MR. FREEZE

Quando parlo di me a qualcuno che ha voglia di ascoltarmi lo faccio con un distacco emotivo che non sapevo mi appartenesse. Racconto quello che mi è successo come se leggessi una lista della spesa, un post-it appeso al frigo che mi ricorda di comprare il dentifricio. E suona strana la mia voce che da tanto cerca qualcuno che l’ascolti, uscire così piatta e priva di emozioni. Le cose che devo dire, che mi spingono da dentro per uscire, meritano più coinvolgimento. Credevo che il problema fosse solo far uscire tutto fuori, ma mi sbagliavo di grosso. Sono un’oratrice provetta, se comincio vado avanti per ore, solo che non sono partecipe. E’ come se parlassi di qualcun’altra, qualcuna che ha vissuto al posto mio e di cui sono la memoria priva di affezione. Mi capita anche quando ascolto altre persone che mi parlano dei loro problemi, delle loro giornate storte, annuisco senza veramente sentire, capire quello che mi viene detto. E’ notorio che la mia soglia di attenzione sia decisamente molto bassa, ma sto proprio puntando verso il pavimento. E tendo sempre a darmi auto-pacche sulla spalla di incoraggiamento per cui non mi colpevolizzo mai dei miei atteggiamenti negativi e eccessivi. La cosa mi sta preoccupando a tal punto che ho deciso di fare alcuni piccoli esperimenti per vedere se riesco a cacciarle fuori due mini lacrimucce. Tentativo numero uno: Schindler’s List. La prima volta che ho visto quel cappottino rosso spiccare fra la gente ho reso l’anima per almeno due ore. A sto giro, niente, nada, totale assenza di umanità. Tentativo numero due: Titanic di James Cameron. Sembravo una fontana, piangevo a comando. Gli amici, nei giorni successivi alla visione del film facevano partire a sorpresa e nei momenti più impensabili la colonna sonora di Celine Dion e partivo ad innaffiare scottex. Tentativo numero tre: cipolle. Sono andata al supermercato a comprare un sacchetto di cipolle e ho passato due ore a sbucciarle. Ho ottenuto un leggero arrossamento palpebrale ma, giuro, nemmeno nulla di lontanamente umido. Non una gocciolina, un luccichio, niente. Ho provato a rivedere Si può fare con Claudio Bisio, ho provato a rileggere In un milione di piccoli pezzi di James Frey. Stasera e’ la volta del tentativo numero quattro: una martellata sulle dita dei piedi.

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NON SENTO MAI IL SUONO DELLE MIE PAROLE

A volte affiorano sentimenti che ho deciso di non voler provare. Nonostante la mia bravura nel ricacciarli dentro, in fondo, a volte riemergono per ossigenarsi. E allora hanno una potenza talmente elevata che non riesco nemmeno a distinguerli l’uno dall’altro e mi avvolgono completamente e mi sollevano quasi. Dura un attimo, perché ho imparato bene a non assecondarli, e appena ritorno padrona di me stessa c’è un momento, un solo breve istante di Nulla. Perfezione. Assenza. Credo che scrivere di ciò sia fine a se stesso, come parlare di fronte a qualcuno che ti ascolta ma non non ti risponde. Credevo bastasse, ma no, e frustrante. E sento di nuovo il torbido che si rimesta, ma ora son già pronta e vinco sempre io. Non esce più niente, ho finito così.

BLA BLA BLA

” Vivo per strada. Tutto il giorno, tutti i giorni. Tutto l’anno. Mi siedo al sole di giorno, dietro i cassonetti la notte. Mi nascondo nelle grandi città, nelle stazioni, nei centri commerciali cerco un po’ di tepore dal gelo dell’inverno, dall’acqua che mi infradicia anche l’anima. Mi nascondo nelle vie affollate di persone, tendo la mano per qualche moneta, qualche sputo. E cammino, cammino sempre avanti sempre instancabilmente avanti. Un’altra via, un’altra stazione. Mi intrufolo nelle biblioteche, quando non sono troppo schifoso, quando attiro meno l’attenzione, per vedere la gente leggere. Per guardare sui loro volti, la gioia o la tristezza o la passione che li tiene incollati alle pagine. Da tempo ho perso il gusto per le persone. Mi rimane solo questo: guardarli tenere un libro in mano, per tentare di ricordare cio che sono stato un tempo. E parlo. Parlo con chi condivide la strada con me, e sono tanti, più di quelli che possiate mai immaginare. Siamo uomini e donne, vecchi e giovani. Qualcuno davvero troppo giovane. I nostri compagni sono randagi come noi, disprezzati, scacciati, percossi. Ho scelto di vedere il mondo dal basso, di visitarlo nei suoi più oscuri meandri, di vedere fino a che punto possiamo arrivare a disprezzare i nostri simili. Sono solo, perché la strada è fatta di solitudine, di freddo e di sfiducia. Sono solo come voi, non possiedo nemmeno gli indumenti che indosso, mi riscaldo al fuoco della vostra indifferenza. Io vivo per strada. ”                                                                                                                                                                            Personalissimo omaggio al libro di Giuseppe Culicchia.