimi in moviola, e’ tutto rallentato, ma inesorabilmente cadiamo. Il silenzioso collega, con tutta calma, apre i finestrini prima che l’auto venga sommersa dall’acqua e ci invita a uscire e nuotare verso l’alto, dopodiché scompare. A questo punto succede come nei vecchi Topolino che leggevo da bambina, il sogno offre un bivio, una scelta fra due possibili scenari. Lei sceglie e a quel punto si sveglia, serena.