IL COMPENDIO DI PASQUA

Questi sono i giorni dell’antibiotico iniettato sulle chiappe, che fa effetto prima e si porta via il mal di denti. Sono i giorni delle lacrime, perché quando fa così male piangi e pensi solo che non senti altro, ma poi una suora piccolina e gentile mi fa la puntura e un po di male se lo porta via. Sono giorni che queste lacrime sono anche di amarezza. Come quando telefoni a qualcuno, quasi per sbaglio, e allora cerchi di cogliere l’occasione per parlare anche se sei solo tu a farlo. Io dico come stai, tutto bene? lo so che la mamma non c’è, ma non importa è proprio con te che volevo parlare. Come stai. E non dici niente, e allora vabene lo stesso, parlo io, ho un po di mal di denti ma vabene lo stesso, ma dimmi, papà, come stai. No, non riagganciare. Così piango, un po per i denti un po per questa difficoltà che esiste nel comunicare, piango perché un po mi fa bene, non è solo dolore fine a se stesso. Chissà, magari la prossima volta non riagganci, devo solo dilatare l’ottimismo su una tempistica più lunga. E provare a sbagliare di nuovo, sperare che la mamma esca un’altra volta e dimentichi il cellulare.
Sono anche i giorni che dovrei tenere segreti che non sono nemmeno più tanto segreti. Poi lo sanno tutti che non sono capace di tenere per me una cosa bella, ma qui non posso, forse più in la. E sono ancora giorni di lacrime e questa volta di commozione. E la commozione mi sta bagnando i-pad da quanto è tenace. Ti vedo in questo video e penso che sei bella, penso che questa commozione non è più incredulità di una cosa bella già avvenuta, penso che sia l’unico modo di accogliere le cose belle che a volte accadono, soprattutto questa volta, che hai lavorato tanto e ancora lo stai facendo per arrivare dove vuoi, e questa sorta di stupore, ogni volta, nel vederti significa che è così che si dimostra la gioia, perché non ci si può abituare ad una cosa bella, e quando ricapita e anche quando ricapitera sarà ancora così, coi lacrimoni e le risate, con il dialetto dei parenti che chiamano per salutare, con il tuo video mostrato ad amici e colleghi anche se non si fa, anche se “sta male”, non è “elegante”, me ne frego, siamo contadini per fortuna, non c’è ancora troppo filtro fra la gioia e le convenzioni sociali, facciamo le cose un po come ci viene, non ci vergognamo ancora di mostrare la felicità. Questi sono i giorni che le lacrime sono davvero una benedizione, si portano via tutto il dolore e lasciano la gioia delle cose belle. Le lacrime ignorate prima o poi chiedono il conto, e quando lo si paga è un conto salato, ma lasciano spazio anche al resto, alla commozione e ai sorrisi. Questi sono giorni in cui le lacrime mi fanno questo effetto. Se fino a ieri sera mi chiedevo che ci faccio qua, io, perché scrivo le mie cose in un blog, la risposta che mi do adesso è diversa, sono qua perché ne ho bisogno, devo condividere con qualcuno tutto questo dolore e tutta questa gioia, perché ha più senso se non tengo tutto per me, perché se esiste anche solo una persona che si ferma e legge queste mie parole, allora ne varrà ancora di più la pena, perché tutto avrà senso nel momento in cui le cose vengono dette a voce alta, o lasciate su un foglio che tutti possono leggere. Che me ne faccio di tutta la mia gioia se la tengo per me sola. Un bravo scrittore ne avrebbe fatto un romanzo.
Io no, io non ne sono capace, vien fuori tutto un po come viene, praticamente non state leggendo, è come se mi ascoltaste mentre parlo, ma non importa, non potevo non lasciarlo qui, non mi ci sta tutta addosso la mia felicità.
Ed è la stessa cosa quando leggo tanti fra voi, non ho un filtro che mi regola la commozione o la partecipazione che ci metto, mi fate stare bene o male a seconda di quello che passate nel blog, e se da una parte è così che si fa, per un altro verso rimango avvinta dai vari stati d’animo da cui mi faccio contagiare. Ed è bellissimo ma difficile, e nello stesso tempo non vorrei mai leggervi diversamente da come faccio.
Ed anche questa è una cosa che mi chiedo spesso, perché scrivete nei vostri blog? A qualcuno l’ho già chiesto, qualche risposta è stata simile alle mie, altre cose, invece, credo ancora di non averle comprese, ma ancora mi chiedo, perché avete deciso di lasciare le vostre cose qua dentro. Cosa vi rende, a livello personale, il blog. Se avete voglia o possibilità di dirlo, mi farebbe piacere saperlo. Per quanto mi riguarda, il blog non è fine a se stesso, se non ci sono scambi e opinioni, rimane solo un diario, e quelli li vendono in tutte le cartolerie.
P.S. Chiedo scusa, rileggendo mi sono resa conto di aver scritto veramente come viene viene, abbiate pazienza.

CIAO BEPPE

Beppe, questa e’ per te. Sono loro. Non ti ho mai dedicato abbastanza tempo, non ho mai coltivato abbastanza la tua amicizia. Manchi. Me ne accorgo solo ora che non ci sei più. Non sono riuscita a salutarti quando te ne sei andato, perché non ti ho mai perdonato per averlo fatto. Venire al tuo funerale, trovarsi nelle braccia di amici che quasi non riconosco più, non era concepibile, non ne sono stata capace. Venire ai concerti che organizzano per te, K. e gli altri, non e’ possibile, non riesco. Mi manchi da qui, dal mio posto comodo sul divano. Mi manchi da qui, dove mi fa meno male sentire la tua mancanza. Mi manca la birra in bilico sulla tua panciona, mi mancano le tue mani che tiravano sempre verso le mie tette, e sempre si fermavano prima. Mi manca quel tempo in cui tu c’eri, ma non io per te. L’ultima volta che ci siamo incrociati, dopo anni luce che non ci vedevamo, quasi non ci siamo riconosciuti. E tu non hai parlato, ammutolito nel vedermi così diversa da come ero allora. Sei stato solo un amico lontano quando c’eri ancora. Ero lontana anche io. Ora sei chissà dove, e mi manchi da qui, dal mio posto comodo. Questi sono gli unici fiori che riesco a mettere sulla tua tomba. In ritardo, con vigliaccheria, con l’affetto che non ti ho mai dimostrato. Ciao Beppe.

LE FASI DELL’AMICIZIA

Sono adulta e ho amici adulti. Perlomeno, lo pensavo fino a ieri sera. Il fatto e’ questo: mi sono riavvicinata ad un’amica e un’altra e’ gelosa e le dispiace che la frequento. La mia prima reazione istintiva e viscerale sarebbe quella di mandarla a cagare. Poi arriva il dispiacere per la sua reazione, in fondo dettata dall’affetto e da un po’ di possessivita’. Ora sono nella fase sottomessa, cerco di venirle incontro nei suoi orari, nel suo essere molto permalosa. Ma un po’ ho imparato a conoscermi.. La fase vaffanculo, e’ spesso risolutiva. Mi chiama per vederci, le dico che vedo C. e non risponde più al cel. La richiamo il giorno dopo e le chiedo di parlare, risponde che se sono libera e non ho niente di meglio da fare potremmo anche vederci. A volte, l’ammazzerei la mia P., ma poi come farei senza di lei?