SONO APERTE LE DANZE

Sono aperte le danze, e allora via, cene, pranzi, brindisi, sorrisi forzati, abbracci affettuosi, tanti bla bla bla, regali inutili quindi molto apprezzati, biglietti d’auguri scritti alle quattro di mattina, mascarpone in quantità industriale, parenti mostruosi, famiglie quasi al completo, sms come abbracci, nessuno che vuole giocare a tombola a un euro a cartella, insulti se propongo di giocare a tombola a cinque euro a cartella, rischio il linciaggio anche solo se accenno vagamente al concetto di tombola, e mi chiedo ma come fa a non piacere la tombola!? Con i fagioli secchi e i bottoni vecchi a coprire i numeri, con il sacchetto di velluto che ne manca sempre uno, con quello che sfuria perché non esce mai il diciassette, e ci credo, il diciassette si è perso l’anno che mi sono diplomata, e mi viene da pensare che diffido istintivamente delle persone che non giocano a tombola. E siccome il natale e’ un grande circo, uno spettacolo ignobile e grottesco, sono matematicamente certa che capiteranno anche attese che diventeranno assenze, telefonate che so di non poter piu fare, lettere che non mi verranno spedite, canzoni che sceglierò da sola, ore sul terrazzo a guardar le stelle perché sotto sotto ho un’animo predisposto, muri vuoti che mi ricordano quello che non ho, voci che non sento da tanto tempo, silenzi che diventeranno ingombranti, baci che non darò. E tante aspettative. Aspettative frantumate come i mattoni rossi che da bambina polverizzavo nel cortile della scuola elementare del paese nel vano tentativo d’inserirmi in un gruppetto di una classe avanti alla mia comandato a bacchetta da una più grande, una di quinta, che ci faceva sbriciolar sti mattoni tutto il pomeriggio, pena l’isolamento. Si accedeva alla piccola setta indovinando il significato di una parola scelta di volta in volta dalla bambina prepotente che imperava su tutte. A me tocco’ -calvo-. Niente, vuoto completo. Chiesi alla maestra e tornai dalla compagna con un sorriso così. “Non vale” mi disse, “l’hai chiesto”. Mi fece sedere con la faccia rivolta al muro come punizione per la mia insolenza. Piansi. E come scese la prima lacrima mi alzai, andai da lei risoluta e calma e fiera e molto più alta di lei, e la guardai negli occhi per almeno un minuto. Da quel momento spaccai mattoni con grande soddisfazione. Per almeno dieci minuti. Poi presi per mano le altre bambine e andammo sotto l’albero del cortile a giocare a strega comanda colore. La bambina prepotente? Venne da noi piangendo, accompagnata dalla maestra. Per quel che mi ricordo nessuno spacco’ più mattoni. Se chiudo gli occhi mi sembra di riuscire a ricordare quell’angolo di cortile, vicino alla scalinata che portava alle classi, dove la polvere rossa macchiava i sassi e le nostre manine. E tutto si confonde in queste particelle colorate che mi annebbiano la testa, e non distinguo più il ricordare, il sognare e lo sperare.

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